DIBATTITO SU QUESTIONI INTERNAZIONALI PER UNA CITTA' INTERNAZIONALE

mercoledì 9 gennaio 2019

ATTUALITA' E BELLEZZA DELL' IDEA DI IMPERO - Conversazione con Sua Altezza Imperiale e Reale Carlo d’Asburgo-Lorena, capo della Casa Asburgo-Lorena - A cura di Laris Gaiser, dal nuovo numero di Limes -


Dall' ultimo numero di Limes.

Conversazione con Sua Altezza Imperiale e Reale Carlo d’Asburgo-Lorena, capo della Casa Asburgo-Lorena.

a cura di Laris Gaiser


LIMES Altezza Imperiale, la sua famiglia incarna l’idea dell’Europa come impero. Che cosa è rimasto, che cosa potrebbe rinascere dell’ideale asburgico nel nostro continente?
CARLO D’ASBURGO LORENA Mi permetta di reimpostare leggermente la domanda poiché la mia Famiglia rappresenta un impero storico, non uno attuale. La nostra Famiglia ha accettato ciò che la storia ha portato all’Europa e ha trasformato tale eredità in un concetto contemporaneo. Ciò che ancora oggi ritengo sia di grande importanza è la comprensione storica dell’idea stessa di impero che in lingua tedesca si esprime col concetto di Reichsidee, che difficilmente riesce a mantenere il suo profondo significato se tradotto in un qualunque altro idioma. In senso storico si deve riconoscere che l’idea asburgica di impero – la Reichsidee per l’appunto – fu un principio legale di portata sovranazionale che favoriva un approccio liberale e includente nei confronti di ogni nazionalità, minoranza, gruppo etnico o religioso. Così assicurando a tutti, senza preconcetti, di vivere insieme protetti da uno Stato di diritto funzionante, di creare un mercato unico e di arricchirsi reciprocamente grazie alla coesistenza di culture diverse. Mi pare un concetto esemplare a cui l’Europa di oggi dovrebbe ispirarsi.
La Reichsidee è talmente moderna che dovrebbe essere applicata a una struttura altrettanto moderna quale l’Unione Europea. La stragrande maggioranza degli oppositori critica l’Ue poiché la ritiene un sistema datato. Opinione assolutamente ridicola. L’Unione Europea è l’istituzione più moderna al mondo. Sminuire tale struttura definendola antiquata senza offrire soluzioni alternative è altamente irresponsabile. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti, se guardiamo al Regno Unito e alla questione del Brexit. Pertanto il concetto del vivere insieme, delle sinergie tra culture, lingue e religioni differenti, nonché tra i diversi contesti di riferimento di ognuno, è sicuramente un valore storico che andrebbe riscoperto.
LIMES È pensabile una confederazione dei principali paesi europei sul modello del Sacro Romano Impero, con un monarca costituzionale elettivo?
CARLO A questo punto non posso che rifarmi al principio di sussidiarietà che racchiude in sé un approccio dal basso verso l’alto ed è l’esatto contrario di ciò che gli Stati nazionali cercano oggi di proporre. La sussidiarietà è un concetto basato su diversi livelli di responsabilità e pretende che le questioni vengano gestite, risolte il più vicino possibile al cittadino. Purtroppo i politici vedono la sussidiarietà solamente come una divisione dei poteri tra il livello nazionale e quello europeo. Si tratta di un’interpretazione completamente sbagliata. Chi ragiona in questo modo non ha mai capito cosa sia la sussidiarietà. Essa non è un concetto politico, bensì sociale. Al suo interno racchiude la possibilità per alcune parti d’Europa di collaborare anche a livello regionale. Ovviamente, per motivi storici, la zona cui mi permetto di fare direttamente riferimento è quella dell’Europa centrale (Mitteleuropa), regione che per il bene dell’Europa ha bisogno di strutturarsi. Si tratta di un ambiente maturo, con società storicamente capaci di convivere e di crescere insieme. Sono convinto che sarà di fondamentale importanza arrivare a una collaborazione più stretta tra i paesi dell’Europa centrale a livello regionale. E come ribadisco sempre, il Gruppo di Visegrád non è l’Europa centrale. Essa va ben oltre.
LIMESQuindi lei pensa a un’Europa formata da diverse confederazioni macroregionali?
CARLO Io rifuggo dalle categorie politologiche di federazione o confederazione. Chi le usa cerca di inquadrare l’Unione Europea in concetti datati che possono essere efficaci in paesi quali la Svizzera, ma che assolutamente non si adattano all’Europa. La filosofia delle nostre istituzioni va ben oltre. La gente deve comprendere che siamo alla ricerca di un nuovo concetto politico per il nostro continente. Sì, certo, il concetto non si è ancora formato nella sua totalità anche perché dobbiamo perseguire l’idea di un’Unione i cui confini coincidano fisicamente con quelli dell’Europa geografica. Siamo ancora lontani da tale risultato. Solo perseguendo tale strada ritorneremo ad affrontare l’urgenza d’avere un’Europa che sia anche una struttura di sicurezza. Le origini della nostra Unione affondano infatti le radici nella volontà dei padri fondatori di dare vita, dopo la seconda guerra mondiale, a un’entità capace di offrire sicurezza. Tout court. Di qui sarebbero poi dovute derivare le istituzioni economiche e politiche. Spesso ci dimentichiamo di questi inizi e ci spaventiamo nello scoprire che la nostra stabilità è nelle mani degli Stati Uniti d’America. I quali però sempre più spesso hanno priorità assai differenti dalle nostre.
LIMES Lei è uomo d’armi. Ritiene che sia possibile e auspicabile un’Europa emancipata dalla protezione strategica americana?
CARLO Chiunque non si renda conto di ciò o non lo prenda seriamente in considerazione quale traguardo necessario non ha il senso della realtà. Il migliore esempio di come gli interessi statunitensi, anche nel campo della sicurezza, e quelli europei divergano ogni giorno di più è rappresentato dalla questione iraniana. Ritirandosi dall’accordo sul nucleare Washington ha posto l’Europa in una posizione politicamente insostenibile poiché l’Europa è completamente basata sul rispetto dello Stato di diritto cosa che, sono spiacente di doverlo dire, gli Stati Uniti non sono. Ci troviamo di fronte al forte distacco tra le due sponde dell’Atlantico: noi diamo seguito a un trattato che viene rispettato anche da Teheran, mentre gli Usa lo stracciano spingendo un’area già di per sé altamente instabile verso una fase d’ulteriore destabilizzazione geopolitica.
Per comprendere la nostra relazione con gli Stati Uniti non c’è bisogno di riferirsi alla seconda guerra mondiale, è sufficiente pensare a quanto avvenuto durante la creazione dell’euro. Nel decidere le fondamenta della nostra moneta comune abbiamo accettato che parte della gestione dell’euro si basasse sul sistema di comunicazione interbancario Swift. Non abbiamo intravisto la necessità di creare un sistema di comunicazione esclusivamente nostro. Ora con i problemi che abbiamo in Iran ci rendiamo conto che attraverso il sistema Swift Washington è tranquillamente in grado di ricattare l’Europa quanto alla sua relazione con l’Iran. Qualcosa d’assolutamente inaccettabile. Dobbiamo iniziare a pensare in maniera più indipendente, in maniera più europea e non più solo necessariamente in maniera transatlantica.
LIMES Potrebbe disegnare su una mappa i confini della sua Europa ideale, ovvero della Paneuropa?
CARLO So dirle dove sono i confini dell’odierna Unione Europea, ma sinceramente non so dove si trovino i confini dell’Europa. Io ho una visione ampia dell’Europa. Tuttavia sono realista. Non possiamo sorvolare sul fatto che esistono paesi che io vedrei volentieri nell’Unione ma che al momento non sono in condizione di accedervi.
Gli unici confini europei che si possono facilmente tracciare sono quello settentrionale, delimitato dai ghiacci nordici, e quello occidentale, bagnato dall’Atlantico. Gli altri sono di assai più difficile definizione. Non c’è un concetto valido che ci aiuti a tracciarli, in quanto esiste una varietà incredibile di aspetti da prendere in considerazione: aspetti storici, geografici, politici. A seconda delle combinazioni ci si offre un’Europa diversa. Chiunque vada a San Pietroburgo e dica che la Russia non è un paese europeo dovrebbe essere cieco. Ma altrettanto cieco dovrebbe essere colui che andando a Mosca e prendendo in esame la struttura politica delle sue istituzioni affermi di trovarsi in un classico paese europeo. Le strutture moscovite sono fortemente influenzate dalle invasioni mongole e la politica risente dell’eredità dei canati. Ma le persone sono assolutamente europee. Nessun dubbio in merito. Prendiamo poi la Georgia. Anch’essa è un paese completamente europeo. Se passeggiando per Tbilisi o per qualunque altra cittadina chiedete a un georgiano a quale continente senta d’appartenere vi guarderà esterrefatto. Non potrà credere che gli stiate ponendo una domanda tanto stupida. È ovvio che egli si senta europeo. E potremmo fare esempi simili in relazione a tutti i paesi caucasici e a molti transcaucasici. Qui risiede la difficoltà di definire esattamente i confini del nostro continente, ovvero della nostra Unione.
LIMES Che rapporto dovremmo avere con la Russia?
CARLO Dovremmo avere una relazione basata sulla consapevolezza storica. Certi d’aver imparato le lezioni del passato. La Russia è uno Stato egemone, in molti aspetti dittatoriale, che non rispetta nemmeno i propri trattati. Basti pensare solo al fatto che Mosca, nel momento in cui non le conveniva più, ha calpestato le garanzie da essa stessa fornite all’Ucraina quando quest’ultima si fece indipendente. Relazionandoci con la Russia dobbiamo sempre tenere a mente che la sua geopolitica non si basa su un sistema di valori. Pertanto si tratta di un rapporto difficile. Loro sono nostri vicini, con cui abbiamo qualche buona relazione, ma sono vicini complicati con cui è difficile convivere, soprattutto se il vicino ha la tendenza a fagocitarti ogniqualvolta gliene si presenti l’opportunità.
LIMES Cent’anni fa l’impero degli Asburgo è crollato in seguito alla Grande guerra. Quali sono secondo lei le conseguenze ancora vive di quel conflitto?
CARLO Credo sia abbastanza chiaro che le conseguenze della Grande guerra siano oggigiorno assai più presenti e complicate di quelle derivanti dalla seconda guerra mondiale. Le conseguenze del secondo conflitto mondiale sono state accettate, digerite, e i trattati rispettati, mentre è mancato il tempo per implementare i trattati originati dalla Grande guerra. Alcuni di questi trattati comportano ancora oggi conseguenze per noi incredibilmente pericolose. Basti pensare per esempio al trattato di Sèvres, che è all’origine di tante diatribe oggi in Medio Oriente e di numerosi problemi di sicurezza con cui dobbiamo confrontarci.
Molti eventi conseguenti alla Grande guerra non sono stati ancora elaborati. L’Europa ha vissuto in quel periodo alcune delle più incredibili trasformazioni della sua storia e forse sarà necessario ancora molto tempo per approfondire a pieno quanto accaduto. All’epoca sul nostro continente vi erano cinque grandi imperi. Quattro sono stati spazzati via dalla guerra e il quinto, quello britannico, si è sgretolato solo qualche anno più tardi. L’intera struttura del continente è cambiata in maniera drastica. Per comprendere come l’Europa fosse disorientata all’epoca mi permetto sempre di sottolineare che in Austria subito dopo la guerra nessuno credeva che il paese potesse mai tornare a essere uno Stato effettivo, funzionante. Se si studiano i documenti di quel periodo si scopre che in Tirolo le discussioni più importanti erano tutte incentrate su quale strada dovesse intraprendere la regione, poiché nessuno immaginava la possibilità di uno Stato chiamato Austria.
LIMES Se a far crollare tutti quegli imperi è stato il nazionalismo, possiamo sostenere che anche questo appartiene al novero delle conseguenze non elaborate della Grande guerra?
CARLO Certamente. E la questione è relativamente di vecchia data. Il momento distruttivo del nazionalismo ha la sua origine nella rivoluzione francese, che è la radice della stragrande maggioranza dei problemi con cui oggi dobbiamo convivere. Oggi il nazionalismo sta rialzando la testa, ma sono piuttosto fiducioso che i sistemi democratici a cui abbiamo dato vita sappiano gestire il problema. Per il momento non mi sembra che il nazionalismo possa riprendere piede in maniera seria. Alcuni estremisti riescono anche ad entrare nei parlamenti – il che è un bene per la stabilità sociale e politica – senza però poter veramente conquistare il potere.
LIMES In quella guerra l’Italia sconfisse il vostro impero, dopo aver cambiato al volo alleanza. Che sentimenti prova verso il nostro paese?
CARLO Io ho una grandissima ammirazione per l’Italia, per la sua capacità di riuscire a terminare ogni guerra dalla parte dei vincitori. Lo credo seriamente, in tutta onestà. La prego di non interpretare le mie parole in maniera sarcastica.
Io adoro lo stile di vita italiano, se possiamo definirlo così. Si tratta di un modo molto umano di sopravvivere alle avversità, di comprendere la vita e saperne apprezzare le qualità. È questo che veramente, profondamente, ammiro dello spirito italiano.
LIMES Dopo la caduta del Muro si è riscoperta, anche in parti d’Italia, l’idea della Mitteleuropa. Ma mentre prima questa era centrata su Vienna, oggi lo potrebbe forse essere su Berlino. Che differenza c’è?
CARLO È semplicemente questione di punti di vista. Se chiedete cosa sia l’Europa centrale a dei rappresentanti dell’Unione Europea vi risponderanno che si tratta della Germania con qualche appendice nel Sud-Est del continente. Questo è il concetto dominante nelle teste dell’amministrazione europea, che però non ha assolutamente nulla a che fare con il concetto storico di Europa centrale ovvero col concetto di Mitteleuropa come lo vediamo noi da Vienna. Conoscendo la nostra storia e conoscendo i territori in cui si è sviluppata – tendenzialmente quelli che gravitano intorno al bacino del Danubio – sappiamo che si tratta di una regione comprendente diverse popolazioni con tradizioni e princìpi comuni, culturalmente omogenea, in cui tutti hanno sempre saputo lavorare insieme. Pertanto, l’Europa centrale come la vediamo noi, la nostra idea di Mitteleuropa, non ha nulla a che vedere con Berlino. Anzi, dovrebbe essere vista come potenziale contrappeso alla Germania. E non l’intendo in senso negativo. Se assumiamo che Berlino guida al momento la più grande potenza del continente – e fortunatamente una potenza tendenzialmente benevolente ovvero non più aggressiva verso molte parti del continente come in passato – è necessario comprendere che in Europa dobbiamo creare altri centri di potere. Non possiamo dipendere da uno solo.
LIMESRitiene la Germania un gigante benevolo anche dal punto di vista economico?
CARLO Anche. Se consideriamo come diversi paesi del nostro continente siano riusciti a svilupparsi grazie all’economia tedesca, accusarla di non essere benevolente sarebbe davvero inappropriato. Certo, ovvio, ci sono elementi di controllo e di supremazia nel modo in cui la Germania utilizza la propria posizione. Ma è la logica del potere.
LIMES La Germania può guidare l’Europa?
CARLO La Germania sta guidando l’Europa. È un fatto. Mi piace? No, non mi piace. Preferirei di gran lunga un bilanciamento tra diversi interessi che creino un’Europa comune, perché l’Europa è sempre stata forte nei momenti in cui ha saputo dar vita all’equilibrio della potenza invece che essere guidata da una sola persona o da un solo paese. In quei casi le conseguenze non sono mai state piacevoli.
LIMES Lei è stato parlamentare europeo, eletto come indipendente nelle liste del Partito popolare austriaco. Che impressione ebbe di quel parlamento? Insomma, ci si perde tempo o serve a qualcosa?
CARLO Io ho un’impressione molto positiva del Parlamento europeo. Quando ascolto le critiche nei confronti di questa istituzione, sebbene alcune siano effettivamente appropriate, mi rendo conto che nella stragrande maggioranza dei casi sono ingiustificate. Si tratta del parlamento in assoluto più attivo del continente, con il maggior numero di sessioni. Critiche? Spiacevole che non possa approvare leggi direttamente applicabili e che non abbia un diritto d’iniziativa efficiente. Tuttavia, guardando l’altra faccia della medaglia, nei parlamenti nazionali vediamo che la maggior parte del tempo viene dedicata proprio all’implementazione della legislazione europea. Ciò conferma il grande lavoro fatto a Bruxelles e a Strasburgo. Il parlamento europeo ha potere, un potere vero che spesso non vogliamo vedere o a causa di preconcetti negativi o per motivi di opportunità politica.
Purtroppo l’iniziativa legislativa, proprio per la mancanza di un siffatto potere del parlamento, spesso arriva dalla Commissione o dal Consiglio europeo. Questo dovrebbe cambiare. Tra tutte le istituzioni dell’Unione, il parlamento è quella veramente europea! La maggior parte dei suoi membri si considerano sinceramente europei e prendono decisioni in qualità di cittadini europei. Esattamente il contrario di ciò che avviene all’interno del Consiglio, nel quale prevalgono solo le logiche dell’interesse nazionale.
Il Consiglio e la presidenza europea sono le peggiori istituzioni nell’ambito dell’Ue, in quanto non decidono sulla base dell’interesse comune. Certo non voglio generalizzare, ma i fatti parlano chiaro. Secondo la visione dei padri fondatori dell’Europa unita, il Consiglio doveva essere una specie di seconda Camera – per quanto importante – coaudiovante il lavoro del Parlamento. Invece si è appropriato di prerogative legislative ed esecutive che non dovevano appartenergli. Così le cose non possono funzionare.
LIMES L’Europa sta diventando ogni giorno più multietnica, multiculturale, multireligiosa. Fino a che punto possiamo integrare gli stranieri? O dovremmo/potremmo assimilarli?
CARLO Mettiamola in questo modo: chiunque pensi che l’Europa fra vent’anni possa essere uguale a quella di oggi è assolutamente irrealista. Con le immigrazioni in arrivo l’Europa cambierà, ma è compito nostro lavorare affinché l’Europa preservi i suoi valori. Valori che devono rimanere la bussola del futuro sviluppo. Non possiamo permetterci di abbandonare la nostra storia e i nostri princìpi. Dobbiamo realisticamente digerire il fatto che i migranti arriveranno e saranno molti, molti di più di quanto visto fino ad oggi.
Io sono piuttosto sicuro che saremo in grado di gestire il problema. Ma se, e solo se, questo verrà gestito come progetto comune europeo anziché, come fino ad ora, attraverso una miriade di differenti approcci nazionali. Si tratta di un tipico problema che può essere risolto solo all’interno dell’ampio contesto europeo e non in ambiti nazionali. Perfino il caso della Germania ci dimostra che un paese, per quanto preparato, alla fine fatica a gestire tutto da solo. Inoltre, per il bene di tutti e per fare le cose in maniera sensata si deve subito chiarire la differenza tra migranti economici e rifugiati. È nostro dovere, come abbiamo sempre fatto in passato sulla base dei princìpi umanitari che condividiamo, accettare i rifugiati, ma non c’è alcuna necessità umanitaria sulla base della quale si debbano prendere tutti i tipi di migranti economici.
Vede, la direzione nella quale va il mondo oggigiorno mi spaventa un pochino. Credo sia ora di finirla, a causa della dilagante correttezza politica, d’evitare di parlare dei migranti facendoli semplicemente rientrare tutti nella stessa categoria. In tale maniera si arreca danno soprattutto a loro. Dobbiamo distinguere e sulla base delle distinzioni dobbiamo trovare il modo di gestire le varie priorità. Bisogna per esempio chiarire in maniera appropriata cosa significhi o meglio quali siano gli standard minimi per dichiarare sicuro un paese d’origine. In quanto sarà lì che molti migranti dovranno ritornare già solo per il fatto che potrebbe non esserci abbastanza spazio per loro in Europa. Non sarà facile. Sarà molto complicato, ma credo che le migrazioni siano assolutamente gestibili se verranno finalmente considerate un problema europeo.
LIMES Altezza Imperiale, lei pensa di poter un giorno tornare sul trono di imperatore d’Austria-Ungheria? Altrimenti toccherà forse a un suo figlio o nipote? O aspira al rango d’imperatore d’Europa?
CARLO Accidenti, sono davvero dispiaciuto d’aver perso la mia palla di cristallo alcuni giorni addietro e di non riuscire quindi a pronosticare il futuro! Quello che posso dire è di non vedere alcuna delle opzioni elencate dietro l’angolo. Pertanto non me ne occupo. Credo ci siano questioni assai più urgenti da gestire su scala europea o ai livelli a me più vicini, quali quelli della promozione della nostra identità e del nostro patrimonio culturale. Tuttavia, sono solito ripetere che le persone in politica troppo spesso usano due parole che non dovrebbero mai essere utilizzate: sempre e mai. Sono due parole che appartengono solo alle religioni e non hanno nulla da spartire con la politica. Certamente noi non sappiamo cosa ci riserva il futuro e cosa porterà alle future generazioni. Pertanto per me è assolutamente inutile speculare su tali questioni. D’altra parte, ovviamente, noi siamo un’eminente Famiglia politica e intendiamo rimanere tale.


mercoledì 2 gennaio 2019

IL PIANO DELL' ITALIA PER FAR PARTE DELLE NUOVE VIE DELLA SETA (E IL RUOLO DI TRIESTE) - Conversazione con Michele Geraci, sottosegretario presso il ministero dello Sviluppo economico e coordinatore della Task Force Cina.




Conversazione con Michele Geraci, sottosegretario presso il ministero dello Sviluppo economico e coordinatore della Task Force Cina.

a cura di 

LIMES Quali sono le opportunità per l’Italia derivanti dal rafforzamento dei rapporti con la Cina?


GERACI Tra Italia e Cina ci sono potenzialmente grandi sinergie. La più grande deriva dallo sviluppo della Belt and Road Initiative (Bri, o nuove vie della seta, n.d.r.). Potremmo firmare il memorandum d’intesa di adesione all’iniziativa infrastrutturale nei prossimi mesi.Le nuove vie della seta si basano su due rotte fisiche, rispettivamente terrestre e marittima. Il trasporto via acqua è il più conveniente in termini di costi. Il nostro paese ha il vantaggio di trovarsi nel cuore del Mar Mediterraneo, a metà strada tra Africa e Nordeuropa. Possiamo e dobbiamo diventare uno dei terminali della Bri in questo bacino d’acqua. La Cina è già fortemente presente nel Continente Nero, ma è alla ricerca di un paese europeo di riferimento prospiciente a esso con cui collaborare. Questa per l’Italia è un’occasione.
Il porto di Trieste, che beneficia della prossimità al Nordeuropa, potrebbe trovare un accordo con la Repubblica Popolare a breve.

Roma ha proposto a Pechino di includere nelle nuove vie della seta tre nuove rotte: aerea, spaziale e culturale. In ciascuna, l’Italia può dare il suo contributo. Nel primo ambito rientra la possibile partecipazione cinese in Alitalia. Pechino cerca anche uno snodo logistico da cui far operare le proprie compagnie aeree che volano in Africa. Questo ruolo potrebbe essere benissimo svolto dall’aeroporto di Fiumicino a Roma. Nel secondo ambito, rileva il ruolo dell’Agenzia spaziale italiana, quale unica agenzia straniera autorizzata a costruire una componente della stazione aerospaziale cinese. Infine, Cina e Italia hanno molto da condividere nell’ambito culturale. Del resto, abbiamo usi e costumi molto simili. Basti pensare all’importanza che riveste il legame familiare in entrambi i paesi. L’affinità culturale è per noi un vantaggio che incide su tutti gli altri ambiti della collaborazione economica con la Cina, tra cui il settore agroalimentare, quello infrastrutturale e il turismo. Non bisogna dimenticare poi le opportunità che in quel paese offrono rispettivamente il sistema assicurativo, sanitario e pensionistico. La Repubblica Popolare sta invecchiando rapidamente e fra vent’anni avrà problemi demografici simili a quelli dell’Italia di oggi. Possiamo far tesoro della nostra esperienza per fare nuovi affari in Cina.

LIMES Che ruolo può avere il Mezzogiorno nelle nuove vie della seta?

GERACI Al momento il Sud non è dotato delle infrastrutture necessarie per essere integrato nell’iniziativa cinese. Per coinvolgerlo è necessario un approccio diverso rispetto a quello adottato nel Nord Italia: bisogna puntare prima sul software anziché sull’hardware, poiché le attività legate al mondo digitale possono essere avviate più rapidamente e con meno costi rispetto alla costruzione delle infrastrutture. I livelli di questo processo sono tre. Primo, favorire la digitalizzazione delle aziende, per mostrare al mondo cosa vendono. Tutte le imprese italiane che hanno una propensione all’internazionalizzazione devono essere digitalizzate, per rendere il contesto del Meridione appetibile alla Cina. Un imprenditore cinese è più invogliato a investire se trova sul territorio un sistema di e-commerce sviluppato e la rete Internet 5G. A tal fine, vogliamo agevolare la collaborazione sino-italiana nel campo della ricerca tecnologica con aziende come Huawei e Tencent, la quale ha già realizzato un centro per lo sviluppo delle smart cities in Sardegna. Il secondo livello riguarda lo sviluppo del sistema bancario, per favorire la vendita dei prodotti all’estero. Il terzo livello concerne lo sviluppo del sistema logistico, che richiede più tempo. Il denaro proveniente dalla valorizzazione del primo livello potrà essere investito nel secondo e nel terzo. Queste attività possono essere messe in piedi più rapidamente rispetto alla costruzione di infrastrutture e avere un effetto immediato sul territorio.

LIMES Roma e Pechino hanno da poco firmato un memorandum d’intesa per collaborare in paesi terzi. Può indicarcene qualcuno?

GERACI Possiamo lavorare insieme in diversi paesi dell’Africa, quali Etiopia, Eritrea, Gibuti, Egitto, Tanzania, Mozambico e Angola. La Repubblica Popolare ormai ha messo radici nel Continente Nero ma la collaborazione infrastrutturale con le aziende italiane è utile sia per il valore delle nostre conoscenze tecnologiche sia perché la presenza di un partner occidentale rassicura i paesi che ospitano l’investimento. In un certo senso, Pechino può beneficiare del soft power nostrano, che ad esempio in Africa è accolto più favorevolmente rispetto a quello francese, per ragioni storiche. La nostra reputazione all’estero è esattamente ciò che serve a Pechino per superare le perplessità degli altri paesi circa le proprie attività economiche. Italia e Cina vorrebbero anche che la Libia si stabilizzasse politicamente ed economicamente, che non fosse solo un cuscinetto con il resto del Continente. Roma è impegnata direttamente in questo processo, ma l’interesse cinese per questo paese potrebbe avere dei risvolti positivi. Nel Continente Nero, la Repubblica Popolare punta sugli investimenti. Questi facilitano la crescita economica, la quale è un presupposto essenziale della stabilità politica. Proprio ciò che manca in Libia.

LIMES Quali sono le possibili controindicazioni della collaborazione con la Cina?

GERACI Una volta spalancate le porte a Pechino, gli investimenti cinesi potrebbero diventare più predatori. Per questo, l’Italia dovrà essere selettiva, accettando solo quelli che producono aumento del pil, dell’occupazione e la possibile apertura del mercato cinese ai prodotti italiani. Questo è il caso delle operazioni greenfield e brownfield 1, che accrescono la capacità produttiva. Le fusioni e le acquisizioni invece non portano valore diretto all’Italia, solo all’azionista che cede la propria quota.
Nel caso del porto di Trieste, per esempio, potrebbe concretizzarsi un investimento brownfield, che consisterebbe nella costruzione di un nuovo terminal.
Si tratta di un caso diverso rispetto a quello del porto del Pireo (controllato dal gigante della logistica Cosco, n.d.r.), dove i cinesi hanno attuato sia un’acquisizione sia un investimento brownfield. Il secondo ha portato valore. Lo scalo marittimo ha aumentato il traffico del 300% grazie alla presenza cinese.
Se producesse il medesimo impatto in un porto italiano, una simile operazione sarebbe ben accolta, perché aumenterebbe la sua capacità e quindi gli introiti.

La seconda controindicazione è che un maggiore dialogo con la Cina potrebbe inasprire il già complesso rapporto tra Roma e il resto dell’Europa. Inoltre, l’aumento delle attività italiane in Africa potrebbe non essere gradito dalla Francia, che qui storicamente afferma la sua influenza.

L’Italia non rischia invece di cadere nella «trappola del debito» alimentata dagli investimenti cinesi. Su 2.300 miliardi di euro di debito pubblico italiano, il 32% è in mano straniera, prevalentemente tedesca e francese. La Cina non investirà 700 miliardi nel debito nostrano, quindi non si creerà un legame di dipendenza. Invece, il pericolo che alcuni paesi più vulnerabili sul piano economico incappino in un problema del genere offre all’Italia l’opportunità di fare affari con loro collaborando in triangolazione con la Cina. Tale dinamica potrebbe verificarsi in Africa, in Asia centrale e nel Sud-Est asiatico.
LIMES Cosa pensa della crescente presenza militare cinese all’estero, a cominciare da quella a Gibuti?
GERACI Vista la mole delle attività economiche della Repubblica Popolare in tutti i continenti, non bisogna stupirsi se Pechino vuole espandere la sua presenza militare all’estero. Gli Usa del resto hanno diverse installazioni militari in tutto il globo, persino a pochi chilometri dalla costa cinese. Il mondo ormai è bipolare, se non tripolare, e credo dovremmo abituarci a questo genere di sviluppi.

Nota:
1. Le prime consistono nel finanziamento di nuove opere, le seconde riguardano il rifinanziamento del debito contratto dal concessionario per opere già realizzate o in corso di realizzazione.

Dall' ultimo numero di Limes "Non tutte le Cine sono di Xi"
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SEGNALIAMO, INOLTRE, L' USCITA SUL CORRIERE  DELLA SERA DI OGGI 2 GENNAIO, DI UN NUOVO APPELLO, PIU' LETTERARIO E VOLONTARISTICO CHE TECNICO, AL RUOLO DI VENEZIA COME VERO TERMINAL DELLA "NUOVA VIA DELLA SETA" , TEMATICA CHE APPARE DECISAMENTE SUPERATA PER I NOTI PROBLEMI DEL PORTO VENEZIANO DI ACCESSIBILITA' NAUTICA E COLLEGAMENTO ALLE RETE FERROVIARIA EUROPEA. Clicca QUI.



La nuova Via della Seta, un’occasione per Venezia

Il progetto del leader cinese Xi Jinping s’è allargato a dismisura, ma il ruolo della città di Marco Polo resta centrale: un’opportunità da cogliere

di Antonio Armellini


Annunciando nel settembre 2013 la Nuova Via della Seta verso Occidente, il presidente Xi Jinping ne ha tracciato un percorso ideale che, partendo da Pechino, giunge sino a Venezia. L’indicazione non è stata casuale, né tantomeno frutto di suggestioni estetiche. Il personaggio di Marco Polo ha un ruolo fondamentale (ben più che da noi) nell’immaginario cinese: dichiarando di voler ripercorrere a ritroso il cammino da lui fatto più di ottocento anni fa, Xi ha inteso ribadire la determinazione della Cina di affermare un ruolo di grande potenza, e di mercato imprescindibile, al cuore della ritrovata centralità geopolitica dell’Asia. Un messaggio che Marco Polo e Venezia dovevano rendere chiaro.
La Nuova Via della Seta, dapprima marittima dall’Oceano Indiano verso ilMediterraneo, si è rapidamente ampliata in altre direzioni, passando dall’hinterland caucasico verso l’Europa centro-settentrionale, dirigendosi verso l’Africa e da ultima anche l’America Latina. Da una, le Vie sono diventate tante e hanno preso il nuovo nome di Obor («One Road One Belt Initiative»), ma la destinazione è rimasta la stessa. Spinti dalla generosità finanziaria apparentemente illimitata di Pechino, molti paesi si sono lasciati attrarre da faraonici progetti di investimento che rispondevano ai piani cinesi ben più che alle loro priorità di sviluppo e che in più occasioni — dallo Sri Lanka al Pakistan — li hanno portati sull’orlo della bancarotta. Sono in parallelo cresciute le preoccupazioni di europei e americani che, sotto il mantello della cooperazione, Pechino nascondesse un disegno egemonico pericoloso, rispetto al quale era necessario fare molta attenzione nel valutare costi e benefici reciproci. Tutto ciò ha indotto prudenza e qualche pausa di riflessione in più, ma non ha arrestato il cammino di Obor che ha continuato ad andare avanti nella sua strada.
La Via della Seta si presenta oggi come un sistema complesso ancora in evoluzione: fra i tanti, al momento attuale i punti d’arrivo marittimi vanno, nel Mediterraneo, dal Pireo a Marsiglia e ai porti italiani di Savona e Trieste; nel Mare del Nord, da Rotterdam ad Amburgo, mentre Francoforte dovrebbe essere il terminale terrestre da Est. Per ciascuno di essi si porranno delle esigenze diverse che richiederanno una disciplina specifica, ma per le sue dimensioni, le ramificazioni internazionali e le implicazioni politiche Obor nel suo complesso non potrà prescindere in Europa da uno strumento unitario per la gestione coordinata degli aspetti logistici, amministrativi e delle strategie commerciali. Lo pensano i cinesi e a maggior ragione dovremmo volerlo noi, specie alla luce dell’esigenza di correlarne il funzionamento a una visione coerente dei nostri interessi.
C’è folla di candidati per un simile compito. Dal Pireo — ormai a tutti gli effetti un porto cinese — a Rotterdam, Amburgo e Francoforte. Xi però ha parlato di Venezia e non di altro. Il forte valore simbolico del richiamo al personaggio di Marco Polo gli dà l’occasione di porsi come elemento di continuità fra tradizione classica e innovazione, nella rivendicazione di un ruolo di leader incontrastato in grado di guidare la Cina sulle ali della storia verso la sua nuova dimensione globale. Vi sono molte città europee — o italiane — più strutturate e competitive di Venezia, ma essa è la sola in grado di consentirgli una consacrazione cui mostra di tenere personalmente.
Non possiamo lasciar cadere l’occasione. Per l’Italia, si tratterebbe di recuperare centralità non solo nei confronti della Cina — dove ci siamo trovati spesso più a rincorrere che a fare da guida — ma soprattutto in relazione a uno sviluppo chiave per il futuro delle relazioni con l’Asia. Quanto a Venezia, si lamenta sempre il degrado dovuto a una monocultura turistica devastante. Eppure resta un punto di contatto privilegiato verso Oriente. Farne il riferimento politico, amministrativo e commerciale del sistema Obor vorrebbe dire restituirla al suo ruolo storico, sviluppando al tempo stesso la sua vera via di salvezza, di centro di servizi avanzati con forte caratura internazionale. Oltretutto, Venezia non sarebbe per le sue caratteristiche in concorrenza con altre scelte, ma rappresenterebbe un valore aggiunto utile a tutti.
Nella mappa che accompagnava la prima presentazione del progetto, Veneziaappariva con chiara evidenza. Si sarebbe pensato che la risposta sarebbe stata immediata a livello di governo e invece non è successo granché, a parte qualche occasionale accenno, mentre Venezia non ha perso l’occasione di confermare la sua albagia. La destinazione è stata sommersa nelle mappe successive da altre, sempre nuove, ma non è ancora troppo tardi per recuperare. Per quanto altri si stiano muovendo aggressivamente, il vantaggio della Serenissima resta incolmabile. A condizione, s’intende, di volerlo cogliere.



venerdì 28 dicembre 2018

LE NUOVE VIE DELLA SETA NEL 2018: MOLTISSIMI OSTACOLI, NESSUNO INSORMONTABILE - Dal 2013 a oggi, solo il 14% dei progetti avviati nell’ambito della Bri ha riscontrato dei problemi - Si parla anche di Trieste in questo articolo di Limes On Line -




Nel 2018 la Belt and Road Initiative (Bri, o nuove vie della seta) ha continuato a espandersi, malgrado l’intrecciarsi di molteplici ostacoli.

Nonostante le vulnerabilità dei partner, la “trappola del debito” e le preoccupazioni dei principali rivali di Pechino, nell’anno che sta per chiudersi il progetto geopolitico della Cina ha fatto passi avanti. Le contromosse di Usa, Europa e Indo-Pacifico. I dubbi dell’Italia.



Tra questi rientrano la guerra commerciale e le frizioni tecnologiche e militari con gli Usa, l’opposizione degli altri rivali di Pechino (Giappone, Australia e India), i timori dell’Europa per la penetrazione economica del Dragone, la crescente preoccupazione internazionale per le implicazioni militari della Bri, l’instabilità geopolitica e finanziaria di alcuni paesi coinvolti nell’iniziativa. La cosiddetta “trappola del debito” preoccupa diversi paesi (vedi Gibuti, Maldive, Sri Lanka, Pakistan) e ha spinto alcuni di loro a rinegoziare o addirittura cancellare i progetti concordati con la Cina.

Questi fattori per ora non compromettono il progetto infrastrutturale lanciato nel 2013 dal presidente cinese Xi Jinping al quale oggi partecipano oltre 65 paesi. Tuttavia, per la prima volta quest’anno Xi ha criticato indirettamente la sua stessa creatura, sottolineando che bisogna “tenere conto degli interessi delle altre parti e attuare progetti che beneficino le popolazioni locali”. Non è escluso che Pechino ricalibri l’iniziativa per impedire che nel lungo periodo subisca una battuta d’arresto. Ripercuotendosi sui progetti geopolitici del terzo leader cinese più potente dopo Mao Zedong e Deng Xiaoping.

Il treno corre, malgrado tutto

Nel 2018, la Repubblica Popolare ha investito 12 miliardi di dollari nella Bri, il 6,4% in più rispetto all’anno precedente. Inoltre, ha firmato progetti per un valore contrattuale di 80 miliardi di dollari (+48% rispetto al 2017). L’interscambio commerciale con i partner dell’iniziativa ha superato gli 860 miliardi di dollari. Le aziende cinesi hanno investito 11 miliardi di dollari in progetti sotto il cappello della Bri e avviato 82 zone di cooperazione economica e commerciale all’estero. Tra le più attive vi sono i colossi logistici Cosco e China Merchants Group. Il primo, che controlla il porto del Pireo, ha da poco preso la gestione di un terminal container ad Abu Dhabi. Il secondo, che quest’anno ha aperto un centro di ricerca a Ravenna, potrebbe a breve investire nel porto di Trieste, anche se vi sono altre aziende cinesi interessate allo scalo marittimo nostrano, inclusa China Merchants.

I paesi che aderiscono alle nuove vie della seta sono aumentati in Eurasia (vedi Grecia e Portogallo) e negli altri continenti. In Asia-Pacifico, Filippine, Papua Nuova Guinea, Samoa, Figi, Niue e Isole Cook hanno firmato il memorandum di partecipazione alla Bri. Ciò ha elevato la soglia di attenzione dell’Australia, che teme la crescente presenza cinese sul suo territorio e nel proprio “giardino di casa”. Ciò spiega perché Canberra abbia recentemente annunciato in accordo con gli Usa il potenziamento della base militare di Manus, in Papua Nuova Guinea.

In America Latina, anche Uruguay, Cile, Trinidad e Tobago, Ecuador e Panamá hanno aderito alla Bri. Quest’ultima ha aperto i rapporti diplomatici con la Cina solo nel giugno 2017, rompendo quelli ufficiali con Taiwan. Lo stesso ha fatto El Salvador ad agosto. Tale dinamica riduce lo spazio diplomatico di Taipei, la cui sovranità è riconosciuta solo da 17 Stati nel mondo – inclusa la Santa Sede, con cui a settembre la Cina ha trovato un accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi nella Repubblica Popolare, mossa dall’intenzione di rafforzare il suo soft power. Pechino vuole riprendersi Taiwan entro il 2049, se possibile (anche se improbabile) con mezzi pacifici.

Dal 2013 a oggi, solo il 14% dei progetti avviati nell’ambito della Bri ha riscontrato dei problemi, secondo la società di consulenza RWR Advisory Group, basata a Washington. La cifra non è poi così grande se si pensa alle dimensioni economiche della Bri e alla varietà dei progetti avviati con questo marchio, diventato sinonimo della politica estera cinese.

Trappola del debito

La Malaysia è stato il primo paese a cancellare un progetto per evitare di accumulare debito nei confronti della Cina. I due paesi dovevano costruire una ferrovia per collegare la Thailandia, il porto malese di Kuantan e quello di Klang (vicino Kuala Lumpur), così da tagliare il paese da costa a costa.

Tale iniziativa serviva a Pechino per ridurre la dipendenza dallo stretto di Malacca che separa l’Oceano Indiano dal Mar Cinese Meridionale. La Cina teme che un giorno gli Usa – i quali dominano i colli di bottiglia marittimi mondiali – possano bloccarlo per impedire il passaggio dei suoi traffici commerciali. Di qui la necessità di individuare rotte alternative. In tale contesto rientrano anche i corridoi che uniscono la Cina rispettivamente al Pakistan e al Myanmar, entrambi soggetti a vulnerabilità securitarie e finanziarie. L’attentato di novembre al consolato cinese di Karachi conferma l’opposizione dei ribelli baluci alla costruzione delle infrastrutture del Dragone in territorio pakistano. Islamabad inoltre deve gestire l’alto livello di debito pubblico, il deficit commerciale e il crollo delle riserve di valuta estera. Per questo prima ha chiesto il sostegno del Fondo monetario internazionale e dell’Arabia Saudita, poi ha ridotto di due miliardi di dollari il budget per lo sviluppo della tratta ferroviaria Karachi-Peshawar, all’inizio fissati a 8,2 miliardi. Anche Myanmar, afflitto dagli scontri tra esercito e gruppi etnici armati e dal rischio della “trappola del debito”, ha ridotto i finanziamenti per l’ampliamento del porto di Naypidaw da 7,3 a 1,3 miliardi di dollari.

La sicurezza della Bri

In futuro, Pechino incrementerà la presenza militare all’estero per tutelare maggiormente le proprie risorse impiegate in teatri instabili, quali Medio Oriente e Africa. Lo conferma il memorandum sull’antiterrorismo firmato a dicembre da Cina, Pakistan e Afghanistan. La costruzione di nuove basi oltre a quella di Gibuti (eretta nel 2017) è in tal senso indispensabile. Per realizzarle, la Cina dovrà superare i timori dei paesi stranieri. Vanuatu, Afghanistan, Pakistan, Sri Lanka e Maldive hanno infatti smentito la loro possibile collaborazione. Nel 2017 la Cina ha condotto attività di mediazione diplomatica di varia intensità in nove conflitti (sei in più rispetto al 2012), tra cui quelli tra Israele e Palestina, tra Afghanistan, Pakistan e talebani, e in Myanmar tra governo e gruppi etnici armati. Infine la Repubblica Popolare ha incoraggiato i contractors cinesi a collaborare con i suoi colossi economici che operano all’estero.

Nel 2018, Pechino ha rafforzato la repressione nel Xinjiang, espandendo i campi di rieducazione per i presunti estremisti uiguri (musulmani e turcofoni) e di altre etnie. L’obiettivo è “sinizzare” la regione, cioè indurla ad abbracciare usi e costumi degli han per garantirsi la sua fedeltà alla Repubblica Popolare. Il Ningxia (popolato dai musulmani Hui) ha firmato degli accordi antiterrorismo con la regione e Hong Kong vi ha inviato la sua task force per studiarne le tecniche di sorveglianza. È probabile che in futuro i metodi applicati nella “Nuova Frontiera” siano utilizzati anche nel resto della Repubblica Popolare.

Le mosse dei rivali

La tregua commerciale non porrà fine alle frizioni tecnologiche e militari sino-statunitensi. Per conto degli Usa, a dicembre il Canada ha fermato Meng Wanzhou, manager di Huawei e figlia del fondatore. Soprattutto, Washington, Ottawa e i governi degli altri Five eyes (Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda) hanno respinto la possibilità che Huawei costruisca le loro reti 5G. Probabilmente temono che Pechino possa servirsene per spiarli. La rilevanza della partita tecnologica era emersa già a maggio 2018, quando Washington ha messo in ginocchio l’azienda cinese Zte (accusata di aver trasferito beni e tecnologia a Iran e Corea del Nord), vietando alle compagnie a stelle e strisce di venderle componenti tecnologici fino al 2025. Il colosso cinese ha ripreso le attività a luglio, dopo aver pagato una multa di 1,4 miliardi di dollari.

Gli Usa hanno anche proposto ai paesi dell’Asia-Pacifico un piano d’investimento infrastrutturale anti-Bri, che prevede solo 113 milioni di dollari di investimenti e 60 miliardi da prestare ad aziende private per progetti all’estero. Cifre che non possono competere con quelle profuse in questi anni dalla Repubblica Popolare. Washington vuole coinvolgere in tali piani anche Giappone, Australia (dotati di rispettivi piani infrastrutturali regionali) e India per contenere l’ascesa economica e militare del Dragone. Malgrado la loro repulsione strategica per il progetto cinese, i tre paesi non negano la loro partecipazione tout court, come dimostrato dall’adesione dello Stato australiano di Victoria e dai progetti di collaborazione sino-nipponici.

Difficilmente la strategia di contenimento anti-cinese potrà avere successo fino a quando la Repubblica Popolare avrà il sostegno della Russia. La collaborazione infrastrutturale, energetica e militare – vedi le esercitazioni di Vostok 2018 – tra Pechino e Mosca è stata agevolata dalle frizioni rispettivamente registrate dalle due potenze eurasiatiche e gli Stati Uniti. Non è chiaro fino a quando durerà la collaborazione sino-russa, ma la crescente presenza cinese in Asia Centrale e nell’Artico potrebbe danneggiare le strategie di Mosca nel lungo periodo. Limes affronterà questo argomento nel 2019.

I paesi dell’Unione Europea vogliono continuare a fare affari con la Cina senza favorirne gli investimenti predatori. Soprattutto in Europa centrorientale, attraverso cui dovrebbero transitare le merci approdate al Porto del Pireo. Per questo Bruxelles ha gettato le basi di un progetto infrastrutturale antitetico alla Bri per collegare la Cina al Vecchio Continente. Questo promette maggiore trasparenza e standard qualitativi più elevati, cioè gli ambiti in cui le nuove vie della seta sarebbero carenti secondo l’Ue. Durante la prima esposizione internazionale per le importazioni della Cina (Ciie) svoltasi a Shanghai a novembre, è emerso il disappunto europeo per le mancate riforme economiche cinesi. Paesi come Germania e Francia sperano che Xi ponga in atto le misure più volte annunciate per aprire ulteriormente il mercato della Repubblica Popolare al mondo.

Malgrado le perplessità di Bruxelles, nel 2018 l’Italia ha stretto ulteriormente i rapporti con la Cina, ma durante il Ciie non ha firmato il memorandum di adesione alle nuove vie della seta come ci si aspettava. Roma potrebbe aver rimandato l’adesione per non irritare l’Ue e gli Usa. La firma del memorandum implicherebbe infatti l’appoggio simbolico all’iniziativa cinese, che nessun paese del G7 ha dato sinora. Non è escluso che Roma sottoscriva il documento durante il secondo forum Bri, che si terrà a Pechino il prossimo aprile.

La Cina potrebbe servirsi dell’evento per aggiustare il tiro dell’iniziativa in base ai risultati e ai problemi riscontrati nel 2018. In caso contrario, la mera celebrazione della globalizzazione con caratteristiche cinesi potrebbe suscitare l’insoddisfazione dei paesi partner e avvantaggiare i suoi rivali.

Potete approfondire questi argomenti nel numero di Limes intitolato “Non tutte le Cine sono di Xi“.