DIBATTITO SU QUESTIONI INTERNAZIONALI PER UNA CITTA' INTERNAZIONALE

martedì 10 marzo 2026

Dall’Anticristo a Trieste: la zona d’eccezione che attira la tecnodestra americana


Dalle lezioni di Peter Thiel a Roma al progetto per il Porto Vecchio di Trieste

    Dal 15 al 18 marzo 2026, a Roma, Peter Thiel parlerà di Anticristo e Apocalisse a una platea rigorosamente selezionata dalla promotrice “Acts 17 in una location ancora segreta (La Stampa indica la prestigiosa location dell’Angelicum - Pontificia Università di San Tommaso d'Aquino)[1].
    Il calendario romano di Thiel si aprirà domenica 15 marzo con un raduno riservato della community della Praxis Society: un evento di networking informale, tra sundowner e cene private, concepito per accogliere i 'pionieri' e gli investitori giunti in città prima del debutto ufficiale delle lezioni di Peter Thiel.

    Thiel considerato il ”guru della tecnodestra americana”, non è un filosofo-teologo o solo un potente investitore tecnologico di primo piano, ma uno degli snodi più influenti tra capitale, innovazione, potere politico (amministrazione Trump) e apparati strategici statunitensi.
Cofondatore di PayPal, fondatore di Palantir adottato dai Servizi di diversi stati e sostenitore di progetti avanzati nei settori della difesa (Anduril), dell’intelligenza artificiale e dell’analisi dei dati. Nonché mentore e finanziatore (ufficialmente 15 milioni) del vicepresidente americano J.D.Vance. 
    Molti sono sorpresi del suo arrivo in Italia per lezioni sull’Anticristo che intrecciano interessi politici, teologia politica e business.
Ecco un’estrema sintesi delle sue posizioni definibili come “libertarian” e “accelerazioniste”di uno sviluppo tecnologico senza limiti e controlli: chiunque si opponga al progresso tecnologico e scientifico anche “transumanista“ in nome della paura del trionfo della macchina sull’uomo, della distruzione climatica, chiunque si ponga come una minaccia culturale alla libertà assoluta del mercato e dell’individuo, costui è l’Anticristo. Cina in primis perché pretende di soggiogare l’economia di tipo capitalista all’interesse collettivo rappresentato dal Partito-Stato.
La presenza di Thiel a Roma è da ricondursi anche alla ben nota fascinazione della tecnodestra americana, da Thiel a Musk, per il mito dell’Impero Romano e Cesare che si esprime anche nella promozione  di un'estetica architettonica definita “Heroic Futurism” che
sembra riattivare quel cortocircuito tra Futurismo e Romanità che fu caro al razionalismo del Ventennio. Non si tratta di una banale nostalgia, ma di una strategia comunicativa: fondere la stabilità del marmo imperiale con la velocità del silicio.
    Ma l’influenza della tappa italiana di Thiel pare estendersi oltre a Roma.
    Infatti a Trieste circolano voci sul potenziale interesse per lo speciale status del suo Porto Franco Internazionale di ambienti imprenditoriali e finanziari che promuovono l’idea di Charter City o Network State, che gravitano attorno a Peter Thiel e a Praxis, e che avrebbero avviato prospezioni riservatissime nella città giuliana.
    Praxis è un’organizzazione, che Thiel finanzia tra gli altri attraverso i suoi Founders Fund e Pronomos Capital, che mira a costruire nuove Città-Stato hi-tech: vere e proprie città fondate da una comunità di "pionieri" (programmatori, artisti, imprenditori e investitori) dotata di una giurisdizione privata.
    Praxis progetta una Charter City (si parla spesso di zone franche nel Mediterraneo) cioè un'unità urbana autonoma istituita su un territorio concesso da uno Stato ospitante, il cui fondamento culturale — teorizzato dal nobel per l’economia Paul Romer ex capo economista della Banca Mondiale e Premio Nobel per l’ Economia 2018  e da Balaji Srinivasan influente teorico della Silicon Valley libertarian — risiede nell'idea che lo sviluppo economico non dipenda dalle risorse naturali, ma dall'adozione di "regole del gioco" (istituzioni, leggi e sistemi giudiziari) superiori e indipendenti, capaci di attrarre capitali e talento umano attraverso un ambiente normativo prelevato da modelli di successo globale.
    La Charter City riconfigura il rapporto tra cittadino e istituzioni in chiave privatistica, sostituendo la sovranità territoriale con un ordinamento a base contrattuale in cui l'adesione alle leggi non deriva dalla residenza, ma dal consenso esplicito a uno statuto regolatore (Charter). Cioè, semplificando, i “cittadini” sono come azionisti, le “leggi” vengono emanate da una sorta di Consiglio d’Amministrazione e invece di un sindaco eletto a suffragio universale si ha una specie di Amministratore Delegato.
    Il concetto di Charter City si ispira al successo di hub globali come Hong Kong, Singapore o Dubai, metropoli che hanno costruito la propria prosperità 'importando' ambienti normativi d'eccellenza (come la Common Law britannica o sistemi fiscali iper-semplificati) per attrarre capitali mondiali. Oggi, questa visione evolve in progetti come la già realizzata Próspera, in Honduras: qui la governance non è più un'imposizione statale, ma un servizio modulare erogato su base contrattuale, dove residenti e imprese scelgono esplicitamente di sottostare a regole d'avanguardia per operare con una velocità e una certezza giuridica sconosciute alle burocrazie tradizionali.
Ne ha parlato recentemente anche il Corriere della Sera del 10 gennaio scorso [2].

    Ma perché l’interesse e le prospezioni in atto su Trieste?
    La città è dotata di un Porto Franco Internazionale, istituito dall’Allegato VIII del Trattato di Pace del 1947 [3], ovvero è una Zona Franca extradoganale  che rappresenta un’anomalia giuridica unica in Europa, mai pienamente attuata ma neppure formalmente chiusa.
Per decenni questa ambiguità di un Trattato ufficialmente recepito ma mai pienamente attuato, è rimasta latente; oggi, in una crisi geopolitica globale, è tornata visibile. E le eccezioni tendono ad attrarre chi è disposto a usarle.

    Dicevamo che Thiel, mentore del vicepresidente Vance, come Musk  fa parte  di quell’ecosistema che ruota  intorno all’amministrazione Trump e all’autorevole Heritage Foundation, potentissimo centro studi conservatore che ha redatto il famoso Project 2025 di ristrutturazione in senso autoritario dell’architettura istituzionale americana cui si ispira Trump.
    Come riportato da un’inchiesta di HuffPost Italia del 18 aprile 2025: all’inizio del 2025 il vicepresidente dell’Heritage Foundation James Carafano era a Trieste [4].  
Il precedente 23 gennaio aveva partecipato ad un convegno in Senato che aveva lo scopo di spingere l’Italia verso l’IMEC “Via del Cotone-IMEC” come alternativa alla “Via della Seta - BRI” con terminal a Trieste, e verso la Three Seas Initiative “Trimarium” che vedrebbe Trieste come perno meridionale e della logistica militare. Durante il convegno, alla presenza del Ministro degli Esteri Tajani e del Ministro delle Imprese Urso, ha ricordato di avere “tanti amici a Trieste” segnalando così che la città giuliana è già parte di una nuova mappa del potere.
Un interesse non isolato, che ritroviamo nell’intervista rilasciata ad HuffPost da Kaush Arha, già senior advisor per le strategie globali del governo statunitense e organico alla destra repubblicana - ormai di casa a Trieste dove opera come connettore tra gli apparati di Washington e la realtà giuliana. Qui organizza associazioni imprenditoriali, Summit internazionali per promuovere la “Via del Cotone-Imec” e il “Trimarium” e convegni - in cui ha suggerito a Meloni di dire a Trump: “Presidente, voglio che lei venga in Italia, a Trieste, e inauguri la nuova Golden Road che da qui raggiunge l'India”.

    Trieste appare come uno dei rari luoghi europei in cui potrebbero convergere tre dinamiche globali: la ridefinizione dei corridoi commerciali tra Asia ed Europa, la ricerca di zone economiche ad alta flessibilità normativa e l’emergere di modelli di governance sperimentali promossi da ambienti tecnologici transnazionali.
Dunque l’interesse dell’ecosistema di cui fa parte Praxis, molto attiva a Roma tramite Acts 17 [5], non riguarda tanto la logistica portuale in senso stretto, quanto la dimensione strategico militare e la possibilità di sperimentare forme di governance speciali in territori giuridicamente non completamente normalizzati come Trieste.
    Esperienze come le Zonas de Empleo y Desarrollo Económico (ZEDE) in Honduras, i tentativi di charter cities in Ghana e in Madagascar, o i progetti di seasteading promossi in passato dallo stesso Thiel, mostrano come questi ambienti cerchino spazi regolatori di frontiera e Zone Economiche Speciali in cui testare modelli istituzionali alternativi come teorizzato da Srinivasan nel suo libro “The Network State”.
In questo ambiente la massima di Carl Schmitt«Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione» — assume una nuova veste tecnologica.
    Per Thiel e i teorici del Network State, la sovranità non appartiene più solo allo Stato-nazione, ma a chi ha la capacità di creare e governare territori "eccezionali".
Trieste, con il suo Porto Franco, non ha bisogno di inventare una nuova legalità: possiede già un "software" internazionale (l’Allegato VIII al Tdp del 1947) che costituisce un’eccezione giuridica pre-esistente.
    Attualmente si parla di location per charter city non solo nella semidisabitata Groenlandia ma anche nel popolato Mediterraneo, possibilmente in Europa, oscillando tra Grecia, Cipro e Montenegro.
In quest’ ultimo paese sull’Adriatico, stretto alleato USA e membro della Nato, Vitalik Buterin (fondatore della criptovaluta Ethereum) ha ottenuto la cittadinanza nel 2022 e ha dato vita a Zuzalu -  una “pop-up city” sperimentale che nel 2023 ha riunito l'ecosistema tecnologico e finanziario affine alla visione di Thiel - avendo l’appoggio del primo ministro Spajić.
Un punto d’incontro non ufficiale,  ma importante, per la “comunità digitale” è anche il Week End Media Festival di Rovigno (Croazia) - vicinissima a Trieste - dove si è discusso informalmente anche di questi avveniristici progetti urbani.
Non si tratta di progetti di charter city definiti e imminenti, ma della manifestazione di una tendenza più ampia: la ricerca, da parte di capitali tecnologici ad alta intensità geopolitica, di luoghi in cui il quadro normativo possa essere riscritto o adattato, più rapidamente di quanto consentano gli Stati tradizionali.

    Qui Trieste, e specificamente porto vecchio (61 ettari con zona franca costiera riestendibile con semplice atto amministrativo a tutta l’area che avrebbe così, secondo l’Allegato VIII al TdP 1947, extraterritorialità doganale rispetto all’Italia e all’UE), viene letta come possibile piattaforma di sperimentazione istituzionale: non una città da “colonizzare”, ma un caso limite in cui un regime giuridico internazionale potrebbe essere riattivato o adattato per attrarre capitale umano (nomadi digitali) e tecnologico.
    Bisogna ricordare che Porto Vecchio era la location in cui negli anni ’90 del secolo scorso doveva sorgere, in regime di zona franca, il Centro Finanziario Off Shore, previsto dalla legge 19/1991 e caldeggiato da Generali, che molto ricorda l’attuale Dubai International Financial Centre con giurisdizione speciale ed anche l’Abu Dhabi Global Market.
    È un’area per cui già esiste un progetto di riqualificazione urbana della Costim, con partenariato pubblico-privato per 600 milioni, per il quale è imminente il bando di gara comunale. L’ipotesi che possa poi costituire lo scheletro edilizio di un più ambizioso progetto di charter city suscita timori legittimi, perché rischia di produrre enclave efficienti ma socialmente divisive.Tuttavia sarebbe probabilmente accolta con favore sia dai cittadini, perché creerebbe sviluppo e realizzerebbe il sogno della Singapore sull’Adriatico [6], sia dalla classe politica loca perché risolverebbe brillantemente il problema del pluridecennale abbandono di Porto Vecchio.  Alla fine, sarà solo un’area per ricchi anziani e per turisti o un polo mondiale di sviluppo tecnologico capace di attrarre investimenti e talenti?
Tuttavia, il solo fatto che Trieste possa venir presa in considerazione a vari livelli da potenti attori internazionali segnala una cosa: l’inerzia è essa stessa una scelta, e comporta una perdita progressiva di rilevanza.

Paolo Deganutti



 [3] Trattato di Pace del 1947 e suo Allegato VIII recepiti nell’ordinamento italiano anche in atti recenti come il Decreto congiunto del MIT e del MEF del 13 luglio 2017 sui Punti Franchi del Porto di Trieste: https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2017-07-31&atto.codiceRedazionale=17A05237&elenco30giorni=true

[4] HUFFINGTON POST “Trieste caput mundi. Trump, Cina e India: le mani delle potenze sul porto. Una business spy story” 18 Aprile 2025. Aggiornato alle 19:00 Un paio di mesi fa James Carafano era nel capoluogo giuliano. E’ il vicepresidente dell’ Heritage Foundation, potentissimo centro studi conservatore, nonché ispiratore del discusso Project 2025. Carafano prima è stato a Roma nel gennaio scorso per un evento in Senato e anche lì aveva ricordato di avere “tanti amici a Trieste”.
https://www.huffingtonpost.it/politica/2025/04/18/news/trieste_via_cotone_meloni-18993734/

[5]  La community di Praxis tende a frequentare palazzi storici del centro e club esclusivi. Negli anni passati sono stati segnalati incontri presso Villa Lontana (Via Cassia) o in zone centrali come Piazza di Pietra.

 [6] Vedi Limes 5/3/2019 “Trieste può diventare come Singapore’. Conversazione con Zeno D’Agostino, presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico Orientale (Trieste e Monfalcone).
Link:
https://www.limesonline.com/rivista/trieste-puo-diventare-come-singapore--14633084/

 

lunedì 30 giugno 2025

LA TECHNITAL DI ZENO D’ AGOSTINO NELLA PROGETTAZIONE DI INFRASTRUTTURE DEL PORTO GEORGIANO DI ANAKLIA SUL MAR NERO, SNODO STRATEGICO DEL “MIDDLE CORRIDOR” DELLA “VIA DELLA SETA”.


La “Via della Seta” continua a svilupparsi e crescere mentre il porto di Trieste è in forte calo per il dirottamento dei traffici della compagnia Maersk su Fiume e Capodistria e la crisi industriale europea indotta dall’ aumento del costo dell’ energia.

Il “Middle Corridor” connette la Cina all’Europa attraverso il Caucaso ed è a sua volta uno degli assi di terra della “Belt and Road Initiative” di Pechino.
La piena operatività del Porto di Anaklia si avrà entro il 2029 e questa infrastruttura strategica potrà collegarsi anche al porto iracheno di al- Faw sul Golfo Persico attraverso la “Development Road” fortemente voluta dalla Turchia. Anche ad al-Faw è operativa la Technital, azienda veronese di progettazione presieduta da Zeno D’Agostino che pare avere la capacità di inserisrsi nei nuovi punti nevralgici dei corridoi logistici eurasiatici.
Ovviamente i triestini sono comunque orgogliosi di vedere l’ ex-presidente dell’ Autorità Portuale di Trieste impegnato in porti strategici per l’ interconnessione dell’ Eurasia e, un po’ tutti, lo rimpiangono vedendo che la politica ha allungato le mani rapaci sul Porto Franco Internazionale di Trieste inducendo il commissario Gurrieri ad allontanare il segretario Torbianelli, che con D’ Agostino aveva collaborato, nonostante l' avesse appena nominato, .
Il controllo di Roma, e dei suoi danti causa d’ oltre oceano, sul nostro porto si fa sempre più stringente e oppressivo.
Mentre la crisi avanza constatiamo invece che la “Via della Seta”, abbandonata per le forti pressioni americane, cresce. E al suo posto ci viene proposto il bluff di una “Via del Cotone- IMEC”inesistente se non nel mondo dei sogni.
La costruzione fisica del nuovo porto di Anaklia dal 2023 è affidata alla joint venture guidata da China Communication Construction Company, braccio operativo della strategia della nuova Via della seta, cui oggi è affidata la costruzione assieme a China Harbour Investment Pte. Ltd (registrata a Singapore ma sussidiaria della stessa società statale cinese), con i subappaltatori China Road and Bridge Corporation e Qingdao Port International Co Ltd.
Le società cinesi manterranno il 49% della proprietà dello scalo, lasciando la maggioranza al governo georgiano.
“Trieste dormi, el mar se movi apena...”

venerdì 9 maggio 2025

PORTO DI TRIESTE: LA “VIA DELLA SETA” CACCIATA DALLA PORTA RIENTRA DALLA FINESTRA GRAZIE AL “MIDDLE CORRIDOR” DELL’ASIA CENTRALE.

Il Middle Corridor

       L’ 8 maggio scorso presso la sede dell’ Autorità Portuale di Trieste, alla presenza  dell’ Ambasciatore del Kazakistan, di rappresentanti del Ministero dei Trasporti kazako e del presidente del porto di Aktau sul Mar Caspio, si è svolta la presentazione del Middle Corridor- Titr: grande arteria commerciale dalla Cina alla Turchia e all’Europa.

      Il corridoio commerciale, che attraversa l’Asia Centrale, era nato come articolazione della Belt and RoadVia della Seta cinese ed ha ora individuato come terminal europeo il Porto Franco Internazionale di Trieste, come aveva già fatto la Via della Seta, bloccata dall’intervento americano, ed anche il progetto Via del Cotone- Imec che invece è ancora in alto mare.
      Il Middle Corridor –Titr è già operativo e trasporterà quest’anno  5 milioni di tonnellate di merci per arrivare a 11milioni nel 2030 mentre la Via del Cotone-Imec è rimasta solo un’ idea astratta partorita a Washington con intenti  geopolitici di contrapposizione alla Via della Seta cinese ed è ancora totalmente priva di finanziamenti e progetti esecutivi, nonchè funestata da guerre in Israele e adesso anche India .

     Per quanto riguarda i finanziamenti infrastrutturali al Middle Corridor-Titr  perfino  la UE ha deciso di intervenire con 10 miliardi di euro come comunicato al vertice inaugurale dell’ Iniziativa UE-Asia Centrale, svoltosi il 3 e 4 aprile scorso a Samarcanda, in Uzbekistan.
     Il Middle Corridor –Titr attraversa in intermodalità nave/ ferrovia cinque Paesi – Cina, Kazakhistan, Azerbaigian, Georgia e Turchia – per approdare in Europa attraverso il Porto di Trieste in cui già arriva il petrolio kazako che rappresenta il 30% del greggio pompato da Trieste alla Germania, Austria e repubblica Ceca. Via ferrovia la merce arriva ai porti turchi dove trova l’ Autostrada del Mare gestita da Dfds e Grimaldi, efficiente e operativa da decenni, per approdare infine al Porto Franco di Trieste che lavora per il 90% con l’area centro europea e per il 60% smistando merci inoltrate sulle rotte con la Turchia.
     
         Ma il Middle CorridorTitr ha una carta in più: il raccordo con la Development Road che unisce il porto di Al-Faw sul Golfo Persico (dove possono approdare merci dall’Indo-Pacifico) con i porti turchi serviti dall’ Autostrada del Mare verso Trieste, attraversando l’ Iraq in ferrovia.

La Development Road      

La Development Road, già parzialmente operativa e finanziata con 17 miliardi, è fortemente voluta dalla Turchia che vede l’ ipotetica Via del Cotone- Imec come il fumo negli occhi perché verrebbe tagliata fuori dai i flussi di traffico deviati su Israele e Arabia, benvisti dagli USA per i loro progetti egemonici su quello che ormai chiamano Indo-Mediterraneo.
        Infatti questi corridoi commerciali vanno considerati anche per la loro notevole valenza geopolitica: dal punto di vista meramente commerciale queste nuove arterie multimodali nave / ferrovia, notevolmente più veloci ma anche molto più costose rispetto ai trasporti solo marittimi, possono rappresentare solo una frazione stimata intorno al 15% dei traffici via mare perché convenienti solo per le merci molto urgenti. E’ assurdo pensare che possano sostituire completamente la rotta di Suez da tempo parzialmente bloccate dall’ attività degli Houthi sul Mar Rosso legata all’ intervento israeliano a Gaza.
      Il Middle Corridor –Titr rappresenta un fattore importante di sviluppo e coesione dell’Asia Centrale che, essendo principalmente turcofona, favorisce l’affermazione della Turchia come polo centrasiatico di un nuovo ordine multipolare. Così come contrasta il “disaccoppiamento” tra Europa e il resto orientale dell’Eurasia, Cina in particolare, perseguito dagli Stati Uniti.
     Inoltre con il raccordo con la Development Road,  che ha un terminal sul Golfo Persico, favorisce l’ integrazione anche dell’ India in questo contesto. Quella stessa India che gli americani corteggiano intensamente sperando di staccarla da Russia e Cina per integrarla con Israele e Arabia Saudita tramite la Via del Cotone-Imec.  Purtroppo per gli Stati Uniti si tratta di un progetto disfunzionale e commercialmente fallimentare destinato a restare nel mondo delle chiacchiere dei politici.

Netanyahu all' ONU presenta il cartello con la  Via del Cotone  "La Benedizione"

      E’ economicamente assurdo, ma geopoliticamente comprensibile vista la dipendenza dagli USA, che il Governo Meloni sia particolarmente preso dalla narrazione americana sulla Via del Cotone Imec facendone un tema importante della sua politica estera. Il ministro degli esteri Tajani ha annunciato per l’autunno prossimo a Trieste un summit dei ministri degli esteri dei paesi coinvolti, allargato ai paesi del Trimarium, baltici e polacchi in testa, evidenziandone così la valenza geopolitico-militare per il rafforzamento del fianco est della Nato.
     Questa postura del governo italiano contiene il grande rischio di isolamento del paese dagli indispensabili  traffici con la parte orientale e centrale dell’ Eurasia e di sottovalutazione dell’ importanza del Middle Corridor –Titr concentrandosi invece  sui miraggi della Via del Cotone – Imec  per scelta ideologica filoamericana.
     Meglio sarebbe sviluppare i rapporti con la Cina e riprendere quelli con la Russia, visto che le loro navi non sono attaccate dagli Houthi e possono mantenere e sviluppare la fondamentale rotta attraverso Suez e il Mar Rosso che continua a rimanere precaria per gli altri.

Paolo Deganutti

Articolo per la rivista "Pluralia" pubblicato in Italiano, Inglese, Cinese e Russo.






sabato 19 aprile 2025

TRIESTE “CAPUT MUNDI” O BOCCONCINO PER USA E NATO? "VIA DEL COTONE": IL PRIMO ACCORDO SIGLATO E’ MILITARE, NON COMMERCIALE. - Testo degli articoli


 

Trieste nuovamente sotto il riflettore internazionale

   L’Huffinghton Post Italia ci ha dedicato due articoli esaltando la” Via del Cotone” e spiegando i dettagli delle manovre in atto e informando della venuta a Trieste non solo di esponenti dell’ Atlantic Council americano ma anche del potentissimo
Heritage Foundation.

   Inside Over, specializzato in questioni  militari, ha annunciato che il primo accordo appena siglato da Francesco Maria Talò come inviato speciale per l’ Imec “Via del Cotone” è di natura militare: la Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza e la Society of Indian Defence Manufacturers hanno firmato a Roma un memorandum d’intesa per rafforzare la cooperazione nel settore Difesa. L’obiettivo del memorandum è quello di rafforzare la collaborazione tra le industrie della difesa d’ Italia e India. Se si tratta di commercio è solo commercio di ARMI, confermando quanto sosteniamo da tempo: Via del Cotone e Trimarium sono progetti di natura strategico militare spacciati per iniziative economiche per tranquillizzare l’opinione pubblica.
    Questo è l’ unico accordo concreto della fantasticata Via del Cotone, che qualcuno chiama “Via dell’ Oro” per mistificare ulteriormente, visto che NON ci sono né finanziamenti, né progetti concreti ma solo suggestioni confezionate a Washington.

    L’Huffinghton Post ha pubblicato anche un intervista a Kaush Arha che è il funzionario degli apparati securitari americani che ha dato l’avvio al coinvolgimento triestino venendo nella nostra città il giugno scorso. Arha, è “senior fellow” dell’ Atlantic Council, “senior advisor” per l'impegno strategico dell’USAID, l’agenzia d’influenza americana, appena sospesa perchè balzata in questi giorni agli onori della cronaca internazionale per le azioni di condizionamento all’estero, dove ha guidato il quadro globale dell'agenzia per contrastare le “azioni maligne” degli avversari degli Stati Uniti.
    Sgomenta apprendere che, insieme al suo accompagnatore Roa del National Interest, entrambi americani che non parlano una parola d’ italiano,
siede nel board del Trieste Summit, organizzazione formata da 12 imprenditori portuali di Trieste. Arha , ha presieduto il loro convegno "Trieste gateway of Imec (Via del Cotone)" alla Stazione Marittima di Trieste.

   Riportiamo sotto gli articoli citati che confermano in pieno quelli già pubblicati da noi fin dall’ agosto 2024.

   Per non dover ripetere i medesimi contenuti invitiamo chi volesse approfondire la complessa tematica a consultare i due libri di Paolo Deganutti:
Trieste porto franco internazionale o bastione militare della Nato? e Trieste e la guerra per le rotte commerciali mediorientali e per l’Istmo d’Europa”  le cui tesi sono pienamente confermate dallo sviluppo degli eventi.

 

1) HUFFINGTON POST

Trieste caput mundi. Trump, Cina e India: le mani delle potenze sul porto. Una business spy story

di Giulio Ucciero




Attorno allo scalo giuliano si gioca un bel pezzo di leadership commerciale. Trump e i suoi lo vogliono come terminale della via del Cotone, che porta merci da Mumbai fino alla mittel-Europa passando per i paesi arabi. Pechino lo voleva per la sua via della Seta mentre Orbàn se n'è preso un pezzo. La pressione dei trumpiani su FdI e Tajani. Intrighi e cordate nella città di frontiera

18 Aprile 2025 Aggiornato alle 19:00

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Ai tavolini del caffè degli Specchi in piazza dell’Unità a Trieste il dialetto locale, lo sloveno e il tedesco spesso si intrecciano. In questi ultimi mesi, però, un accento rumoreggia più di altri: quello americano: potreste tranquillamente inciampare in emissari di Washington impegnati a dialogare con politici locali e analisti geopolitici di fama internazionale. Siete nel punto d’arrivo della via del Cotone, il corridoio economico tra India, Medio Oriente ed Europa (IMEC), di cui anche Giorgia Meloni e Donald Trump hanno discusso ieri alla Casa Bianca. Non stupitevi dell’interesse statunitense per quella che talvolta bolliamo come città di confine: Trieste e il suo porto sono al centro non di una spy story, ma di tensioni geopolitiche tra grandi potenze. Le mire cinesi con la Belt and Road initiative, l’impegno di think tank americani come l’Heritage e l’Atlantic council, l’ingresso in città degli ungheresi, il traffico commerciale verso la Germania e i parlamentari italiani che volano in India: il via-vai triestino è incessante. 

Un paio di mesi fa James Carafano era nel capoluogo giuliano. E’ il vicepresidente dell’ Heritage Foundation, potentissimo centro studi conservatore, nonché ispiratore del discusso Project 2025. Carafano prima è stato a Roma nel gennaio scorso per un evento in Senato e anche lì aveva ricordato di avere “tanti amici a Trieste”. Un interesse non isolato, che ritroviamo nell’intervista rilasciata ad HuffPost da Kaush Arha, in cui ha suggerito a Meloni di dire a Trump: “Presidente, voglio che lei venga in Italia, a Trieste, e inauguri la nuova Golden Road che da qui raggiunge l'India”.

Arha fa parte dell’Atlantic Council, ascoltatissimo think tank repubblicano, ma è stato anche membro della prima amministrazione Trump. Il suo riferimento a Trieste non è scontato. E’ un martellante richiamo ai movimenti commerciali e geopolitici che si muovono sottotraccia. E che vedono una rete di organizzazioni internazionali e italiane alla finestra. Un paio di mesi fa Carafano e Arha hanno partecipato a un convegno del centro studi Machiavelli sul tema dell’IMEC. Il Machiavelli orbita in area leghista; un referente importante di quel mondo è Guglielmo Picchi, ex sottosegretario agli esteri durante il governo Conte I. Come del Carroccio è Marco Dreosto, senatore friulano e responsabile della Lega in regione. Non è un caso quindi che lo stesso Dreosto nel novembre del 2024 sia volato a New Delhi per prendere contatti con le controparti indiane.

Dreosto, Arha e altre personalità come Carlos Roa del Danube Institute di Budapest, siedono nel board del Trieste Summit, l’organizzazione degli imprenditori della città. Un mix di esperienze locali e internazionali, che sotto l’ala statunitense da qualche mese stanno spingendo sul dossier IMEC e quindi su Trieste.

La squadra, però, non sarebbe completa senza quello che molti definiscono come il più strenuo e autorevole sostenitore dell’iniziativa all’interno del parlamento italiano. L’ex ministro degli Esteri e ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, tra le altre cose, è presidente del gruppo di amicizia parlamentare Italia-India e più volte ha ribadito la centralità di Trieste nell’impianto commerciale che partirà, nei piani, dall’harbour di Mumbai. “Il timing c’è, la stabilità e la credibilità politica del governo Meloni possono fare la differenza in questa partita”, ha scritto il senatore di Fratelli d'Italia sul Messaggero, sostenendo che Trieste è “la nostra carta vincente”.  

Con Terzi, la “squadra triestina” è quasi al completo. Non va infatti dimenticata l’attenzione posta da un altro attento think tank italiano: Nazione Futura di Francesco Giubilei. Giubilei, oltre ad aver rapporti con l’Heritage, oggi ha scritto dell’IMEC sul Giornale e nel suo articolo, ha citato Vas Shenoy, chief representative per l’Italia della Camera di commercio indiana: “Le merci impiegheranno il 40% in meno e costeranno il 30% in meno”, spiega il rappresentante. Shenoy, ci viene spiegato, ha tessuto ottimi rapporti a Roma e a Trieste; anche lui gioca da protagonista in questo intreccio geopolitico.

La massima certificazione della rinnovata spinta al progetto, iniziato da Joe Biden e confermato da Donald Trump, è arrivata oggi dall’amministrazione americana. Alla Casa Bianca, Trump ha confermato di aver discusso con la premier Giorgia Meloni dell’IMEC, come spiega la dichiarazione congiunta dei due leader: "Gli Stati Uniti e l'Italia lavoreranno insieme per sviluppare il corridoio economico India-Medio Oriente-Europa, uno dei più grandi progetti di integrazione economica e connettività di questo secolo, che collegherà i partner tramite porti, ferrovie e cavi sottomarini e stimolerà lo sviluppo economico e l'integrazione dall'India, al Golfo, a Israele, all'Italia e fino agli Stati Uniti. Seguendo l'esempio del successo dell'approccio degli Accordi di Abramo del presidente Trump, gli Stati Uniti e l'Italia coopereranno su progetti infrastrutturali cruciali e valuteranno la possibilità di sfruttare il potenziale del Piano Mattei".

Non una sorpresa, visto che dopo la visita di Giorgia Meloni a Washington, la premier ha appena incontrato a Roma il vicepresidente americano J.D. Vance. E proprio Vance, dopo la Pasqua italiana, volerà a New Delhi per incontrare il governo indiano. Sul tavolo, non c’è dubbio, sarà ingombrante il dossier sulla via dell’Oro che proprio nell’India ha il suo punto d’inizio, anche e soprattutto in funzione anti-cinese.

Per capire l’eccezionalità di tutti questi movimenti, occorre tornare indietro di qualche anno. Il dossier IMEC è sul tavolo di Palazzo Chigi da un po’ di tempo. Almeno dal 9 settembre 2023, quando al G20 guidato dall’India alcuni Paesi hanno firmato un memorandum d’intesa ufficiale. Parliamo dei governi di Francia, Germania, Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, la Commissione europea, ovviamente l’India e l’Italia. Il contenuto dell’intesa recupera la “Partnership for global infrastructure and investment” che già nel 2022 immaginava una spesa da 600 miliardi di dollari. Risorse per strade, ponti, ferrovie. Un gigantesco piano che oggi prende il nome appunto di IMEC o, nella vulgata mediatica, di via del Cotone o nuova via dell’Oro.

L’IMEC nasce per scopi commerciali ma soprattutto geopolitici. È la risposta dell’amministrazione Biden e ora Trump alla Belt and Road Initiative, la via della Seta cinese. Il soft (e hard) power cinese comprensibilmente terrorizza l’Occidente: i governi africani, asiatici ed europei subiscono il fascino (economico) del Dragone, l’America non può stare a guardare.

Il governo italiano ha accettato la complicata sfida. Così, prima della visita di Antonio Tajani in India, dove si è discusso anche di IMEC, il ministro ha nominato l’inviato dell’esecutivo per l’IMEC: un paio di settimane fa il Tajani ha annunciato in Parlamento la nomina di Francesco Talo’, ambasciatore ed ex consigliere diplomatico di Giorgia Meloni, come emissario italiano per la nuova via del Conte. Talo’ dovrà far da spola tra l’India e gli altri partner dell’iniziativa, tra cui gli Stati Uniti. Un compito non facile, quanto necessario. Anche perché già la Francia, che vuole giocare un ruolo da protagonista con il porto di Marsiglia, quanto la Grecia, che con il Pireo sotto le mire cinese e Salonicco è alla finestra, avevano già indicato un loro referente.

Questo il progetto: la rotta parte dai terminal di Mumbai, la megalopoli che si affaccia sul Mar Arabico. Non sono i sacri tempi di Shiva a incuriosire Washington, ma la capacità dell’harbour e la vicinanza con Dubai, seconda tappa dell’IMEC. Quindi, Abu Dhabi e via ferro dritti a Riad, capitale dell’Arabia Saudita. La ferrovia attraverserà il deserto, tagliando il Regno di Giordania, fino a Israele: dal porto di Haifa le merci asiatiche salperanno in direzione Europa. Senza dilungarsi sulle difficoltà infrastrutturali, come costruire tanti chilometri di binari nel deserto saudita, l’intoppo geopolitico è evidente: lo scoppio della guerra a Gaza dopo il 7 ottobre 2023 ha raffreddato anche gli animi più entusiasti. Per questo è prevista anche la tratta via mare, dal canale di Suez, bypassando Israele ma non certo gli attacchi Houthi dello Yemen.

Il groviglio geopolitico obbliga chi lavora sul dossier a “non pensare attraverso tracciati obbligati”. Che sia tramite Israele o via mare, la via del Cotone passerà sicuramente nel Mediterraneo, fino ad inserirsi nell’Adriatico. Il porto di Gioia Tauro è sempre un utile punto di sosta per il transhipping, il trasbordo e lo smembramento dei container, ma la destinazione finale è Trieste. Da qui, nel crocevia tra le due Europe, il trasporto delle merci è favorito da un sistema ferroviario avanzatissimo (più di Genova, principale porto italiano): un’eredità asburgica che permetterà ai prodotti di Mumbai di raggiungere la Germania, fino ad Amburgo, ma soprattutto l’Est Europa. Le economie “crescenti” di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e persino Estonia sono così raggiungibili su ferro.

Senza nostalgie imperiali, Trieste tornerebbe così ad essere uno snodo imprescindibile nel commercio globale. Intanto, per la struttura del suo porto: molto profondo e con scarsa necessità di dragaggio, dispone di vari terminal, con tanto di piattaforma multimodale inaugurata qualche anno fa con i terminalisti di Amburgo e la partecipazione minoritaria cinese sempre in agguato. Poi, da Trieste parte l’oleodotto transaplino SIOT, che dal porto raggiunge l’Europa centrale. Infine, gli ungheresi hanno acquistato una zona abbandonata dello scalo portuale nel 2019 e puntano ad aumentare la loro presenza in Italia.

Un dettaglio non da poco visto che l’Ungheria di Viktor Orban è coinvolta in un altro progetto commerciale di ispirazione americana, ma in ottica anti-russa: il Trimarium. L’iniziativa dei Tre Mari è sostenuta soprattuto dalla Polonia, ma mette insieme 12 Stati: una rete capace di collegare il mar Baltico al Mar Nero, fino al Mediterraneo. “Inizialmente, si pensava di passare dalla Slovenia ma ora Trieste può essere la congiuntura perfetta tra questo progetto e l’IMEC”, spiega una fonte autorevole.

Lo scenario descritto è tanto imponente quanto ancora embrionale. Parlando con il lato italiano, gli entusiasmi vengono sopiti: i 600 miliardi indicati dal memorandum siglato anche dall’Italia esistono solo su carta, i progetti infrastrutturali vanno ancora definiti e non c’è una data di inizio e fine lavori. L’asset principale dell’Italia però rimane: la geografia, vera benedizione di Trieste.

Anche se il progetto per ora esiste solo su carta, in città si respira già un’aria diversa. Lo confermano fonti triestine. La spinta politica è “fortissima” e gli imprenditori “sono molto attenti ai nuovi investimenti di MSC su Trieste”. Se non bastasse l’entusiasmo, un segnale politico è arrivato da Antonio Tajani. Il ministro degli Esteri, da poco tornato da una missione in India, ha annunciato un vertice ministeriale a Trieste entro l’anno. Per capire il futuro della città e del suo porto bisognerà stare lì, passeggiando sui moli del porto della città. L’India, forse, sarà più vicina.

 2) INSIDE OVER


 ITALIA E INDIA, COLLABORAZIONE SEMPRE PIÙ STRETTA ANCHE NELLA DIFESA

DifesaEconomia /

17 Aprile 2025

 I rapporti tra il nostro Paese e l’India, potenza in ascesa che guarda a Occidente, si fanno sempre più forti. Dopo la nomina dell’ambasciatore Francesco Maria Talò come inviato speciale per il progetto del Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (Imec- Via del Cotone), un’importante iniziativa per favorire l’espansione delle esportazioni lungo la direttrice indo-mediterranea della Via del Cotone, giunge la notizia che la Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza e la Society of Indian Defence Manufacturers hanno firmato a Roma un memorandum d’intesa per rafforzare la cooperazione nel settore Difesa. L’obiettivo del memorandum è quello di rafforzare la collaborazione tra le industrie della difesa di Italia e India, e promuovere una partnership duratura che permetta di sviluppare iniziative comuni e condividere opportunità industriali nei rispettivi mercati.

La firma del documento d’intesa è avvenuta a margine dell’11° Comitato Bilaterale Italia–India, organizzato dalla Direzione Nazionale degli Armament presso Palazzo Guidoni a Roma, alla presenza del Defence Secretary indiano, Rajesh Kumar Singh, e dell’Ambasciatore dell’India in Italia, S.E. Hon’ble Vani Rao. Per l’Italia ha partecipato il Direttore Nazionale degli Armamenti vicario, la dott.ssa Luisa Riccardi. Il documento fa seguito alla considerazione delle “dieci priorità strategiche di collaborazione tra Italia e India nel comparto Difesa” già definite nell’Italy-India Joint Strategic Action Plan 2025–2029, sottoscritto in occasione del G20 di Rio de Janeiro lo scorso novembre.

Tra i principali punti dell’accordo, come reso noto dalle fonti, vi è l’istituzione di un “gruppo di lavoro congiunto” che si riunirà annualmente per individuare le aree di cooperazione strategica su cui focalizzare l’impegno comune, avviare una stretta collaborazione tra i rispettivi Governi e contribuire a creare un ecosistema “favorevole al commercio bilaterale“, nonché facilitare il dialogo tra le imprese operanti nel settore. Questo dimostra ancora una volta come l’Italia sia un interlocutore apprezzato dal governo di New Delhi.

Le nuove opportunità

Oltre alla firma del memorandum, i rappresentanti della Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza hanno svolto anche il ruolo di coordinatori per una serie di incontri Business-to-Business tra 12 aziende italiane e altrettante controparti indiane. L’obiettivo, anche in questo caso, è stato quello di esplorare opportunità di collaborazione concrete nei settori più strategici del comparto Difesa.

La firma del memorandum d’intesa con i rappresentanti della Society of Indian Defence Manufacturers rappresenta un passo significativo nel percorso di rafforzamento della cooperazione bilaterale nel settore della difesa e della sicurezza“, ha dichiarato Carlo Festucci, Segretario Generale della Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza. Ricordando come l’India sia per l’Italia “un partner solido e affidabile”.

La firma del memorandum rappresenta l’ennesima tappa fondamentale per rafforzare l’interoperabilità e la cooperazione internazionale nell’area Indo-pacifica, elementi imprescindibili per garantire pace, stabilità e prosperità. Dopo i progressi dell’iniziativa Imec, quindi, anche in materia di Difesa, Roma e Nuova Delhi procedono di comune intesa.


3) HUFFINGTON POST



Kaush Arha: "Meloni sia il perno della Via dell'oro indo-mediterranea che vuole Trump"

di Giulio Ucciero

Intervista al senior fellow dell’Atlantic Council di Washington, think tank del mondo Repubblicano, che ha lavorato nella prima amministrazione Trump: "Il presidente ha promesso insieme a Modi la creazione di una rotta commerciale dall'India a Israele, fino all'Italia. Meloni gli chieda di venire a Trieste a inaugurarla. Dazi? È la leader europea più credibile per trattare con lui"

17 Aprile 2025 alle 10:42

“Il tempismo di Meloni è ottimo, Trump vuole chiudere un accordo con tutti e anche con l’Europa”. Kaush Arha è senior fellow dell’Atlantic Council di Washington, think tank del mondo Repubblicano, e ha lavorato nella prima amministrazione Trump. Esperto di Cina, è molto attento anche all’Italia: "Usa e Ue uniscano le forze contro la minaccia più grande: la distorsione del mercato cinese". A poche ore dall’incontro tra la premier e il presidente americano, Arha, che è stato un membro della prima amministrazione Trump, parla con HuffPost: “Se fossi Meloni, rassicurerei Trump sul ruolo dell'Italia come partner indispensabile degli Usa nel Mediterraneo". Poi Arha insiste sulla "nuova via dell'Oro indo-mediterranea" che va dall'India all'Italia: "Deve chiedere a Trump di venire a inaugurarla in Italia, ma dovete spendere di più in difesa".

Oggi Giorgia Meloni sarà alla Casa Bianca. Cosa dobbiamo aspettarci dall'incontro con il presidente americano Donald Trump?
L'incontro tra la premier Meloni e il Presidente Trump cade nel momento giusto. Sia gli Stati Uniti che l'Europa hanno sospeso l'aumento dei dazi per trovare un terreno comune. Sembra esserci un forte interesse nazionale su entrambe le sponde dell'Atlantico per arrivare a un accordo commerciale.

Crede davvero che sia così?
Stiamo parlando delle due maggiori economie integrate. Il loro livello di integrazione è sostanzialmente superiore a quello di entrambe le economie rispetto alla Cina. È nell'interesse nazionale di Stati Uniti ed Europa lasciarsi alle spalle la disputa commerciale, arrivando a un'armonizzazione tariffaria e unendo le forze per affrontare collettivamente una minaccia molto più grande: la distorsione del mercato cinese e il mancato rispetto delle regole.

Come può avvenire questa armonizzazione tariffaria?
Non si parla solo di tariffe, ma anche di barriere non tariffarie che sono intrinsecamente normative. Bisogna considerare anche questo aspetto.

Possiamo raggiungere l'accordo "zero per zero"?
Questo è ciò che ha detto Elon Musk. Non lo so, ma credo che oggi i segnali da entrambe le parti siano molto migliori. Per la Meloni è meglio venire oggi che qualche mese fa. C'è molto spazio per un buon accordo prima di arrivare a zero tariffe. 

Trump vuole davvero concludere un accordo con l'Europa?
Il presidente Trump è uno che fa affari, a cui piace chiudere accordi con tutti. Vuole firmare un 
deal con la Russia, con l'Iran, con Hamas, con tutti. Quindi gli piacerebbe molto farne uno anche con l'Europa. Meloni è nella posizione di facilitatrice, può far sì che ciò accada. Potrebbe trovarsi in una posizione unica: la leader nazionale europeo più adatta a ricoprire questo ruolo.

Perché Trump ha iniziato questa battaglia con l'Europa?
L'Ue e gli Stati Uniti rispettano le stesse regole economiche internazionali, ma hanno opinioni diverse su come queste regole vengono interpretate e applicate. Si tratta di un disaccordo sostanzialmente molto diverso da quello che l'America ha con la Cina e che anche l'Europa ha con la Cina. 

Quindi, ritorniamo all'obiettivo principale: la Cina.
Gli Stati Uniti e l'Europa sono seduti alla stessa parte del tavolo quando discutono delle differenze che hanno con la Cina sulle questioni commerciali. Anche Ursula von der Leyen lo capisce. 

Un mancato accordo con l'Ue può aprire la strada a un avvicinamento tra Europa e Cina? C'è questo rischio?
Potrebbe trattarsi di una reazione emotiva di alcuni europei, ma qualsiasi valutazione a sangue freddo degli interessi nazionali e dell'autonomia strategica europea la precluderebbe. Se l'Europa non ha imparato nulla dai suoi stretti rapporti economici con la Russia e vuole ripetere lo stesso errore con la Cina, allora si troverà in una posizione molto peggiore.

Crede che Meloni possa essere l'interprete giusto? Che possa trasmettere questo messaggio?
Sì, può farlo. Ha un buon rapporto di lavoro con la Commissione europea e si spera che abbiano parlato prima che lei venisse a questo incontro. Meloni comunicherà un messaggio credibile, pragmatico e realista per assicurarsi che il comportamento distorsivo del mercato cinese venga fermato.

Quindi, non si tratta solo di un incontro bilaterale tra Italia e Stati Uniti, ma uno tra Europa e Stati Uniti?
Può portare entrambe le questioni. Del messaggio europeo abbiamo detto. Per quanto riguarda quello nazionale, dovrebbe ribadire che l'Italia è il partner strategico indispensabile dell'America nel Mediterraneo.

Cosa intende?
Se fossi la Meloni, rassicurerei Trump sul ruolo dell'Italia come partner strategico indispensabile degli Usa nel Mediterraneo e come ancora europea per la nuova via dell'Oro indo-mediterranea. 

Ci dica di più.
Trump ha annunciato di voler inaugurare una nuova Età dell'oro per l'America. Ha anche promesso, insieme al premier indiano Modi, la creazione di una rotta commerciale dall'India a Israele, fino all'Italia. Il primo ministro Meloni potrebbe dire: “Presidente, voglio che lei venga in Italia, a Trieste, e inauguri la nuova Golden Road che da qui raggiunge l'India”.

L'Italia dovrebbe spendere di più soldi in America?
Gli affari dell'Italia con l'America sono già in crescita. Investite molto qui, ma si può sempre fare di più. L’Italia dovrebbe anche sollevare la questione di un’Europa libera. Quindi, parlare dell'apertura del Mediterraneo orientale e di un mar Nero libero e aperto. Un accordo di pace con l'Ucraina che trasformi il Mar Nero un lago russo sarebbe dannoso per la regione e per gli interessi americani.

Parliamo di spese militari. L'Italia, è ancora ferma all'1,5% della spesa per la difesa sul PIL. Il governo ha promesso di arrivare al 2% entro il prossimo vertice NATO di giugno. Sarà sufficiente? Dobbiamo crescere ancora di più? Forse al 3%, al 3,5% o addirittura al 5%, come chiede Trump agli alleati europei?
L'1,5% non è sufficiente, il 2% non è più sufficiente. Deve essere di più. L’Italia ha chiesto alla Commissione europea di allentare le regole affinché i Paesi possano investire di più in i militari. La Commissione sembra impegnarsi a farlo e quindi l'Italia dovrebbe agire di conseguenza. Questo anche perché possiate svolgere il ruolo spiegato prima nel Mediterraneo e anche a sud per la Nato.

E serviranno più investimenti nella marina, giusto?
Esattamente. L'Italia ha bisogno di una marina molto più potente, non solo mezzi con equipaggio ma anche senza equipaggio, per proteggere le infrastrutture critiche nel Mediterraneo. Anche perché l'aumento della spesa in aziende come Fincantieri avrà un impatto positivo sull'economia italiana, sull'occupazione e sulla crescita del territorio.

Lei ha lavorato nella prima amministrazione Trump, in USAID. Perché il presidente ha deciso di tagliare i fondi a questa agenzia? E questa decisione apre spazi al soft power cinese?
Innanzitutto, l'USAID rappresentava il meglio dell'America. Le persone che lavoravano per l'USAID erano patrioti straordinari e molti di loro hanno perso la vita servendo il Paese. L'impegno degli Stati Uniti nei confronti delle nazioni partner deve adattarsi ai tempi che viviamo. È il momento di passare dall'assistenza allo sviluppo alle partnership economiche. I paesi in via di sviluppo di un tempo ora sono economie emergenti e vanno trattati come tali. USAID, in stretto coordinamento con il Dipartimento di Stato, sta attuando questo cambiamento di paradigma. Non è molto chiaro quale sarà la nuova versione dell'USAID, ma vedremo. Se tutto andrà bene, ci sarà meno spazio per Cina, Russia e altre potenze avversarie.

Qual è la sua opinione su Giorgia Meloni e il governo Meloni?
Ci sono due aspetti che saltano all'occhio quando si esamina il governo Meloni. Uno è la stabilità politica che ha portato all’Italia, garantendo al Paese la flessibilità e la statura per svolgere un ruolo strategico in Europa e nelle relazioni transatlantiche.

Il secondo?
Dall'esterno vediamo che i media di sinistra ritraggono Meloni in un certo modo, ma quando si considerano le sue politiche si scopre che è una leader realista e molto pragmatica.

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Chi volesse approfondire la complessa tematica può consultare i due libri di Paolo Deganutti:
Trieste porto franco internazionale o bastione militare della Nato? 
e 
Trieste e la guerra per le rotte commerciali mediorientali e per l’Istmo d’Europa”