DIBATTITO SU QUESTIONI INTERNAZIONALI PER UNA CITTA' INTERNAZIONALE

domenica 2 agosto 2026

IL CASO SASENO: COSÌ PERDIAMO LE CHIAVI DELL’ADRIATICO di Paolo Deganutti - Limes n°7-2026

 


L’isola albanese da cui si controlla il Canale d’Otranto è finita nelle mani di Jared Kushner, genero di Trump e amico di Netanyahu. Lo snodo strategico fra Medio Oriente e Nord Europa, via Trieste, è centrale per l’Italia. I rischi del doppiopesismo europeo.
di Paolo Deganutti
Pubblicato in: LIMES- GLI STRETTI INDISPENSABILI - n°7 - 2026



1. L’Adriatico ha un solo ingresso. Da duemila anni chi controlla il Canale d’Otranto controlla l’accesso al mare più vicino all’Europa centrale – dunque alle pianure danubiane, alla Mitteleuropa produttiva, ai porti dell’Alto Adriatico. Per questa ragione l’isola superfortificata di Saseno (Sazan) è stata veneziana, ottomana, italiana, comunista albanese, Nato. Ogni potenza intenzionata a tenere in mano l’Adriatico settentrionale ha capito che Saseno era il nodo.

Sul lato orientale del Canale d’Otranto, largo appena 70 chilometri, a guardia dell’imbocco della Baia di Valona, si trova quest’isola di 660 ettari di roccia scavata, visibile nelle giornate limpide dalle coste pugliesi. Per un quarto di secolo, dal 1920 al 1947, la Regia Marina italiana la presidiò per il suo valore strategico. Saseno era il tappo dell’Adriatico, il punto da cui si poteva controllare o interdire l’intero traffico. L’Albania comunista la trasformò in fortezza: circa 3.600 bunker e gallerie anti-atomiche, approdi sicuri per navi militari e sommergibili, una base chiusa al pubblico fino al 1992. Quella struttura non è mai stata bonificata né smantellata: i tunnel e i bunker sono intatti sotto la roccia. Chi conosce la storia adriatica sa che la posizione non perde valore strategico per il solo fatto di essere venduta a un fondo d’investimento. Cambia solo di mano – ma la mano conta.

Per questo canale passano le petroliere destinate all’oleodotto transalpino Tal, che dal porto di Trieste alimenta il 100% del fabbisogno energetico di Baviera e Baden-Württemberg (il 40% dell’intera Germania), il 100% della Repubblica Ceca e il 90% dell’Austria. Vi transita anche l’«autostrada del mare» che collega la Turchia a Trieste: il 60% delle esportazioni turche verso l’Europa usa questa rotta. Vi passano anche merci cinesi giunte nei porti turchi attraverso il corridoio centrale delle nuove vie della seta. Chi controlla Saseno ha la mano sul rubinetto dell’Europa centrale.


Oggi quell’isola è al centro di un’operazione immobiliare da 1,5 miliardi di dollari per trasformarla in resort di lusso, cui si aggiungono altri 3 miliardi per la costa prospiciente, cara agli ecologisti. Dietro c’è l’Affinity Partners di Jared Kushner, genero di Trump, legato strutturalmente agli ambienti israeliani e personalmente a Netanyahu. I capitali provengono dai fondi sovrani di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar.

Da tempo negli Stati Uniti il confine tra apparato statale e capitalismo privato è diventato sempre più evanescente: Palantir, SpaceX, ora Affinity Partners. Si può ragionevolmente definire quella di Saseno un’operazione immobiliare solo privata? Anche se appartiene allo stesso ambiente imprenditoriale-politico della famosa Riviera di Gaza?

Il governo albanese di Edi Rama – uno dei leader più allineati all’asse Washington-Gerusalemme che esista oggi in Europa, con forniture militari dall’israeliana Elbit Systems, un gruppo parlamentare Amici di Israele istituito nel novembre 2025 e una visita ufficiale a Netanyahu nel gennaio 2026 – appoggia il progetto a spada tratta, malgrado le massicce proteste all’insegna dello slogan «l’Albania non si vende». Una parola d’ordine che sembra alludere più alla geopolitica e alla sovranità nazionale che all’ecologia. La domanda che nessun governo europeo si pone ad alta voce è semplice: può una posizione strategica cessare di esserlo per il solo fatto di cambiare, formalmente, destinazione urbanistica? Specie in un quadro geopolitico in rapida evoluzione, con molti analisti che paventano un futuro scontro tra Turchia e Israele, mentre l’alleanza tra America ed Europa è assai più che scricchiolante.

2. Per capire la posta in gioco bisogna abbandonare il registro immobiliare e tornare alla carta nautica. Saseno comanda il Canale d’Otranto e l’imbocco della Baia di Valona, la rada più profonda e riparata dell’Albania, già dotata di basi nascoste per sommergibili, che i piani energetici in corso stanno rendendo hub del gas per i Balcani. La preoccupante verità è che Saseno può trasformarsi in poche ore da resort turistico a base per droni – aerei e marittimi – e missili. O essere entrambe le cose contemporaneamente, grazie alle imponenti strutture sotterranee già esistenti.

L’operazione è un manuale di come si acquisisce influenza strategica senza che nessuno possa chiamarla con il suo nome. La faccia è americana: Jared Kushner e il suo fondo Affinity Partners. La cassa è del Golfo: Affinity gestisce quasi 6 miliardi di dollari, alimentati in misura preponderante dai fondi sovrani di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar. Non si tratta di investitori privati in cerca di rendimento ma di strumenti di politica economica estera di tre petromonarchie.

Il legame con la rete israeliana è strutturale, non personale. Lo stesso fondo Affinity possiede quasi il 10% di Phoenix Holdings, il maggiore gruppo assicurativo-finanziario israeliano, coinvolto nel finanziamento di infrastrutture negli insediamenti della Cisgiordania e sul Golan. Kushner ha dichiarato più volte di voler costruire un corridoio d’affari tra Arabia Saudita e Israele attraverso il progetto Imec. Non è solo una scommessa economica ma l’ossatura di un riallineamento regionale che punta a normalizzare il rapporto tra le petromonarchie del Golfo e Gerusalemme, ridisegnando le geometrie di potere nel Mediterraneo. Un progetto messo in difficoltà dalla fallimentare guerra israelo-americana all’Iran ma non abbandonato. Acquisire una posizione strategica all’imbocco dell’Adriatico non è, in questo contesto, una banale iniziativa immobiliare: è un tassello di architettura geopolitica. In questo senso l’operazione Saseno non è separabile dalla Riviera di Gaza e dagli altri progetti di Kushner nel Mediterraneo orientale.



L’operazione è costruita in modo opaco. Strutture societarie annidate in Olanda, soci albanesi con quote inferiori alla soglia di trasparenza obbligatoria, identità dei beneficiari effettivi che nessun registro pubblico può restituire con certezza.

3. Tra il 2017 e il 2023 gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni sistematiche per scongiurare la presenza commerciale cinese nel porto di Trieste e nelle infrastrutture strategiche italiane. La dottrina era chiara: un terminal commerciale gestito da un operatore cinese – Cccc a Trieste, Cosco al Pireo e ad Amburgo – non è solo un investimento industriale. È una posizione. Può diventare un punto di raccolta d’intelligence, un nodo di sorveglianza, una leva di pressione in caso di crisi. Il concetto chiave era e resta il dual use: l’infrastruttura civile che, per posizione e/o natura tecnica, può essere rapidamente convertita a fini militari o d’intelligence senza modifiche sostanziali. Il porto franco di Trieste conosce bene questo dibattito: l’intesa con Cccc del 2019 fu ridimensionata e abbandonata anche dietro pressione americana.


Ora poniamo la domanda che la diplomazia europea evita. Se il dual use di un terminal commerciale cinese in un porto adriatico era inaccettabile, come si qualifica il controllo «privato» di un’isola con 3.600 bunker militari intatti, eliporti naturali utilizzabili da droni, acque profonde adatte all’attracco di navi e sommergibili e una posizione che sorveglia l’unico passaggio tra l’Adriatico e il Mediterraneo?

La differenza rispetto al caso cinese non è strutturale: è politica. I cinesi erano stati dichiarati avversari strategici. Kushner è il genero del presidente americano, legato a doppio filo a Israele; Netanyahu frequentava abitualmente la famiglia di Jared, ebrea ortodossa.

La doppia asticella non è solo una questione di coerenza intellettuale: è un segnale che il resto del mondo multipolare legge con attenzione, perché le regole che si applicano selettivamente in base all’identità dell’operatore cessano di essere regole e diventano strumenti di potere.

La crisi del Mar Rosso ha dimostrato come siano bastate le modeste risorse degli ḥūṯī per interdire Bāb al-Mandab e far schizzare i costi assicurativi globali – effetto che si mantiene anche in assenza di attacchi effettivi. Situazione confermata a Hormuz. Sperando che non lo sia a Otranto grazie a Saseno.

Gran parte degli analisti concorda sul fatto che, in un quadro geopolitico in rapida evoluzione, la propabilità di uno scontro diretto tra Israele e Turchia sia sempre più alta. Esponenti di primo piano della politica israeliana – tra cui gli ex premier Naftali Bennett e ministri come Miki Zohar e Amichai Chikli – hanno indicato la Turchia come il principale avversario strategico di Israele insieme all’Iran. Si delineano già tensioni intorno a Cipro fra l’asse greco-israeliano e Ankara. Eppure a Bruxelles, Berlino e Roma non sembrano preoccuparsi del rischio che l’«autostrada del mare» Trieste-Turchia corre in uno scenario di escalation con Saseno sotto controllo di gruppi israelo-americani legatissimi ai rispettivi governi.

E che ne sarebbe del traffico di petroliere che alimenta l’Europa centrale attraverso Trieste in caso di forti contrasti, tutt’altro che improbabili, tra paesi europei e Stati Uniti riguardo alle forniture di petrolio o di gas? Basterebbe, con banali allusioni e minacce, far aumentare i costi assicurativi di queste rotte per bloccarle.

4. La dimensione energetica di questa partita è centrale, come dimostrano le petroliere in transito destinate all’oleodotto transalpino di Trieste. E c’è anche il gas. Il Tap (Trans Adriatic Pipeline) è operativo dal 2020 e trasporta in Italia il gas azero del giacimento Shah Deniz II attraverso Grecia e Albania fino a San Foca, nel Salento pugliese, da dove entra nella rete Snam. Una quota crescente del gas che raggiunge Nord Italia, Austria e Baviera attraverso i gasdotti transalpini è gas azero entrato da quel fondale adriatico.


Saseno sorveglia l’accesso marittimo al corridoio. La Baia di Valona – di cui l’isola presidia l’imbocco – è il cuore del sistema energetico che si sta costruendo sulla costa. Una condotta collegherà il punto di uscita del Tap allo hub di Valona (finanziamento approvato nel 2025) e il gasdotto Ionico-Adriatico da Fier risalirà la costa verso Montenegro, Bosnia e Croazia, facendo di Valona il nodo di distribuzione del metano del Caspio per un’intera regione. In questo disegno compare Snam. L’Italia partecipa all’opera come azionista e come terminale. Ma non disegna la mappa.

Parallelamente, il progetto EastMed – quasi 2 mila chilometri di tubi per portare in Europa il gas dei giacimenti israeliani Leviathan e Tamar – punta su un approdo pugliese, nei pressi di Otranto. Chi controlla Saseno ha visibilità e potenzialmente leva su tutta questa architettura energetica. In un sistema in cui le alleanze sono sempre meno scontate, chi presidia fisicamente quello snodo tiene in mano una leva reale, indipendentemente da quale bandiera batta sulla porta del resort.

5. C’è un paradosso che l’Unione Europea non vuole vedere. Si presenta al mondo come campione della libera circolazione di merci, capitali, persone. Eppure nell’Adriatico e nei Balcani quella libera circolazione è esposta a rischi di blocco strutturale che Bruxelles non legge come tali perché i soggetti che li determinano sono «alleati» – anche se sempre meno si comportano come tali.

Il caso Saseno è eloquente. Ma lo è anche la ferrovia Belgrado-Budapest, spina dorsale terrestre della via della seta europea: dal porto del Pireo – dove la cinese Cosco controlla il principale scalo – verso nord attraverso i Balcani fino al cuore manifatturiero dell’Europa centrale. La linea è stata costruita con quasi 3 miliardi di euro investiti da Pechino e progettata per velocità fino a 200 chilometri orari. La tratta serba è già operativa e il primo trasporto merci sull’intero asse è stato effettuato in primavera. Ma il nuovo governo ungherese di Peter Magyar – esplicitamente filo-europeo, sicché Bruxelles lo saluta come «vittoria della democrazia liberale» – ha subito bloccato l’avvio dei treni passeggeri sulla tratta ungherese adducendo questioni tecniche. E ha annunciato l’intenzione di riesaminare i contratti con Pechino. Uno dei primissimi atti internazionali concreti del governo è stato frenare la principale infrastruttura di connessione cinese nei Balcani, utile a tutti.

La libera circolazione vale quando conviene. I rischi di blocco si combattono quando riguardano la Cina e si ignorano quando concernono il Canale d’Otranto. Non è incoerenza accidentale: è la rappresentazione fedele di chi, in questo momento, tiene la cornice.

Per l’Italia la questione è particolarmente rilevante. Metà delle sue coste e porti importanti come Trieste, Venezia e Ravenna si trovano sull’Adriatico. Eppure la risposta finora è stata il silenzio. Roma è il primo partner commerciale dell’Albania – dove operano tremila imprese italiane – ha firmato nel 2025 un accordo di cooperazione che copre dieci settori e ha fatto del paese uno hub per la gestione dei migranti. Il governo albanese di Rama tiene insieme tre cerchi: Washington (Kushner/Trump), Gerusalemme (Netanyahu/Elbit), Roma (Meloni/accordo migranti). Eppure sulla rada di Valona, a settanta chilometri dalla costa pugliese, l’Italia non ha voce come soggetto geopolitico. Così come in Libia.


Trieste è il punto in cui questa assenza diventa più visibile e costosa: il nodo dove le rotte mediterranee incontrano la Mitteleuropa, l’oleodotto Tal parte verso le Alpi, l’«autostrada del mare» approda provenendo dall’Asia Minore. Tutto ciò che si decide sul Canale d’Otranto ricade direttamente sulla sicurezza del porto franco triestino. Eppure Trieste non compare nel dibattito su Saseno. Non nelle dichiarazioni del governo italiano, non nelle analisi dell’Unione Europea. La catena causale tra il chokepoint meridionale e il nodo settentrionale dell’Adriatico è invisibile a chi dovrebbe vederla per primo.

6. Il Mediterraneo che emerge dalla crisi dell’ordine unipolare non è governato da un unico centro: è uno spazio di competizione tra l’asse energetico israelo-­ellenico, l’espansione turca nel Mediterraneo meridionale (Tripolitania, Siria), le infrastrutture cinesi nei Balcani, i fondi del Golfo in cerca di posizioni, la perdurante crisi dei traffici via Suez per motivi assicurativi.

In questo spazio l’Italia si trova come terminale passivo – energetico, geografico, portuale – di decisioni prese altrove. Non è una condizione inevitabile: è una scelta. E la posta – il porto franco di Trieste, con l’oleodotto che alimenta mezza Europa centrale, le rotte che attraversano il Canale d’Otranto, il gas che scorre dal Caspio ai gasdotti alpini – è abbastanza concreta da meritare, almeno, di essere nominata.


N.B. Il numero di LIMES- GLI STRETTI INDISPENSABILI (n°7 - 2026 in edicola e libreria il 4 agosto) contiene altri articoli di grande interesse per Trieste: "Una strategia per Trieste", "Alto Adriatico: la guerra dei porti nel mare turco" e alcuni riferimenti nell' editoriale del direttore Lucio Caracciolo.







martedì 10 marzo 2026

Dall’Anticristo a Trieste: la zona d’eccezione che attira la tecnodestra americana


Dalle lezioni di Peter Thiel a Roma al progetto per il
Porto Vecchio di Trieste

Dal 15 al 18 marzo 2026, a Roma, Peter Thiel parlerà di Anticristo e Apocalisse a una platea rigorosamente selezionata dalla promotrice “Acts 17” in una location ancora segreta (La Stampa indica la prestigiosa location dell’Angelicum - Pontificia Università di San Tommaso d'Aquino)[1].

    Il calendario romano di Thiel si aprirà domenica 15 marzo con un raduno riservato della community della Praxis Society: un evento di networking informale, tra sundowner e cene private, concepito per accogliere i 'pionieri' e gli investitori giunti in città prima del debutto ufficiale delle lezioni di Peter Thiel.

     Thiel considerato il ”guru della tecnodestra americana”, non è un filosofo-teologo o solo un potente investitore tecnologico di primo piano, ma uno degli snodi più influenti tra capitale, innovazione, potere politico (amministrazione Trump) e apparati strategici statunitensi.

Cofondatore di PayPal, fondatore di Palantir adottato dai Servizi di diversi stati e sostenitore di progetti avanzati nei settori della difesa (Anduril), dell’intelligenza artificiale e dell’analisi dei dati. Nonché mentore e finanziatore (ufficialmente 15 milioni) del vicepresidente americano J.D.Vance. 

    Molti sono sorpresi del suo arrivo in Italia per lezioni sull’Anticristo che intrecciano interessi politici, teologia politica e business.

Ecco un’estrema sintesi delle sue posizioni definibili come “libertarian” e “accelerazioniste”di uno sviluppo tecnologico senza limiti e controlli: chiunque si opponga al progresso tecnologico e scientifico anche “transumanista“ in nome della paura del trionfo della macchina sull’uomo, della distruzione climatica, chiunque si ponga come una minaccia culturale alla libertà assoluta del mercato e dell’individuo, costui è l’Anticristo. Cina in primis perché pretende di soggiogare l’economia di tipo capitalista all’interesse collettivo rappresentato dal Partito-Stato.

    La presenza di Thiel a Roma è da ricondursi anche alla ben nota fascinazione della tecnodestra americana, da Thiel a Musk, per il mito dell’Impero Romano e Cesare che si esprime anche nella promozione  di un'estetica architettonica definita “Heroic Futurism” che sembra riattivare quel cortocircuito tra Futurismo e Romanità che fu caro al razionalismo del Ventennio. Non si tratta di una banale nostalgia, ma di una strategia comunicativa: fondere la stabilità del marmo imperiale con la velocità del silicio.

    Ma l’influenza della tappa italiana di Thiel pare estendersi oltre a Roma.

    Infatti a Trieste circolano voci sul potenziale interesse per lo speciale status del suo Porto Franco Internazionale di ambienti imprenditoriali e finanziari che promuovono l’idea di Charter City o Network State - che gravitano attorno a Peter Thiel e a Praxis - e che avrebbero avviato prospezioni riservatissime nella città giuliana.

    Praxis è un’organizzazione, che Thiel finanzia tra gli altri attraverso i suoi Founders Fund e Pronomos Capital, che mira a costruire nuove Città-Stato hi-tech: vere e proprie città fondate da una comunità di "pionieri" (programmatori, artisti, imprenditori e investitori) dotata di una giurisdizione privata.

    Praxis progetta una Charter City (si parla spesso di zone franche nel Mediterraneo) cioè un'unità urbana autonoma istituita su un territorio concesso da uno Stato ospitante, il cui fondamento culturale — teorizzato dal nobel per l’economia Paul Romer ex capo economista della Banca Mondiale e Premio Nobel per l’ Economia 2018  e da Balaji Srinivasan influente teorico della Silicon Valley libertarian di destra — risiede nell'idea che lo sviluppo economico non dipenda dalle risorse naturali, ma dall'adozione di "regole del gioco" (istituzioni, leggi e sistemi giudiziari) superiori e indipendenti, capaci di attrarre capitali e talento umano attraverso un ambiente normativo prelevato da modelli di successo globale.

    La Charter City riconfigura il rapporto tra cittadino e istituzioni in chiave privatistica, sostituendo la sovranità territoriale con un ordinamento a base contrattuale in cui l'adesione alle leggi non deriva dalla residenza, ma dal consenso esplicito a uno statuto regolatore (Charter). Cioè, semplificando, i “cittadini” sono come azionisti, le “leggi” vengono emanate da una sorta di Consiglio d’Amministrazione e invece di un sindaco eletto a suffragio universale si ha una specie di Amministratore Delegato.

    Il concetto di Charter City si ispira al successo di hub globali come Hong Kong, Singapore o Dubai, metropoli che hanno costruito la propria prosperità 'importando' ambienti normativi d'eccellenza (come la Common Law britannica o sistemi fiscali iper-semplificati) per attrarre capitali mondiali. Oggi, questa visione evolve in progetti come la già realizzata Próspera, in Honduras: qui la governance non è più un'imposizione statale, ma un servizio modulare erogato su base contrattuale, dove residenti e imprese scelgono esplicitamente di sottostare a regole d'avanguardia per operare con una velocità e una certezza giuridica sconosciute alle burocrazie tradizionali.

Ne ha parlato recentemente anche il Corriere della Sera del 10 gennaio scorso [2].

     Ma perché l’interesse e le prospezioni in atto su Trieste?

    La città è dotata di un Porto Franco Internazionale, istituito dall’Allegato VIII del Trattato di Pace del 1947 [3], ovvero è una Zona Franca extradoganale  che rappresenta un’anomalia giuridica unica in Europa, mai pienamente attuata ma neppure formalmente chiusa.

Per decenni questa ambiguità di un Trattato ufficialmente recepito ma mai pienamente attuato, è rimasta latente; oggi, in una crisi geopolitica globale, è tornata visibile. E le eccezioni tendono ad attrarre chi è disposto a usarle.

    Dicevamo che Thiel come Musk  fa parte  di quell’ecosistema che ruota  intorno all’amministrazione Trump e all’autorevole Heritage Foundation, potentissimo centro studi conservatore che ha redatto il famoso Project 2025 di ristrutturazione in senso autoritario dell’architettura istituzionale americana cui si ispira Trump.

    Come riportato da un’inchiesta di HuffPost Italia del 18 aprile 2025: all’inizio del 2025 il vicepresidente dell’Heritage Foundation James Carafano era a Trieste [4].  

Il precedente 23 gennaio aveva partecipato ad un convegno in Senato che aveva lo scopo di spingere l’Italia verso l’IMEC “Via del Cotone” come alternativa alla “Via della Seta - BRI” con terminal a Trieste, e verso la Three Seas Initiative “Trimarium” che vedrebbe Trieste come perno meridionale e della logistica militare. Durante il convegno, alla presenza del Ministro degli Esteri Tajani e del Ministro delle Imprese Urso, ha ricordato di avere “tanti amici a Trieste” segnalando così che la città giuliana è già parte di una nuova mappa del potere.

Un interesse non isolato, che ritroviamo nell’intervista rilasciata ad HuffPost da Kaush Arha, già senior advisor per le strategie globali del governo statunitense e organico alla destra repubblicana - ormai di casa a Trieste dove opera come connettore tra gli apparati di Washington e la realtà giuliana. Qui organizza associazioni imprenditoriali, Summit internazionali per promuovere la “Via del Cotone-Imec” e il “Trimarium” e convegni - in cui ha suggerito a Meloni di dire a Trump: “Presidente, voglio che lei venga in Italia, a Trieste, e inauguri la nuova Golden Road che da qui raggiunge l'India”.

     Trieste appare come uno dei rari luoghi europei in cui potrebbero convergere tre dinamiche globali: la ridefinizione dei corridoi commerciali tra Asia ed Europa, la ricerca di zone economiche ad alta flessibilità normativa e l’emergere di modelli di governance sperimentali promossi da ambienti tecnologici transnazionali.

Dunque l’interesse dell’ecosistema di cui fa parte Praxis, molto attiva a Roma tramite Acts 17 [5], non riguarda tanto la logistica portuale in senso stretto, quanto la dimensione strategico militare e la possibilità di sperimentare forme di governance speciali in territori giuridicamente non completamente normalizzati come Trieste.

    Esperienze come le Zonas de Empleo y Desarrollo Económico (ZEDE) in Honduras, i tentativi di charter cities in Ghana e in Madagascar, o i progetti di seasteading promossi in passato dallo stesso Thiel, mostrano come questi ambienti cerchino spazi regolatori di frontiera e Zone Economiche Speciali in cui testare modelli istituzionali alternativi, come teorizzato da Srinivasan nel suo libro “The Network State”.

     In questo ambiente la massima di Carl Schmitt — «Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione» — assume una nuova veste tecnologica.

Per Thiel e i teorici del Network State, la sovranità non appartiene più solo allo Stato-nazione, ma a chi ha la capacità di creare e governare territori "eccezionali".

Trieste, con il suo Porto Franco, non ha bisogno di inventare una nuova legalità: possiede già un "software" internazionale (l’Allegato VIII al Tdp del 1947) che costituisce un’eccezione giuridica pre-esistente.

    Attualmente si parla di location per charter city non solo nella semidisabitata Groenlandia ma anche nel popolato Mediterraneo, possibilmente in Europa, oscillando tra Grecia, Cipro e Montenegro.

In quest’ ultimo paese sull’Adriatico, stretto alleato USA e membro della Nato, Vitalik Buterin (fondatore della criptovaluta Ethereum) ha ottenuto la cittadinanza nel 2022 e ha dato vita a Zuzalu -  una “pop-up city” sperimentale che nel 2023 ha riunito l'ecosistema tecnologico e finanziario affine alla visione di Thiel - avendo l’appoggio del primo ministro Spajić.

    Un punto d’incontro non ufficiale,  ma importante, per la “comunità digitale” è anche il Week End Media Festival di Rovigno (Croazia) - vicinissima a Trieste - dove si è discusso informalmente anche di questi avveniristici progetti urbani.

Non si tratta di progetti di charter city definiti e imminenti, ma della manifestazione di una tendenza più ampia: la ricerca, da parte di capitali tecnologici ad alta intensità geopolitica, di luoghi in cui il quadro normativo possa essere riscritto o adattato, più rapidamente di quanto consentano gli Stati tradizionali.

    Qui Trieste, e specificamente porto vecchio (61 ettari con zona franca costiera riestendibile con semplice atto amministrativo a tutta l’area che avrebbe così, secondo l’Allegato VIII al TdP 1947, extraterritorialità doganale rispetto all’Italia e all’UE), viene letta come possibile piattaforma di sperimentazione istituzionale: non una città da “colonizzare”, ma un caso limite in cui un regime giuridico internazionale potrebbe essere riattivato o adattato per attrarre capitale umano (nomadi digitali) e tecnologico.

    Bisogna ricordare che Porto Vecchio era la location in cui negli anni ’90 del secolo scorso doveva sorgere, in regime di zona franca, il Centro Finanziario Off Shore, previsto dalla legge 19/1991 e caldeggiato da Generali, che molto ricorda l’attuale Dubai International Financial Centre con giurisdizione speciale ed anche l’Abu Dhabi Global Market.

    È un’area per cui già esiste un progetto di riqualificazione urbana della Costim, con partenariato pubblico-privato per 600 milioni, per il quale è imminente il bando di gara comunale. 

L’ipotesi che possa poi costituire lo scheletro edilizio di un più ambizioso progetto di charter city suscita timori legittimi, perché rischia di produrre enclave efficienti ma socialmente divisive.Tuttavia sarebbe probabilmente accolta con favore sia dai cittadini, perché creerebbe sviluppo e realizzerebbe il sogno della Singapore sull’Adriatico [6], sia dalla classe politica locale perché risolverebbe brillantemente il problema del pluridecennale abbandono di Porto Vecchio. 

Oppure l’interesse dell’ambiente che gravita intorno a Thiel riguarda le attività tipiche di Palantir (dati, intelligence militare ed economica, governance tecnologica)? Non una vagheggiata charter city libertarian ma un modello ibrido: Trieste porto logistico + infrastruttura digitale + hub energetico + corridoio NATO snodo tra IMEC e Trimarium?

  Alla fine, sarà solo un’area per ricchi anziani e per turisti o un polo mondiale di sviluppo tecnologico capace di attrarre investimenti e talenti?

    Tuttavia, il solo fatto che Trieste possa venir presa in considerazione a vari livelli da potenti attori internazionali segnala una cosa: l’inerzia è essa stessa una scelta, e comporta una perdita progressiva di rilevanza.

 Paolo Deganutti

NOTE

[1] https://www.lastampa.it/politica/2026/03/09/news/thiel_meloni_roma-15537566/

 [2] https://www.corriere.it/esteri/26_gennaio_10/citta-stato-autogovernate-societa-perfetta-autoritaria-f3a4d96a-ef98-4895-a748-f4b98c9f4xlk.shtml

 [3] Trattato di Pace del 1947 e suo Allegato VIII recepiti nell’ordinamento italiano anche in atti recenti come il Decreto congiunto del MIT e del MEF del 13 luglio 2017 sui Punti Franchi del Porto di Trieste: https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2017-07-31&atto.codiceRedazionale=17A05237&elenco30giorni=true

[4] HUFFINGTON POST “Trieste caput mundi. Trump, Cina e India: le mani delle potenze sul porto. Una business spy story” 18 Aprile 2025. Aggiornato alle 19:00” Un paio di mesi fa James Carafano era nel capoluogo giuliano. E’ il vicepresidente dell’ Heritage Foundation, potentissimo centro studi conservatore, nonché ispiratore del discusso Project 2025. Carafano prima è stato a Roma nel gennaio scorso per un evento in Senato e anche lì aveva ricordato di avere “tanti amici a Trieste”.

[5]  La community di Praxis tende a frequentare palazzi storici del centro e club esclusivi. Negli anni passati sono stati segnalati incontri presso Villa Lontana (Via Cassia) o in zone centrali come Piazza di Pietra.

 [6] Vedi Limes 5/3/2019 “Trieste può diventare come Singapore’. Conversazione con Zeno D’Agostino, presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico Orientale (Trieste e Monfalcone).