L’isola albanese da cui si controlla il Canale d’Otranto è finita nelle mani di Jared Kushner, genero di Trump e amico di Netanyahu. Lo snodo strategico fra Medio Oriente e Nord Europa, via Trieste, è centrale per l’Italia. I rischi del doppiopesismo europeo.
di Paolo Deganutti
Pubblicato in: LIMES- GLI STRETTI INDISPENSABILI - n°7 - 2026
1. L’Adriatico ha un solo ingresso. Da duemila anni chi controlla il Canale d’Otranto controlla l’accesso al mare più vicino all’Europa centrale – dunque alle pianure danubiane, alla Mitteleuropa produttiva, ai porti dell’Alto Adriatico. Per questa ragione l’isola superfortificata di Saseno (Sazan) è stata veneziana, ottomana, italiana, comunista albanese, Nato. Ogni potenza intenzionata a tenere in mano l’Adriatico settentrionale ha capito che Saseno era il nodo.
Sul lato orientale del Canale d’Otranto, largo appena 70 chilometri, a guardia dell’imbocco della Baia di Valona, si trova quest’isola di 660 ettari di roccia scavata, visibile nelle giornate limpide dalle coste pugliesi. Per un quarto di secolo, dal 1920 al 1947, la Regia Marina italiana la presidiò per il suo valore strategico. Saseno era il tappo dell’Adriatico, il punto da cui si poteva controllare o interdire l’intero traffico. L’Albania comunista la trasformò in fortezza: circa 3.600 bunker e gallerie anti-atomiche, approdi sicuri per navi militari e sommergibili, una base chiusa al pubblico fino al 1992. Quella struttura non è mai stata bonificata né smantellata: i tunnel e i bunker sono intatti sotto la roccia. Chi conosce la storia adriatica sa che la posizione non perde valore strategico per il solo fatto di essere venduta a un fondo d’investimento. Cambia solo di mano – ma la mano conta.
Per questo canale passano le petroliere destinate all’oleodotto transalpino Tal, che dal porto di Trieste alimenta il 100% del fabbisogno energetico di Baviera e Baden-Württemberg (il 40% dell’intera Germania), il 100% della Repubblica Ceca e il 90% dell’Austria. Vi transita anche l’«autostrada del mare» che collega la Turchia a Trieste: il 60% delle esportazioni turche verso l’Europa usa questa rotta. Vi passano anche merci cinesi giunte nei porti turchi attraverso il corridoio centrale delle nuove vie della seta. Chi controlla Saseno ha la mano sul rubinetto dell’Europa centrale.
Oggi quell’isola è al centro di un’operazione immobiliare da 1,5 miliardi di dollari per trasformarla in resort di lusso, cui si aggiungono altri 3 miliardi per la costa prospiciente, cara agli ecologisti. Dietro c’è l’Affinity Partners di Jared Kushner, genero di Trump, legato strutturalmente agli ambienti israeliani e personalmente a Netanyahu. I capitali provengono dai fondi sovrani di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar.
Da tempo negli Stati Uniti il confine tra apparato statale e capitalismo privato è diventato sempre più evanescente: Palantir, SpaceX, ora Affinity Partners. Si può ragionevolmente definire quella di Saseno un’operazione immobiliare solo privata? Anche se appartiene allo stesso ambiente imprenditoriale-politico della famosa Riviera di Gaza?
Il governo albanese di Edi Rama – uno dei leader più allineati all’asse Washington-Gerusalemme che esista oggi in Europa, con forniture militari dall’israeliana Elbit Systems, un gruppo parlamentare Amici di Israele istituito nel novembre 2025 e una visita ufficiale a Netanyahu nel gennaio 2026 – appoggia il progetto a spada tratta, malgrado le massicce proteste all’insegna dello slogan «l’Albania non si vende». Una parola d’ordine che sembra alludere più alla geopolitica e alla sovranità nazionale che all’ecologia. La domanda che nessun governo europeo si pone ad alta voce è semplice: può una posizione strategica cessare di esserlo per il solo fatto di cambiare, formalmente, destinazione urbanistica? Specie in un quadro geopolitico in rapida evoluzione, con molti analisti che paventano un futuro scontro tra Turchia e Israele, mentre l’alleanza tra America ed Europa è assai più che scricchiolante.
2. Per capire la posta in gioco bisogna abbandonare il registro immobiliare e tornare alla carta nautica. Saseno comanda il Canale d’Otranto e l’imbocco della Baia di Valona, la rada più profonda e riparata dell’Albania, già dotata di basi nascoste per sommergibili, che i piani energetici in corso stanno rendendo hub del gas per i Balcani. La preoccupante verità è che Saseno può trasformarsi in poche ore da resort turistico a base per droni – aerei e marittimi – e missili. O essere entrambe le cose contemporaneamente, grazie alle imponenti strutture sotterranee già esistenti.
L’operazione è un manuale di come si acquisisce influenza strategica senza che nessuno possa chiamarla con il suo nome. La faccia è americana: Jared Kushner e il suo fondo Affinity Partners. La cassa è del Golfo: Affinity gestisce quasi 6 miliardi di dollari, alimentati in misura preponderante dai fondi sovrani di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar. Non si tratta di investitori privati in cerca di rendimento ma di strumenti di politica economica estera di tre petromonarchie.
Il legame con la rete israeliana è strutturale, non personale. Lo stesso fondo Affinity possiede quasi il 10% di Phoenix Holdings, il maggiore gruppo assicurativo-finanziario israeliano, coinvolto nel finanziamento di infrastrutture negli insediamenti della Cisgiordania e sul Golan. Kushner ha dichiarato più volte di voler costruire un corridoio d’affari tra Arabia Saudita e Israele attraverso il progetto Imec. Non è solo una scommessa economica ma l’ossatura di un riallineamento regionale che punta a normalizzare il rapporto tra le petromonarchie del Golfo e Gerusalemme, ridisegnando le geometrie di potere nel Mediterraneo. Un progetto messo in difficoltà dalla fallimentare guerra israelo-americana all’Iran ma non abbandonato. Acquisire una posizione strategica all’imbocco dell’Adriatico non è, in questo contesto, una banale iniziativa immobiliare: è un tassello di architettura geopolitica. In questo senso l’operazione Saseno non è separabile dalla Riviera di Gaza e dagli altri progetti di Kushner nel Mediterraneo orientale.
L’operazione è costruita in modo opaco. Strutture societarie annidate in Olanda, soci albanesi con quote inferiori alla soglia di trasparenza obbligatoria, identità dei beneficiari effettivi che nessun registro pubblico può restituire con certezza.
3. Tra il 2017 e il 2023 gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni sistematiche per scongiurare la presenza commerciale cinese nel porto di Trieste e nelle infrastrutture strategiche italiane. La dottrina era chiara: un terminal commerciale gestito da un operatore cinese – Cccc a Trieste, Cosco al Pireo e ad Amburgo – non è solo un investimento industriale. È una posizione. Può diventare un punto di raccolta d’intelligence, un nodo di sorveglianza, una leva di pressione in caso di crisi. Il concetto chiave era e resta il dual use: l’infrastruttura civile che, per posizione e/o natura tecnica, può essere rapidamente convertita a fini militari o d’intelligence senza modifiche sostanziali. Il porto franco di Trieste conosce bene questo dibattito: l’intesa con Cccc del 2019 fu ridimensionata e abbandonata anche dietro pressione americana.
Ora poniamo la domanda che la diplomazia europea evita. Se il dual use di un terminal commerciale cinese in un porto adriatico era inaccettabile, come si qualifica il controllo «privato» di un’isola con 3.600 bunker militari intatti, eliporti naturali utilizzabili da droni, acque profonde adatte all’attracco di navi e sommergibili e una posizione che sorveglia l’unico passaggio tra l’Adriatico e il Mediterraneo?
La differenza rispetto al caso cinese non è strutturale: è politica. I cinesi erano stati dichiarati avversari strategici. Kushner è il genero del presidente americano, legato a doppio filo a Israele; Netanyahu frequentava abitualmente la famiglia di Jared, ebrea ortodossa.
La doppia asticella non è solo una questione di coerenza intellettuale: è un segnale che il resto del mondo multipolare legge con attenzione, perché le regole che si applicano selettivamente in base all’identità dell’operatore cessano di essere regole e diventano strumenti di potere.
La crisi del Mar Rosso ha dimostrato come siano bastate le modeste risorse degli ḥūṯī per interdire Bāb al-Mandab e far schizzare i costi assicurativi globali – effetto che si mantiene anche in assenza di attacchi effettivi. Situazione confermata a Hormuz. Sperando che non lo sia a Otranto grazie a Saseno.
Gran parte degli analisti concorda sul fatto che, in un quadro geopolitico in rapida evoluzione, la propabilità di uno scontro diretto tra Israele e Turchia sia sempre più alta. Esponenti di primo piano della politica israeliana – tra cui gli ex premier Naftali Bennett e ministri come Miki Zohar e Amichai Chikli – hanno indicato la Turchia come il principale avversario strategico di Israele insieme all’Iran. Si delineano già tensioni intorno a Cipro fra l’asse greco-israeliano e Ankara. Eppure a Bruxelles, Berlino e Roma non sembrano preoccuparsi del rischio che l’«autostrada del mare» Trieste-Turchia corre in uno scenario di escalation con Saseno sotto controllo di gruppi israelo-americani legatissimi ai rispettivi governi.
E che ne sarebbe del traffico di petroliere che alimenta l’Europa centrale attraverso Trieste in caso di forti contrasti, tutt’altro che improbabili, tra paesi europei e Stati Uniti riguardo alle forniture di petrolio o di gas? Basterebbe, con banali allusioni e minacce, far aumentare i costi assicurativi di queste rotte per bloccarle.
4. La dimensione energetica di questa partita è centrale, come dimostrano le petroliere in transito destinate all’oleodotto transalpino di Trieste. E c’è anche il gas. Il Tap (Trans Adriatic Pipeline) è operativo dal 2020 e trasporta in Italia il gas azero del giacimento Shah Deniz II attraverso Grecia e Albania fino a San Foca, nel Salento pugliese, da dove entra nella rete Snam. Una quota crescente del gas che raggiunge Nord Italia, Austria e Baviera attraverso i gasdotti transalpini è gas azero entrato da quel fondale adriatico.
Saseno sorveglia l’accesso marittimo al corridoio. La Baia di Valona – di cui l’isola presidia l’imbocco – è il cuore del sistema energetico che si sta costruendo sulla costa. Una condotta collegherà il punto di uscita del Tap allo hub di Valona (finanziamento approvato nel 2025) e il gasdotto Ionico-Adriatico da Fier risalirà la costa verso Montenegro, Bosnia e Croazia, facendo di Valona il nodo di distribuzione del metano del Caspio per un’intera regione. In questo disegno compare Snam. L’Italia partecipa all’opera come azionista e come terminale. Ma non disegna la mappa.
Parallelamente, il progetto EastMed – quasi 2 mila chilometri di tubi per portare in Europa il gas dei giacimenti israeliani Leviathan e Tamar – punta su un approdo pugliese, nei pressi di Otranto. Chi controlla Saseno ha visibilità e potenzialmente leva su tutta questa architettura energetica. In un sistema in cui le alleanze sono sempre meno scontate, chi presidia fisicamente quello snodo tiene in mano una leva reale, indipendentemente da quale bandiera batta sulla porta del resort.
5. C’è un paradosso che l’Unione Europea non vuole vedere. Si presenta al mondo come campione della libera circolazione di merci, capitali, persone. Eppure nell’Adriatico e nei Balcani quella libera circolazione è esposta a rischi di blocco strutturale che Bruxelles non legge come tali perché i soggetti che li determinano sono «alleati» – anche se sempre meno si comportano come tali.
Il caso Saseno è eloquente. Ma lo è anche la ferrovia Belgrado-Budapest, spina dorsale terrestre della via della seta europea: dal porto del Pireo – dove la cinese Cosco controlla il principale scalo – verso nord attraverso i Balcani fino al cuore manifatturiero dell’Europa centrale. La linea è stata costruita con quasi 3 miliardi di euro investiti da Pechino e progettata per velocità fino a 200 chilometri orari. La tratta serba è già operativa e il primo trasporto merci sull’intero asse è stato effettuato in primavera. Ma il nuovo governo ungherese di Peter Magyar – esplicitamente filo-europeo, sicché Bruxelles lo saluta come «vittoria della democrazia liberale» – ha subito bloccato l’avvio dei treni passeggeri sulla tratta ungherese adducendo questioni tecniche. E ha annunciato l’intenzione di riesaminare i contratti con Pechino. Uno dei primissimi atti internazionali concreti del governo è stato frenare la principale infrastruttura di connessione cinese nei Balcani, utile a tutti.
La libera circolazione vale quando conviene. I rischi di blocco si combattono quando riguardano la Cina e si ignorano quando concernono il Canale d’Otranto. Non è incoerenza accidentale: è la rappresentazione fedele di chi, in questo momento, tiene la cornice.
Per l’Italia la questione è particolarmente rilevante. Metà delle sue coste e porti importanti come Trieste, Venezia e Ravenna si trovano sull’Adriatico. Eppure la risposta finora è stata il silenzio. Roma è il primo partner commerciale dell’Albania – dove operano tremila imprese italiane – ha firmato nel 2025 un accordo di cooperazione che copre dieci settori e ha fatto del paese uno hub per la gestione dei migranti. Il governo albanese di Rama tiene insieme tre cerchi: Washington (Kushner/Trump), Gerusalemme (Netanyahu/Elbit), Roma (Meloni/accordo migranti). Eppure sulla rada di Valona, a settanta chilometri dalla costa pugliese, l’Italia non ha voce come soggetto geopolitico. Così come in Libia.
Trieste è il punto in cui questa assenza diventa più visibile e costosa: il nodo dove le rotte mediterranee incontrano la Mitteleuropa, l’oleodotto Tal parte verso le Alpi, l’«autostrada del mare» approda provenendo dall’Asia Minore. Tutto ciò che si decide sul Canale d’Otranto ricade direttamente sulla sicurezza del porto franco triestino. Eppure Trieste non compare nel dibattito su Saseno. Non nelle dichiarazioni del governo italiano, non nelle analisi dell’Unione Europea. La catena causale tra il chokepoint meridionale e il nodo settentrionale dell’Adriatico è invisibile a chi dovrebbe vederla per primo.
6. Il Mediterraneo che emerge dalla crisi dell’ordine unipolare non è governato da un unico centro: è uno spazio di competizione tra l’asse energetico israelo-ellenico, l’espansione turca nel Mediterraneo meridionale (Tripolitania, Siria), le infrastrutture cinesi nei Balcani, i fondi del Golfo in cerca di posizioni, la perdurante crisi dei traffici via Suez per motivi assicurativi.
In questo spazio l’Italia si trova come terminale passivo – energetico, geografico, portuale – di decisioni prese altrove. Non è una condizione inevitabile: è una scelta. E la posta – il porto franco di Trieste, con l’oleodotto che alimenta mezza Europa centrale, le rotte che attraversano il Canale d’Otranto, il gas che scorre dal Caspio ai gasdotti alpini – è abbastanza concreta da meritare, almeno, di essere nominata.
N.B. Il numero di LIMES- GLI STRETTI INDISPENSABILI (n°7 - 2026 in edicola e libreria il 4 agosto) contiene altri articoli di grande interesse per Trieste: "Una strategia per Trieste", "Alto Adriatico: la guerra dei porti nel mare turco" e alcuni riferimenti nell' editoriale del direttore Lucio Caracciolo.