DIBATTITO SU QUESTIONI INTERNAZIONALI PER UNA CITTA' INTERNAZIONALE

lunedì 15 maggio 2017

TENSIONI E SFERE DI INFLUENZA NEI BALCANI OCCIDENTALI - UN ARTICOLO DI MAURO MANZIN SUL PICCOLO



Oggi il Piccolo pubblica un interessante articolo di Mauro Manzin sulla preoccupante situazione dei Balcani occidentali.
Il 12 luglio si terrà a Trieste l' incontro sul medesimo argomento all' interno del cosiddetto "processo di Berlino" che riguarda in particolare l' infrastrutturazione dell' aerea che mostra sintomi di instabilità visto che è punto di frizione tra sfere d' influenza USA, Russe e tedesche (UE) -

Ecco l'articolo:

La ricetta choc Usa: ridisegnare i confini sbagliati quelli di Tito L’analista Schindler sul New York Observer, quotidiano del genero e consigliere di Trump, vuole cancellare Dayton
di Mauro Manzin


Tirana strizza l’occhio al Kosovo per creare la Grande Albania, la Republika srpska non ha mai nascosto le sue ambizioni di diventare parte integrante della Serbia, in Bosnia-Erzegovina i croati chiedono di diventare entità come i serbi e i bosgnacchi. Insomma, tutti contro tutti. In mezzo un’Unione europea che rischia di fare la fine del vaso di coccio tra i due giganti mondiali d’acciaio: Usa e Russia. Lo scenario balcanico anche in vista del Summit di Trieste, prolungamento naturale del Processo di Berlino è decisamente oscuro e pieno di nubi. A ulteriormente complicare le cose ci mette lo zampino anche la nuova amministrazione a stelle e striscie capitanata da Donald Trump. Il messaggio arriva chiaro dalle righe del New York Observer, il quotidiano è di proprietà di Jared Kushner, genero e consigliere del presidente Usa e reca la firma di John Schindler, esperto di difesa ed ex analista dell’agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) e riprese dal Delo di Lubiana. Ebbene, secondo Schindler, quanto sta succedendo ora nei Balcani altro non è se non il frutto del peccato mortale messo in atto dall’Occidente, Ue e Nato su tutti, che ha accettato le vecchie frontiere comuniste di Tito quali confini delle repubbliche nate sulle ceneri di quella che fu la Repubblica federativa socialista di Jugoslavia. Non è stato capito che quei confini, tra le repubbliche della Federativa, sostiene Schindler, altro non erano se non un capriccio dei funzionari comunisti e non rispecchiavano la realtà etnica del Paese. Per l’analista americano la Ue e la Nato hanno con cocciutaggine predicato l’illusione di una convivenza interetnica che presupponesse che nella regione fosse possibile vivere nell’unità e nella fratellanza (guarda caso uno dei concetti fondamentali di Tito ndr.). È una triste realtà, invece, obietta Schindler, che Tito ha preservato la Jugoslavia con una combinazione fatta di carisma personale, saggezza politica e di una sgradevole polizia segreta. L’Occidente, ribadisce l’analista Usa, ha con insuccesso cercato di mantenere i confini comunisti. In Bosnia e in Kosovo poi, continua Schindler, le minoranze che sono fuggite di fronte alla guerra non vogliono tornare nei loro luoghi d’origine. Forse per paura o forse per una sorta di particolarismo etnico. Sta di fatto che non tornano. Quindi, e qui c’è veramente da aver paura, l’analista statunitense propone di ridisegnare i confini della ex Jugoslavia. Su tutto va, per Schindler, “rettificata” la Bosnia-Erzegovina permettendo che la Republika srspka si unisca alla Serbia e che l’Erzegovina occidentale si riunisca alla Croazia visto anche in quell’area la stragrande maggioranza dei cttadini ha già oggi il passaporto croato. Schindler definisce l’architettura istituzionale degli Accordi di Dayton del 1995 «grottesca» che impedisce il funzionamento di qualsivoglia istituzione statale, e, in effetti, la crisi politica e lo stallo istituzionale permanente a Sarajevo lo sta ampliamente dimostrando. Ma non finisce qui. Schindler invita la Serbia a riconoscere il Kosovo non prima di aver ottenuto in cambio la regione di settentrionale (serba) e della valle di Preševo. L’analista poi giudica «irrevocabile» la futura unione di Kosovo e Albania nella cosiddetta Grande Albania che comprenderebbe però anche parti della Macedonia. Perché lasciare che ciò avvenga autonomamente e quindi con un conflitto e non pilotare meglio il tutto a livello di mediazione internazionale dando alla Russia lo status di Paese equivalente a quello degli altri attori occidentali? Come contropartita ci sarebbe l’ingresso nell’Ue dei nuovi Balcani occidentali che otterrebbero anche una buona iniezione di finanziamenti. Una compensazione che dovrebbe giungere soprattutto alla Macedonia che in questo processo avrebbe il ruolo di agnello sacrificale. Diverso però è l’approccio russo. Jelena Ponomarjova, una dei principali esperti di Mosca per i Balcani sostiene che la crisi politica inMacedonia e l’idea di Grande Albania sono strumenti degli Usa per destabilizzare l’Europa e, contemporaneamente, per cercare di togliere l’area dall’influenza russa. Ponomarjova non esclude neppure una guerra civile in Macedonia che spezzerebbe il Paese in due. Insomma, dipinto da Washington o da Mosca lo scenario balcanico minaccia nuovamente di grondare sangue. Sangue di innocenti nel nome della nuova Guerra fredda.

Il riquadro
«L’Unione europea stia più attenta»
I presidenti di Slovenia, Croazia e Montenegro hanno sollecitato l'Unione europea a prestare maggiore attenzione alla situazione nei Balcani e a «fare di tutto» affinché la regione non diventi nuovamente un problema per la sicurezza. In una conferenza a Budva (costa adriatica montenegrina) lo sloveno Borut Pahor si è detto del parere che la Macedonia e la Bosnia-Erzegovina debbano «al più presto» entrare a far parte della Nato, mentre fa eccezione la Serbia che «si appoggia sulla politica di sicurezza» di Mosca. Slovenia e Croazia fanno già parte dell'Alleanza atlantica, il Montenegro aderirà in tempi brevi, mentre la Serbia - che aspira a entrare nella Ue ma che ha stretti rapporti con la Russia - ha scelto una politica di neutralità militare. (m.man.)

mercoledì 10 maggio 2017

INTERVISTA A LUCIO CARACCIOLO - "MACRON PRESTO PER FAR FESTA " - QUALE LA SORTE DI TRIESTE NELL' EUROPA DELL' ASSE FRANCO-TEDESCO E DELLA MARGINALIZZAZIONE DELL' ITALIA ?


Il Piccolo pubblica oggi un' intervista a Lucio Caracciolo direttore di Limes che riproduciamo sotto.
E' un' intervista molto interessante anche per noi che viviamo a Trieste, in un punto di faglia fra area di "influenza tedesca" e paesi mediterranei della "periferia Sud" europea, tra Mitteleuropa e Mediterraneo (vedi la mappa in fondo).
Inoltre con un porto che lavora al 90 % con l' estero e l' Europa centro-orientale e solo al 10% con il mercato italiano non possiamo che porci il problema di quale sarà il futuro di Trieste: integrata con l' Europa dell' asse franco-tedesco o marginalizzata a vantaggio di porti concorrenti? 


Ecco l' intervista:
«Macron? Presto per far festa» 

Lucio Caracciolo apre domani a Udine vicino/lontano con la lectio magistralis
di ALBERTO ROCHIRA


I destini dell'Europa e dell'Italia, nella prospettiva dell' Utopia, filo conduttore della 13° edizione del festival vicino/ lontano, da domani al 14 maggio a Udine. Ne parlerà in due incontri con il pubblico (domani, alle 17.30, a Casa Cavazzini e, alle 21.30, nella lectio magistralis alla chiesa di San Francesco, che aprirà il festival) Lucio Caracciolo, esperto italiano di geopolitica, direttore delle riviste "LiMes" e “Heartland”, editorialista per il Gruppo L’Espresso e per autorevoli testate straniere, docente all’Università Luiss di Roma. 

Vicino/lontano riflette sul futuro dell'Europa. Lei come lo vede?
«Il punto è che l'Europa in senso compiuto resta largamente un'utopia, anzi stiamo assistendo a una compressione delle possibilità di realizzarla. Aumentano, invece, le possibilità che dentro l'Unione europea si creino delle sub-Europe omogenee più piccole, attorno a un Euronucleo a guida tedesca, fatto da Germania, Francia e da tutti i Paesi che economicamente ruotano attorno alla Germania stessa: dall'Olanda alla Danimarca, dalla Repubblica Ceca all'Austria».


L'Italia come si colloca in questo processo?
«Rischia ovviamente di non essere parte di questo gruppo, di restarne tagliata fuori. Accanto alla frattura tra Nord e Sud Europa, l'Italia è poi attraversata dalla frattura tra il suo Nord e il Sud, che a partire dalla crisi del 2008 non ha mai cessato di allargarsi».


 E la politica italiana resta alla finestra? 
«La politica italiana non se ne occupa. Dal punto di vista culturale non sembra attrezzata a comprendere questa fase, che del resto è piuttosto scioccante».

 L'Italia a chi serve? 
«Serve innanzitutto agli italiani. Se dovesse finire, perderemmo tutti. Basti pensare solo all' industria: il mercato del Centro e del Sud Italia, per l'industria del Nord vale 3 a 1 rispetto alle esportazioni verso il resto d'Europa». 

Quindi, senza unità nazionale e con un'Europa mosaico di mini-Europe, saremmo tutti più poveri? 
«Esatto. Non è una prospettiva invidiabile diventare il Ticino dell'Europa. Pensiamo a un Lombardo Veneto, staccato dal resto della penisola. Il suo peso sarebbe paragonabile a quello del Ticino per la Svizzera».

 Il rischio della frantumazione europea da che dipende? «L'Europa così come è oggi, è troppo larga per permettere una reale convergenza: ci sono differenze economiche, linguistiche, culturali, che ostacolano questo processo. In tale contesto si aprono, appunto, prospettive per la costruzione di mini-imperi, che vanno anche oltre i singoli stati nazionali. Le differenze pesano e l'Olanda è sicuramente più vicina alla Germania di quanto non lo possa essere Cipro».

Che ruolo può avere il Mediterraneo?
«Purtroppo non è e non è mai stato al centro dei nostri interessi come Paese. E invece avrebbe dovuto esserlo
. Ma noi, i nostri interessi li facciamo sempre poco e male. La Cina, per esempio, sarebbe interessata all'Italia come hub lungo la via della seta, ma l'Italia non sta facendo proprio nulla in termini logistici e marittimi per poterlo diventare. E così per il Mediterraneo. Che è e resta il mare delle tragedie umanitarie legate alle grandi migrazioni».

L'Europa che ruolo ha nella gestione di questa emergenza?
«Nessuno. L'Europa non c'entra nulla, perché le politiche migratorie sono solo nazionali, dunque ciascun Paese si regola come crede e tutela unicamente i propri interessi nazionali. Così vediamo delle frontiere a Nord sempre più chiuse e delle frontiere a Sud sempre più permeabili».

Macron, una svolta per la Francia?
«Presto per dirlo, bisogna vedere che cosa combinerà, la Francia è un Paese in grande sofferenza, lo si vede proprio in questi giorni. Macron si appresta a stringere un patto di ferro con la Germania, e questo significa che l'Italia rischia di essere sempre più marginale. Contrariamente a quanto sostengono quasi tutti i politici italiani, che plaudono a Macron, guardando a un futuro roseo per le relazioni con il nostro Paese, non sono così ottimista. La Francia può far credere di portarsi dietro l'Italia e la Spagna, ma in realtà farà esclusivamente i propri interessi nazionali».

Con gli Usa di Trump, che si profila per l'Europa?
«Non credo sarà lui a determinare i destini futuri, perché più che le sue opinioni, contano quelle del Pentagono e della Cia. L'obiettivo, rispetto all'Europa, che ancora interessa gli Stati Uniti, è quello di tenere fuori la Russia e di evitare che la Germania cresca troppo. In questo contesto, l'Italia ancora conta, come base logistica. Non è un caso che la presenza militare degli Usa in Italia negli ultimi anni sia aumentata». 





mercoledì 3 maggio 2017

LO PSEUDOIMPERO DELLA GERMANIA - La sfera d' influenza geoeconomica di Berlino si estende sulla Mitteleuropa (di cui Trieste fa parte essendo la provincia che ha il maggior interscambio economico con il mondo tedesco ) - Mappa e articolo di Limes -


Offriamo ai nostri lettori la carta e l' articolo pubblicati da LimesOnLine il 24 febbraio scorsi (QUI):

La carta inedita della settimana
 è sulla sfera d’influenza della Germania.

Dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale – al termine della quale il paese stesso è stato diviso fino al crollo del muro di Berlino – la Germania ha esplicitamente rinunciato a una proiezione geopolitica basata sulla forza.

La stessa architettura comunitaria, con il mercato unico e poi con l’euro, serviva a tenere agganciati i tedeschi all’Occidente e a imbrigliare Berlino per impedirle di riemergere come egemone continentale.

Ma il peso specifico della Germania e la debolezza degli altri Stati europei, emersa con la crisi del 2008-9, le hanno riattribuito un ruolo di primo piano.

Oggi, Berlino può essere intesa come una potenza geoeconomica, circondata di satelliti che partecipano alla filiera della produzione industriale tedesca, offrono mercati per assorbire il suo cospicuo surplus commerciale e intrattengono con essa fitte relazioni finanziarie.

Questa sfera d’influenza abbraccia la Mitteleuropa (Svizzera, Austria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia e Croazia), le sue appendici olandesi e altoatesine (e Trieste che con il suo porto è la provincia che ha il più alto interscambio con il mondo tedesco, clicca QUI - ndr.) , oltre alle regioni e ai paesi legati da una stretta interdipendenza economica (Nord Italia, Catalogna, Belgio, Danimarca, Svezia e Finlandia).

Non c’è solo l’economia: anche la lingua crea legami nell’estero vicino. Il tedesco è idioma ufficiale in tre paesi (Austria e Svizzera, oltre ovviamente alla Germania) ed è insegnato ad almeno il 25% degli studenti nelle scuole di Danimarca, Belgio, Paesi Bassi, Polonia, Estonia, Lettonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Ungheria, Croazia e Slovenia.

Questi fattori giocheranno un ruolo cruciale, se davvero nei prossimi mesi verrà formalizzata l’Unione Europea a più velocità sulla scia di quanto auspica Angela Merkel. Il processo di riorganizzazione dell’architettura comunitaria potrebbe creare nuovi sottoinsiemi di Stati.

Il risultato più immediato sarebbe un più netto limes fra Europa del Nord e del Sud ( e Trieste, con un porto che lavora al 90% con l' estero, dove starebbe? E' noto che Berlino intende formalizzare l’Europa a più velocità - leggi: creare una sfera d’influenza tedesca nella Mitteleuropa e nei Balcani Occidentali - ndr. ).

Testo di Federico Petroni.
Inedito a colori di Laura Canali in esclusiva su Limesonline.

CARTA COMPLETA:

INTENSITA' DEI RAPPORTI ECONOMICI CON LA GERMANIA (clicca sull' immagine)


lunedì 1 maggio 2017

Una carta sulla presenza di lavoratori stranieri (in Italia superiore alla Germania) e sulla disoccupazione nei paesi dell’Unione Europea. In esclusiva per Limesonline.


DALLA CARTA EMERGE SORPRENDENTEMENTE CHE L' ITALIA HA UNA PERCENTUALE DI LAVORATORI STRANIERI SUPERIORE ALA GERMANIA

L’Europa che lavora è anche un’Europa che migra.

La libera circolazione di persone, merci e servizi, tra i pilastri dell’Unione Europea e ispirazione del trattato di Schengen ora sotto scacco, ha negli anni costruito economie e mercati del lavoro fortemente integrati e dipendenti dall’afflusso di manodopera più o meno qualificata dall’estero.

Quattro delle cinque principali forze motrici dell’economia europea (Germania, Regno Unito, Italia, Spagna) dipendono per circa un decimo della loro forza lavoro da stranieri, comunitari ed extracomunitari. Fa eccezione la Francia, in cui gli occupati stranieri superano di poco il 5%.

La carta mette in evidenza come i paesi esteuropei maggiormente contrari alla solidarizzazione dell’accoglienza dei migranti – Polonia, Slovacchia e Ungheria – abbiano un tasso di forza lavoro straniera inferiore all’1%.

In quest’area, solo la Repubblica Ceca vanta una forza lavoro straniera superiore al punto percentuale (2,1%). Ciò non è dovuto alla disoccupazione dei non autoctoni, ma alla loro scarsa presenza: in base a dati Eurostat, in Polonia, i residenti nati all’estero sono 411 mila (l’1,6% della popolazione totale), in Repubblica Ceca 416 mila (3,9%), in Ungheria 475 mila (4.8%) e in Slovacchia 177 mila (3,2%). Per fare un paragone, in Italia sono 5,8 milioni, il 9.5% del totale.

L’assenza di lavoro non è un problema nemmeno degli autoctoni: Slovacchia a parte (10,3%), negli altri paesi menzionati il tasso è inferiore al 7%; la Repubblica Ceca è seconda solo alla Germania per disoccupazione (4,5%, contro il 4,3% di Berlino).

Delle frontiere aperte l’Europa ex-sovietica ha peraltro approfittato, sia pur in senso inverso. Secondo i dati del Regulated Professions Database della Commissione Europea, fra 2003 e 2013 nei primi 10 paesi dell’Ue da cui sono partiti più professionisti per trovare lavoro in un altro Stato membro, ben 4 appartengono a questa regione: Polonia (1° con 33 mila “professionisti in fuga”), Romania (3° con 26 mila), Slovacchia (7° con quasi 13 mila) e Ungheria (10° con 10 mila). Il fenomeno ha coinvolto anche economie sviluppate come quelle di Germania (2° con 29 mila) e Regno Unito (5° con 21 mila).

Dall’Italia, 12.374 professionisti sono partiti nel decennio 2003-13 per lavorare in un altro paese dell’Ue. Mete preferite: Regno Unito (4974), Germania (1687) e Grecia (1367). Nel nostro paese, i lavoratori stranieri sono 2 milioni e 366 mila, pari al 10,6% della forza lavoro.

La carta raffigura anche gli incidenti sul lavoro (a eccezione di quelli fatali) verificatisi nel 2013. Svetta la Germania con oltre 721 mila infortuni in un anno, mentre l’Italia è al 4° posto con 269 mila. Colpisce la frequenza di questi casi in Paesi Bassi (6° con 108 mila) e Portogallo (7° con 107 mila), vista la relativamente esigua forza lavoro nazionale, rispettivamente 8,1 e 4,3 milioni di lavoratori.

Nella classifica dei morti sul lavoro, invece, la Francia con 492 decessi precede l’Italia con 463. In tutta l’Ue nel 2013 si sono verificate 3281 morti bianche, quasi 10 al giorno.

Testo ed elaborazione dati di Federico Petroni.
Carta inedita di Laura Canali in esclusiva per gli abbonati a Limesonline.

venerdì 28 aprile 2017

TRIESTE E' IN TESTA TRA LE PROVINCE NELL' INTERSCAMBIO CON L' ECONOMIA TEDESCA - MAPPA INEDITA E ARTICOLO DI LIMES



E' uscito oggi su LimesOnLine un articolo con la mappatura delle aree italiane in base ai rapporti con l' economia e le imprese tedesche.
Trieste risulta in testa, e molto avanti il Friuli e il Goriziano, nonostante nel metodo di ricerca si valutino gli investimenti ma non si dia conto dei legami economici e strategici derivanti dalle merci in transito nel nostro porto che lavora al 90 % con l' estero.

In particolare per avere un quadro completo della dimensione geopolitica dei rapporti economici tra il mondo tedesco e Trieste andrebbe valutato anche il valore strategico dell' Oleodotto transalpino TAL/SIOT che da 50 anni pompa petrolio greggio dal Punto Franco Oli Minerali fino a Ingolstadt sulle rive del Danubio 
fornendo il 40 % del fabbisogno petrolifero della Germania (il 100% della Baviera e del Baden-Württemberg), il 90 % dell’Austria e oltre il 30% della Repubblica Ceca.


I rapporti economici tra le imprese tedesche e l' italia. 
Mappa inedita basata su uno studio di Limes e Unioncamere Emilia-Romagna.
di 


La carta inedita della settimana è sui rapporti economici fra Italia e Germania ed è l’esito di una ricerca condotta da Limes e Unioncamere Emilia-Romagna.

La mappa rappresenta un indicatore sintetico delle relazioni economiche delle province italiane con Berlino. L’indice effettua una media ponderata fra i rapporti commerciali, il numero delle imprese italiane che hanno acquisito partecipazioni di controllo in Germania e il numero delle società nostrane (e relativo fatturato) controllate da un azionista tedesco.

La Germania è il primo partner commerciale italiano con 112 miliardi di euro di interscambio nel 2016. È inoltre il secondo investitore estero per numero di società controllate nel nostro paese (2391, il 10,6% del totale. Secondo il Lussemburgo con 2407) e per fatturato controllato da un paese straniero (86 miliardi di euro, il 15% del totale. Secondi gli Usa con 93 miliardi).
È infine la terza destinazione dei nostri investimenti oltre confine: 3332 aziende tedesche hanno un azionista di riferimento italiano, contro le 3400 in Francia e le 5899 negli Stati Uniti.

L’influenza tedesca si esplica lungo i principali assi viari: dal passo del Brennero in Alto Adige fino a Firenze è possibile seguire il percorso delle autostrade A22 e A1, così come da est a ovest corre la A4, collegando il Veneto a Torino, passando per Milano.

L’incidenza del mercato tedesco è nettamente sbilanciata sul Nord. La Germania è primo investitore straniero in sole 12 province settentrionali su 47, ma in esse si concentra il maggior fatturato controllato dagli azionisti tedeschi (a eccezione delle acciaierie di Terni). Il Settentrione ospita l’85% delle imprese (2035) e l’87% del fatturato (75 miliardi) controllati dalla Germania in Italia.

A loro volta, gli investitori del Nord Italia hanno la Germania come terza destinazione preferita (2674 imprese con azionista di riferimento settentrionale); la precedono la Francia (2892) e soprattutto gli Stati Uniti (4320).

Nonostante la Germania figuri come primo investitore in alcune province centro-meridionali, l’entità del fatturato controllato non è lontanamente comparabile a quello del Nord: per esempio, la Germania controlla il 100% delle imprese con azionista estero della provincia sarda di Medio Campidano, ma queste hanno fatturato nel 2016 un totale di appena 479 mila euro.

Le maggiori società di proprietà teutonica o controllate da azionisti tedeschi hanno sede nel Nord Italia, soprattutto in Lombardia. Anche se a primeggiare per fatturato è Allianz, basata a Trieste, e Verona può vantare la presenza di Volkswagen e Lidl Italia.

Roma è l’unica provincia non settentrionale a figurare nella fascia più alta di incidenza del mercato tedesco – assieme a Firenze, la quale per contiguità territoriale è però inseribile nella sfera d’attrazione tedesca nordica. Nonostante vi abbiano sede attori importanti in campo automobilistico o assicurativo, la presenza teutonica nella capitale risponde però soprattutto a esigenze di rappresentanza politica.

Il tessuto manifatturiero e imprenditoriale del Nord Italia sarà dunque fisiologicamente portato a fare pressioni politiche su Roma per mantenere il paese dentro la sfera d’influenza tedesca, qualunque forma essa assumerà in futuro: Unione Europea, Kerneuropa o Europa a più velocità.

Testo di Federico Petroni.
Dati Istat e Bureau van Dijk elaborati da Unioncamere Emilia-Romagna in esclusiva per Limes.

Carta inedita di Laura Canali in esclusiva per Limesonline completa:


giovedì 27 aprile 2017

GAS ED ENERGIA PER L' EUROPA - Una mappa di Limes On Line in esclusiva


La carta inedita della settimana è dedicata all’energia, in particolare ai gasdotti verso l’Europa Occidentale e l’Italia.

Il tema, tornato alla ribalta nel nostro paese per vie delle proteste contro il Gasdotto transadriatico (Tap), è da tempo presente nell’agenda dei governi europei e della Russia.

Le poste in gioco sono eminentemente geopolitiche.

Le valutazioni strategiche dietro ai rischi legati (per l’Europa) alla dipendenza energetica da Mosca e (per Mosca) alla dipendenza dall’Ucraina per l’export del gas coinvolgono i paesi dell’area, ma anche quelli mediorientali – potenziali rivali della Russia – e naturalmente gli Stati Uniti.

Gli Usa sono interessati al paniere energetico del Vecchio Continente non solo per motivi commerciali, ma anche in chiave strategica anti-russa.

Spiega Marco Giuli:

La Trans-Adriatic Pipeline (Tap) è un gasdotto in costruzione che percorre 870 km dal confine greco-turco alle coste pugliesi, attraverso Grecia, Albania e mare Adriatico. A partire da fine 2020 trasporterà circa 10 miliardi di metri cubi annui di gas azero proveniente dal giacimento caspico di Shah Deniz 2 . La Tap costituisce il tratto finale, in territorio comunitario, di una rotta che include la South Caucasus Pipeline (Scpx) e la Trans-Anatolian Pipeline (Tanap).

Tale rotta inaugura il Corridoio Sud, piano infrastrutturale volto a garantire all’Europa l’accesso al gas caspico e mediorientale. Fin dagli anni Novanta il Corridoio Sud è stato sostenuto dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea con l’obiettivo di liberare le risorse caspiche dalla dipendenza dal panorama infrastrutturale post-sovietico, contribuendo a ridurre l’influenza russa nell’area e la dipendenza europea dal gas di Mosca.

Negli anni queste ambizioni si sono articolate intorno ai progetti concorrenti Nabucco (che avrebbe dovuto portare il gas caspico verso l’Austria) e Tappiù economico e meno ambizioso. Nel 2013, il consorzio Shah Deniz 2 guidato da British Petroleum e Socar ha infine selezionato il Tap. Fra i fattori decisivi nella scelta, le dispute per lo status legale del Caspio – un ostacolo per la partecipazione del gas turkmeno al corridoio, il cui contributo avrebbe giustificato le dimensioni del Nabucco – e il crescente scetticismo degli investitori sulla domanda europea.

Nella sua attuale configurazione il Corridoio Sud – e con esso il Tap – ha perso parte della sua rilevanza geopolitica per due motivi: le dimensioni al momento modeste e le dinamiche dei mercati del gas. I 10 miliardi di metri cubi che entrerebbero in Europa rappresentano solo il 2,4% del consumo continentale di gas: certo non un game changer rispetto ai 133 miliardi di metri cubi venduti da Gazprom in Europa nel 2015.

Il Tap servirà più a coprire il gap di produzione europeo che a contendere quote di mercato ad altri esportatori in futuro, e servirà un outlet già ben diversificato come quello italiano rispetto alla regione balcanica, considerata vulnerabile dagli stress test effettuati dall’Ue nel 2014.

Se il progetto russo Turkish Stream dovesse svilupparsi con una capacità superiore a quella necessaria per servire il mercato turco, il Tap potrebbe in futuro addirittura trasportare anche il gas russo. Infatti, una volta scaduto il regime di eccezione che garantisce al gas azero l’uso esclusivo del gasdotto per 25 anni, la capacità di questo sarà liberamente contendibile sul mercato in base alle regole del terzo pacchetto energia approvato da Bruxelles nel 2009.

L’accresciuta flessibilità infrastrutturale nell’Ue, l’evoluzione del quadro regolamentare e l’abbondanza di gas sui mercati mondiali hanno significativamente ridotto le rigidità fisiche e contrattuali alla base della vulnerabilità europea rispetto agli abusi di mercato di Gazprom. Per anni il Corridoio Sud è stato visto come l’unica possibilità di diversificare gli approvvigionamenti; ora è solo una possibilità fra le tante.

Per l’Italia, il Tap si inserisce in un piano di sviluppo di un hub mediterraneo del gas delineato dalla Strategia Energetica Nazionale del 2013, che aumenterebbe la rilevanza geopolitica del paese per i partner europei.

Roma è in una buona posizione per acquisire tale centralità, grazie alla sua capacità di importazione attraverso pipeline multiple e rigassificatori e di riesportazione verso l’Europa attraverso i recenti investimenti in reverse flow nei gasdotti che attraversano le Alpi. In questo senso vanno letti anche i piani di ampliamento della rete domestica e delle capacità di stoccaggio e il sostegno italiano a EastMed. Questo gasdotto, che porterebbe il gas israeliano e cipriota verso l’Europa, è stato inserito da Bruxelles fra i progetti di interesse comune (come il Tap).

Fra le maggiori incognite per la futura espansione del Tap rimangono le possibilità, al momento magre, che le grandi risorse di Iran e/o Turkmenistan possano confluire nel Corridoio Sud; la possibile recrudescenza della violenza nelle provincie orientali turche, in cui attori non statuali hanno spesso attaccato le infrastrutture energetiche; e la dinamica della domanda europea di gas, alla luce dei piani veterocontinentali di decarbonizzazione e della potenziale saturazione del mercato da parte della sovracapacità russa.

Carta inedita di Laura Canali in esclusiva per Limesonline

lunedì 24 aprile 2017

Macron-Le Pen: al ballottaggio la Francia voterà sull’Europa e sulla propria sopravvivenza - Ancora non è successo niente - un articolo di Limes On Line


Il primo turno delle presidenziali si chiude senza sorprese. Il ballottaggio, l’annientamento del Partito socialista e la sconfitta della destra gollista potrebbero portare la politica transalpina a ricomporsi attorno alla vera posta in gioco.

È noto che, alla data del 14 luglio 1789, il re di Francia Luigi XVI scrisse sul suo diario: rien (nulla). La rivoluzione era scoppiata e il sovrano non se n’era accorto perché né lui, né i suoi sudditi, né il resto del mondo se l’aspettavano.

Il risultato del primo turno delle presidenziali del 23 aprile non è una rivoluzione francese. Non solo perché non giunge inaspettato, ma soprattutto perché in una certa misura è dipeso dal caso.

Se François Fillon non avesse cocciutamente e contro ogni logica mantenuto la propria candidatura e avesse ceduto il timone della destra perbene a Alain Juppé, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente e nessun commentatore parlerebbe oggi di rivoluzione. Il caso ha svolto il ruolo di “levatrice della storia”.

Il successo di Macron e Le Pen, l’annientamento del Partito socialista (Ps) e la sconfitta della destra perbene (Les Républicains) potrebbero portare all’ormai da tempo matura ricomposizione del panorama politico francese attorno alla vera posta in gioco: l’Europa.

Per la Francia come per la Germania, l’Europa è questione di sopravvivenza. La prima senza l’Europa finisce nell’insignificanza, la seconda finisce per essere di nuovo ossessionata dal cauchemar des coalitions che turbava i sonni del cancelliere Bismarck.

La Germania ha mostrato la via dal 2005, cioè da quando il referendum francese ha ufficialmente aperto la crisi del progetto europeo: la Große Koalition è certo un espediente per permettere al governo tedesco di avere una confortevole maggioranza parlamentare, ma è anche e soprattutto una maggioranza europea, cui partecipano i partiti che hanno fatto dell’Ue il loro orizzonte strategico. Poco per volta e spesso senza premeditazione, altri paesi si sono messi al passo; compresa l’Italia, dopo l’ignominiosa cacciata di Berlusconi nell’autunno 2011 e la nascita del governo Napolitano-Monti-Alfano.

In Francia invece le cose sono andate avanti come se nulla fosse, con la stanca contrapposizione tra una “destra” (gollista) e una “sinistra” (socialista) tenute insieme dai loro apparati e dalle loro reti di potere, ciascuna albergando al proprio interno una maggioranza europeista e una minoranza anti-Bruxelles.

A destra, alcuni (Bayrou, Raffarin, Juppé) hanno provato a lanciare dei segnali in vista di una coalizione europea che non hanno avuto seguito; altri se ne sono andati in direzione opposta (Dupont-Aignan, Asselineau). A sinistra invece la coabitazione di due partiti opposti all’interno dello stesso partito ha finito per portare all’implosione.

Il Partito socialista è in stato di morte clinica proprio dal referendum del 2005, quando l’allora segretario François Hollande accettò la convivenza dei due partiti. Ufficialmente in nome di un ecumenismo socialista che in fondo era stata l’intuizione geniale di François Mitterrand, in realtà per tenere insieme un apparato di potere che esisteva proprio grazie all’incrocio delle reti di potenti rais, schierati chi di qui e chi di là della scelta europea.

La pretesa di governare la Francia con lo stesso spirito di bamboccismo buonista che gli aveva permesso di mantenere il Ps in vita con il polmone artificiale ha provocato la catastrofe del peggior quinquennato della storia francese e la definitiva implosione del partito stesso. Che è avvenuta prima delle elezioni, visto che i candidati socialisti erano tre: uno dell’ala anti-europea (Mélenchon), uno dell’ala filo-europea (Macron) e uno della palude (Hamon), che nella palude è rimasto.

Così la Francia è entrata in una nuova fase della propria storia politica, dove la scelta diventa chiara come nel referendum britannico su Brexit: o con l’Europa o fuori dall’Europa.

Le reazioni dei candidati sconfitti si sono immediatamente allineate a questo nuovo dato di fatto (segno che i tempi erano maturi). Fillon e Juppé si sono affrettati a portare il loro sostegno a Macron. La loro strategia è chiara: fare dei Républicains l’unico partito storico in grado di presentarsi unito (e quindi vincere) le elezioni legislative di giugno. Ma entrambi hanno una motivazione supplementare: Fillon deve salvare la pelle e rimandare il più possibile un regolamento di conti che potrebbe essere sanguinoso; Juppé si candida a primo ministro di un’eventuale cohabitation. Ma quest’ultima formula ha adesso un sapore di passato.

Mitterrand e Chirac si detestavano, come pure Chirac e Jospin. Oggi la situazione è completamente diversa. Quando Juppé era il favorito delle primarie a destra e Macron non era ancora candidato, c’era chi parlava di un futuro governo Macron sotto la presidenza Juppé. Nessuno evocava la cohabitation. Oggi le parti si sono semplicemente invertite.

Uno degli effetti più sorprendenti del primo turno è l’immediata conversione di Juppé e dei suoi luogotenenti al vangelo macroniano: una rapida menzione – obbligata e neanche troppo velatamente sarcastica – al “lodevole sforzo” di Fillon, e poi di corsa a proclamare il superamento di destra e sinistra, la centralità dell’Europa e del libero mercato e così via macronizzando.

Per Macron, un Juppé primo ministro non sarebbe certo l’immagine ideale della rottura col passato. Ma un’eventuale vittoria dei Républicains a giugno potrebbe cavarlo d’impaccio, “obbligandolo” a scegliere uno di loro (ovviamente quello più vicino a lui); Juppé dal canto suo potrebbe fare una scelta à la Cincinnato e passare la mano a uno (o una) dei suoi più fedeli discepoli, divenuti nel frattempo i più fedeli discepoli di Macron.

Mentre la scelta di Hamon di appoggiare Macron è il cane che morde il padrone, la scelta di Mélenchon di non dare indicazioni di voto al secondo turno è il padrone che morde il cane. Ma c’è una certa coerenza, visto che sulla questione centrale – l’Europa – e sulle questioni sociali – protezionismo e statalismo – i programmi di Mélenchon e di Le Pen erano sovrapponibili.

Se il programma economico di Le Pen rischia di trasformare la Francia in un altro Venezuela, il supertifoso di Maduro, Chávez, Morales e Castro non può che esserne soddisfatto e la possibilità che Parigi abbandoni l’Ue e la Nato per entrare nell’Alleanza bolivariana dei popoli della nostra America si avvicina.

Ciò non vuol dire che gli elettori di Fillon voteranno compattamente per Macron e che quelli di Mélenchon voteranno per Le Pen. Molti dei seguaci di Fillon – la cathosphère – hanno fatto capire durante la campagna che Le Pen era la loro seconda scelta, che automaticamente diventa la prima. Molti degli elettori di Mélenchon si asterranno oppure obbediranno al richiamo della foresta antifascista, o presunta tale.

Ma il referendum sull’Europa non ha ancora avuto luogo. Per questo, bisogna aspettare il 7 maggio.