DIBATTITO SU QUESTIONI INTERNAZIONALI PER UNA CITTA' INTERNAZIONALE

domenica 12 febbraio 2017

A TRIESTE UNA VISIONE RIVOLUZIONARIA: CREAZIONE DI LAVORO COL RILANCIO DEI PUNTI FRANCHI, RETE FERROVIARIA FINO AL NORD EUROPA... LO DICE IL PROF. SERGIO BOLOGNA ESPERTO DI LOGISTICA DI LIVELLO MONDIALE.

"Oggi a Trieste l’immaginazione sembre salita al potere. «C’è una visione rivoluzionaria - commenta Bologna - che punta sull’occupazione, sui traffici intermodali con i treni di Trieste che ormai arrivano fino a pochi chilometri dal porto di Anversa, con il rilancio dei Punti franchi. Gli stranieri stanno per investire e i turchi lo stanno già facendo. Anche nel settore delle crociere alla fine Venezia dovrà arrendersi a Trieste».

Sono parole pesanti quelle pronunciate dal prof. Sergio Bologna considerato uno dei massimi esperti di logistica e di portualità.

Sono parole confortanti dopo le notizie dell' interessamento russo per la ferrovia del Porto di Capodistria.

Aggiungiamo che il quadro sarebbe certamente migliorato dalla realizzazione di una No Tax Area fiscale da aggiungere alla extraterritorialità doganale dei Punti Franchi: No Tax Area di cui si era parlato nel luglio scorso e cui l' Autorità Portuale aveva dato totale appoggio (vedi immagine in fondo).


Oggi un articolo del Piccolo parla della presentazione del nuovo libro di Sergio Bologna che è già stato presentato a Milano come segnalavamo l' altro ieri QUI.

Ecco il testo dell' articolo del Piccolo:

«Il modello innovativo di Trieste può sfidare la crisi dello shipping»

«Trieste si salverà dalla tempesta perfetta che si sta abbattendo sul mondo dello shipping». 
Lo sostiene il professor Sergio Bologna, e si tratta di un’affermazione di peso non certo perché Bologna stesso è triestino, ma perché è ritenuto uno dei principali esperti europei di logistica e dopo essere stato tra l’altro anche consulente in materia di trasporti di diversi governi, attualmente è anche presidente dell’Agenzia imprenditoriale operatori marittimi (Aiom) che si prefigge l’obiettivo di tutelare e promuovere gli interessi relativi ai trasporti marittimi e degli operatori del Friuli Venezia Giulia. La situazione internazionale, soprattutto per quanto riguarda il settore dei container, e più nel dettaglio il ruolo di Trieste anche in rapporto alla concorrenza di Venezia e di Capodistria saranno al centro la settimana prossima di due giornate di studi. Martedì alle 17.30 al teatro dei Fabbri in via dei Fabbri 2/a sarà proiettato il film “The forgotten space” di Allan Sekula e Noel Burch con l’introduzione di Elisa Grando in collaborazione con la Cappella underground. Mercoledì alle 17 nella sala Tessitori della Regione in piazza Oberdan 5 al centro del dibattito ci sarà il libro dello stesso Bologna intitolato “Tempesta perfetta sui mari. Il crack della finanza navale” (edizioni Derive approdi). Dopo la presentazione del presidente dell’Autorità di sistema portuale, Zeno D’Agostino, ne discuteranno con l’autore Vittorio Torbianelli (università di Trieste), Bruno Zuegg (Accademia del mare), Giulio Lauri (consigliere regionale) e Mario Sommariva (segretario generale dell’Authority). Il film “The forgotten space” è girato a bordo di una portacontainer Hanjin, la compagnia che occupava il settimo posto al mondo e che fallendo ha scoperchiato il vaso di Pandora di una crisi che è generale. «Il paradigma del container ha retto per 50 anni - scrive Bologna - ha avuto il suo momento di massima fortuna quando la Cina ha conquistato in rapida sequenza la leadership del commercio mondiale, ma con la crisi del 2008-2009 ha iniziato a incrinarsi e oggi possiamo ben definirlo un paradigma dimezzato. Sarebbe auspicabile che anche a Venezia se ne rendessero conto». Basta quest’ultima frasetta per affondare il porto off-shore per il cui progetto definitivo è già stato firmato il contratto. «Dubito che vi saranno investitori, ma una cosa è chiara - afferma Bologna - lo Stato non deve dare i soldi perché Venezia già così sta soffocando». Allora fa bene Zeno D’Agostino a non valutare un porto dal numero dei teu. «Benissimo - sottolinea l’autore - perché un porto si misura da tanti altri fattori, ad esempio dalla creazione di lavoro (nel libro c’è anche un’intervista a Sommariva sulla creazione dell’Agenzia del lavoro, un esempio a livello nazionale, ndr.). In passato si è sbagliato a voler concorrere con Capodistria comprimendo il costo del lavoro». Oggi a Trieste l’immaginazione sembre salita al potere. «C’è una visione rivoluzionaria - commenta Bologna - che punta sull’occupazione, sui traffici intermodali con i treni di Trieste che ormai arrivano fino a pochi chilometri dal porto di Anversa, con il rilancio dei Punti franchi. Gli stranieri stanno per investire e i turchi lo stanno già facendo. Anche nel settore delle crociere alla fine Venezia dovrà arrendersi a Trieste». (s.m.)


QUI SOTTO ALCUNI ARTICOLI USCITI A LUGLIO SULLA
NO TAX AREA


sabato 11 febbraio 2017

INCONTRO PUTIN - PAHOR: LA RUSSIA PUNTA AL PORTO DI CAPODISTRIA? IPOTESI DI INTERVENTO DELLE FERROVIE RUSSE PER 1 MILIARDO DI EURO PER IL RADDOPPIO DELLA KOPER - DIVACA - ANCHE UNA SEDE DELL' UNIVERSITA' DI MOSCA A CAPODISTRIA -


Si è svolto ieri a Mosca l' incontro tra Putin ed il presidente sloveno Borut Pahor.
Il miglior resconto è quello fatto dal bravo Mauro Manzin sul Piccolo di oggi e che riproduciamo sotto.


Oltre ad ipotesi di politica internazionale e geopolitica che potrebbero sfociare in uno storico incontro tra Trump e Putin proprio in Slovenia, propiziato anche dalla colta e brava First Lady Melania che è slovena (anche il figlio di Trump e Melania è bilingue inglese e sloveno), ci sono stati numerosi accordi commerciali.

Tra questi spicca l' ipotesi di un intervento da un miliardo di euro delle Ferrovie Russe per il raddoppio della tratta  ferroviaria Koper-Divaca che attualmente è il collo di bottiglia che frena lo sviluppo ulteriore del Porto di Capodistria.
Si era parlato nei mesi scorsi anche di un intervento dei cinesi e dei turchi per la Koper - Divaca ma ancora non si sono visti accordi operativi.
La Russia sta puntando molto sulle ferrovie per sviluppare i rapporti con l' europa ed anche per completare l' allacciamento alla cintura della "Nuova Via della Seta" terrestre e marittima.


Di importanza strategica è  la avvenuta  firma  di un Memorandum d'intesa (Breitspur) tra le ferrovie russe (RŽD) e austriache (ÖBB ), con il coinvolgimento di partner dell‘ Ucraina e della Slovacchia. 
L‘ accordo prevede il prolungamento della linea ferroviaria a scartamento largo (Transsiberiana) da Košice (in Slovacchia) alla regione di Vienna – Bratislava. 



Questo ambizioso progetto di dimensioni storiche e già in fase di realizzazione trasformerà Vienna nel più importante hub container (e merci) nell' entroterra europeo, crocevia degli assi Nord (Mar Baltico) Sud (mare Adriatico) e Est (EstremoOriente-Oceano Pacifico) Ovest (Europa occidentale). 
Sotto l'egida di ÖBB INFRA, sono già in costruzione tunnel progettati  rispettivamente con base a Semmering e a Koralm.
 
Essi potranno eliminare i colli di bottiglia dell‘ asse Baltico-Adriatico in Austria e
 aprire un "Hinterland" di enorme portata e rilevanza economica per il Porto di Trieste.

Bisogna informare dei cambiamenti radicali delle infrastrutture intermodali conseguenti alla estensione del „Breitspur" da Vladivostok a Bratislava-Vienna e, in prosecuzione, attraverso il tunnel Semmering o quello di Koralm verso Villach, ossia verso Pontebba e Trieste.
E ' una dimensione globale e intermodale, dal Pacifico al Mar Adriatico per ferrovia e via mare
 
Non e‘ certamente una soluzione convenzionale ed è dedicata soprattutto al trasporto dei container, ma soprattutto: non è un progetto UE.
E'  compito nostro portare Trieste a beneficiare degli effetti del progetto come l‘ Austria ha fatto assumendosi una grossa quota del progetto e del finanziamento.
Forti rallentamenti a questi sviluppi sono stati determinati dalla crisi in Ucraina e dalle sanzioni contro la Russia che si sono rivelate una vera sciagura per lo sviluppo economico doccidentale.

Non dimentichiamo che il sogno geopolitico secolare della Russia è quello di raggiungere il Mediterraneo: il "mare caldo".

Si è saputo anche dell' apertura di una sede dell' Università di Mosca a Capodistria: un fatto molto importante che dovrebbe stimolare l' Università di Trieste a cercare accordi in tale direzione.

Un dettaglio degli accordi commerciali è offerto da Slovenia Times clicca QUI: "possible Russian investments in infrastructure, pointing to the Koper-Divača rail line, saying that also for Russia this was a very important corridor".

Putin: Lubiana un bel posto per l’incontro con Trump
 Il leader del Cremlino conferma la sua disponibilità al presidente sloveno Pahor in visita al Cremlino. Sul tavolo anche i rapporti Russia-Ue: «Spero che migliorino» 

In missione a Mosca la delegazione slovena ha firmato una serie di accordi per 650 milioni di euro 
di Mauro Manzin ◗ Lubiana
Se il presidente della Slovenia Borut Pahor (e chi mai lo pensava) non riesce a “disinnescare” l’esplosiva matrioska ucraina nei suoi colloqui a Mosca con lo “zar” Vladimir Putin, certamente riesce però a tranquillizzare l’orso russo con il miele della diplomazia e degli affari. Posto che Pahor, ieri in visita a Mosca, è stato sicuramente latore di precisi messaggi a Putin da parte della cancelliera tedesca Angela Merkel con cui si è incontrato pochi giorni fa a Berlino relativamente agli accordi di Minsk, e che la risposta dello “zar” è stata ovviamente molto diplomatica ma non negativa, «abbiamo discusso dei rapporti fra la Russia e l'Ue, che spero man mano migliorino e tornino come erano prima», ha chiosato Putin, la controparte slovena intanto tornerà a casa con un successo indiscutibile: «Riguardo a Lubiana, e alla Slovenia in generale - ha dichiarato il leader del Cremlino - è certamente un posto splendido per avere un dialogo di questo tipo (Putin si riferisce al primo incontro con il presidente statunitense Donald Trump dal suo insediamento alla Casa Bianca ndr.)». «Ma non dipende solo da noi - ha precisato - dipende da tutta una serie di circostanze». «Se questi incontri dovessero avvenire - ha comunque concluso Putin - non avremmo niente contro Lubiana». Per Pahor è già Bingo. Ma a tornare in patria a tasche piene sono soprattutto i 40 rappresentanti di altrettante aziende slovene che hanno sottoscritto 11 accordi con la Russia per un ammontare di 650 milioni di euro. Durante la visita del Capo di Stato sloveno a Mosca è stato firmato un accordo per le forniture di gas russo alla Slovenia nel 2018-2022. Lo scorso anno Mosca ha venduto a Lubiana 520 milioni di metri cubi di metano. Putin ha sottolineato come il volume del commercio bilaterale «si sia ridotto di metà negli ultimi anni, cosa che di certo causa preoccupazione. Ciononostante - ha proseguito il leader del Cremlino - non c'è stato un declino lo scorso anno e questo può essere considerato un fatto positivo. Questo declino si è fermato - ha concluso Putin rivolgendosi a Pahor - e noi dovremmo certamente sfruttare la sua visita per pensare a come dare alle nostre relazioni una nuova dinamica positiva». Secondo i dati ufficiali dei primi 11 mesi del 2016, la Slovenia ha effettuato un export in Russia per un valore di 714 milioni di dollari, mentre le importazioni hanno toccato quota 165 milioni di dollari. Ma c’è anche la classica “ciliegina sulla torta”. Le Ferrovie Russe stanno considerando la possibilità di investire nel miglioramento della rete ferroviaria slovena e si è discussa l'ipotesi di un investimento di «1 miliardo di euro». Parola di Vladimir Putin, ed è logico pensare che l’investimento riguarderebbe in primis il raddoppio della tratta ferroviaria tra il porto di Capodistria e Divaccia e non è escluso che determini una controparte in logistica portuale per gli operatori russi. Novità interessanti, infine, anche dal punto di vista di cultura e istruzione. Secondo il rettore dell’Università di Mosca, sentito dai media russi, la stessa dovrebbe aprire una propria sede a Capodistria che potrebbe ospitare i primi studenti di Slovenia, Russia e dell’Europa orientale già nell’anno accademico 2017-2018

LA VARIABILE MELANIA
La Slovenia, Stato membro dell’Unione europea, è il Paese di origine della moglie di Trump, Melania. Ed è qui che si svolse il primo incontro fra George W. Bush e Putin nel 2001. Il Cremlino considera la Slovenia un alleato nel suo tentativo di porre fine alle sanzioni dell’Occidente sulla Russia per il conflitto in Ucraina. Mosca era un grande mercato di esportazione per i prodotti alimentari sloveni prima della crisi ucraina. E, anche se nessuno lo ammetterà mai ufficialmente, in Slovenia sperano molto che la First Lady possa influenzare il marito sulla scelta del tanto ventilato vertice tra i presidente delle due potenze più forti al mondo. Fonti diplomatiche nell’ultimo periodo accreditavano molto il Giappone quale possibile “terra d’incontro” tra i due leader, posto che avrebbe un grosso sapore simbolico, vuoi perché con il sacrificio di Hiroshima sancì la fine della Seconda Guerra mondiale, vuoi per la sua posizione geopolitica quasi baricentrica tra i giganti Usa, Russia e Cina. Intanto Lubiana sogna. (m.man.)

venerdì 10 febbraio 2017

PRESENTATO A MILANO IL NUOVO LIBRO DEL PROF. BOLOGNA - SI E' PARLATO ANCHE DEL PORTO FRANCO INTERNAZIONALE DI TRIESTE E DEL NOSTRO CONVEGNO SULLA "NUOVA VIA DELLA SETA" -


Presentato a Milano per Fedespedi il nuovo libro del prof. Sergio Bologna: Tempesta Perfetta sui Mari, il crack della finanza navale. 
La prefazione è di Zeno D’Agostino presidente dell’ Autorità Portuale di Trieste  che era presente.
C’è stata una numerosa partecipazione di un pubblico qualificato.
Il Porto di Trieste e' stato presentato come esempio sia per l’Agenzia del Lavoro Portuale di recente costituzione sia per il Porto Franco  Internazionale come risorsa per il fenomeno del reshoring delle attivita' industriali.
Considerando il contesto di un sistema portuale italiano inadeguato alle sfide di mercato e l’ assenza di una politica organica sul sistema portuale italiano, Trieste è emersa di fatto come un modello possibile di sviluppo.


Si è' parlato anche della Nuova Via della Seta e del convegno che organizzato dal Limes Club di Trieste con grande partecipazione di pubblico.

 Una breve recensione del libro:
A nove anni di distanza dalla crisi dei mutui subprime del settore immobiliare, un altro mercato finanziario, quello degli investimenti in naviglio, rischia di trascinare nel baratro istituti finanziari e centinaia di operatori. Compagnie marittime con l’acqua alla gola – vittime della loro stessa ingordigia –, navi sempre più grandi, noli ai minimi storici, grandi porti congestionati, investimenti pubblici sempre più onerosi e con risultati sempre più scarsi. Sulla stampa italiana, di questi drammi giungono echi lontani, mentre altrove la sensazione che sia necessario adottare diversi parametri negli investimenti, e diversi modelli di business nelle imprese, è pienamente avvertita. Sergio Bologna, già con il libro Banche e crisi, metteva in guardia il cluster marittimo-portuale che il vento stava cambiando. Da allora, man mano che le sue profezie si avveravano, il suo sguardo si è andato sempre più avvicinando alla realtà di tutti i giorni. Questi sono gli scritti di un insider non di un osservatore esterno, sono gli scritti di un «politico» non di un accademico. Parlano ai decisori più che alla comunità scientifica. E rivelano un paesaggio di risorse nascoste, alle quali poter attingere per mitigare gli effetti della crisi globale e contemporaneamente per aprire nuovi orizzonti.



Sergio Bologna

Tempesta perfetta sui mari
Il crack della finanza navale

alla memoria di Amanzio Pezzolo,
portuale della Compagnia Unica di Genova

 Indice


Prefazione di Zeno d’Agostino
Ringraziamenti
Il paradigma dimezzato
Virtù marinare
Trading ships not cargo
Perché il progetto del terminal off shore di Venezia non ha alcun senso dal punto di vista del mercato
Nonsoloconcordia, riflessioni sugli incidenti in mare
Crepuscolo anseatico
La perfezione nei disastri
Lo spazio dimenticato: una recensione
Leggere la logistica con gli occhi dello storico di Pier Paolo Poggio

Appendice
Estratti dal documento sui porti della Corte dei Conti Europea
Estratti dal Rapporto ufficiale sull’incidente occorso alla nave CSCL Indian Ocean in arrivo al porto di Amburgo

Tre interviste
Gian Enzo Duci sul mercato mondiale dei marittimi
Mario Sommariva sull’Agenzia del Lavoro del porto di Trieste


Roberto Prever sulla progettazione delle navi traghetto

EDIZIONI DERIVE/APPRODI

TRUMP CHIAMA XI : "COLLOQUIO CORDIALE"


Poche ore dopo avergli mandato una lettera, e poche ore prima di accogliere il primo ministro giapponese Shinzo Abe, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha telefonato al suo omologo cinese Xi Jinping. Ha ribadito il sostegno statunitense alla politica “Una sola Cina”, che lui stesso aveva fatto intendere di poter mettere in discussione dopo la telefonata alla presidente di Taiwan.

La conversazione tra i due leader sarebbe stata piuttosto cordiale e focalizzata sulla collaborazione sino-statunitense.
Soprattutto, secondo i media cinesi, The Donald avrebbe confermato di voler rispettare il principio “Una sola Cina”. La dichiarazione cozza con quanto detto dal presidente americano sulla possibilità di riconoscere Taiwan come Stato sovrano in seguito all’inedita telefonata avuta con la presidente taiwanese Tsai Ing-wen.
Trump vuole rinegoziare i rapporti commerciali con la Cina e cerca di capire quali tasti schiacciare per “persuadere” Pechino delle proprie ragioni.
Il governo cinese non sembra intenzionato a trattare la questione della politica “Una Sola Cina”, poiché la riunificazione della “regione” di Taiwan rappresenta uno degli interessi fondamentali della Repubblica Popolare.
L’isola di Formosa, distante solo 80 miglia dalla Cina continentale (a metà tra Mar Cinese Orientale e Meridionale), funge da scudo alla vicina e ricca costa cinese; allo stesso tempo, rappresenta una potenziale minaccia alla sua sicurezza.
Non è detto che prossimamente l’imprevedibile Telangpu (Trump in cinese) non cambi nuovamente idea e decida di rimettere la sovranità di Taiwan sul tavolo negoziale. Considerata la rilevanza dell’argomento dalla prospettiva cinese, potrebbe rivelarsi una scelta sbagliata.

PUTIN SPINGE IL GASDOTTO TURKISH STREAM E RIAPRE LA VIA DEI BALCANI - HA BASE A TRIESTE, IN PORTO VECCHIO DOVE UTILIZZA IL REGIME DI PORTO FRANCO, LA SAIPEM LEADER MONDIALE NELLE PERFORAZIONI SOTTOMARINE CHE DOVEVA REALIZZARE IL SOUTH STREAM ORA ABBANDONATO PER I CONTRASTI CON LA UE -


Oggi il Piccolo pubblica un articolo (QUI) che riproduciamo sotto, dell' ottimo Mauro Manzin sul gasdotto Turkish Stream che sostituirà il South Stream, progetto abbandonato per i contrasti e le sanzioni UE.

Completiamo la notizia ricordando che la Saipem aveva un contratto per  il South Stream adesso abbandonato.

La Saipem ha una Base Operativa a Trieste, all' Adriaterminal in Porto Vecchio, dove utilizza il regime di Porto Franco per tenere i macchinari ad alta tecnologia utilizzati per le perforazioni senza doverli ogni volta importare ed esportare con relative onerose pratiche doganali, ed anche per assemblare e testare i robot che sono all' avanguardia tecnologica a livello mondiale.

Attualmente nel magazzino 23 in Porto Vecchio è custodito proprio il grande robot che sarebbe servito per il South Stream e che invece da aprile sarà utilizzato davanti alle coste dell' Egitto per il giacimento di gas, il più grande del mondo, recentemente scoperto.

La presenza della Saipem nel Porto Franco Internazionale di Trieste è fonte di importanti commesse e lavoro per altre aziende triestine come la Cartubi (clicca QUI per l' articolo del 25/4 che riproduciamo anche alla fine).

Ecco l' articolo del Piccolo: 
Putin spinge Turkish Stream e riapre la via verso i Balcani
 L’infrastruttura collegherà la Russia alla regione europea turca della Tracia Ma l’obiettivo di Mosca è prolungare il tracciato del gasdotto fino alla Serbia
di Mauro Manzin (Lubiana)
Fallita la direttrice Est-Ovest tracciata da South Stream, il gasdotto che vedeva impegnata Gazprom insieme all’italiana Eni nella sua realizzazione e che dalla Russia doveva esportare il gas in Europa, ora Vladimir Putin ci riprova. E così l’altro ieri ha ratificato l’accordo intergovernativo con la Turchia sulla costruzione del gasdotto Turkish Stream. Il Consiglio federale russo, la camera alta del parlamento di Mosca, ha ratificato l’accordo intergovernativo lo scorso primo febbraio. La Duma di Stato, la camera bassa dell’assemblea legislativa russa, aveva ratificato l’accordo il 20 gennaio, mentre la Grande assemblea nazionale turca lo aveva fatto il 2 dicembre scorso. L'accordo sarà valido 30 anni con possibilità di proroga per ulteriori periodi di cinque anni. Il gasdotto (una doppia tubatura) passerà sotto il Mar Nero per approdare in Tracia, ossia nella regione europea della Turchia. Per ora dovrebbe fermarsi lì. Ma il condizionale è d’obbligo. La geopolitica energetica di Putin punta sempre e ancora al mercato dell’Europa centro orientale, con i Balcani in prima fila. E qui rientrerebbe in gioco laSerbia, storica e fedele alleata della Grande madre Russia pur avendo in piedi le trattative per l’adesione all’Unione europea. Insomma, un anello di congiunzione quasi perfetto per poter sviluppare nuove strategie di penetrazione nei mercati europei e, successivamente, con possibili sbocchi della pipeline in Adriatico. È iniziata ufficialmente una grande partita a scacchi e si sa che sulla scacchiera i russi sono praticamente imbattibili. Bisognerà vedere quale sarà la contromossa dell’Europa, perennemente bisognosa di energia. Energia sicura non come quella che arriva attraverso l’Ucraina e che gli sconvolgimenti politici e le guerre degli ultimi anni hanno reso troppo precario. Il documento sottoscritto da Mosca e Ankara regola la progettazione, la costruzione e il funzionamento delle due sezioni off-shore e delle due onshore del gasdotto. Il volume totale di investimenti rivolti ai due segmenti del tratto offshore del gasdotto Turkish Stream è stato stimato in circa sette miliardi di euro, inclusivi dei costi già sostenuti in precedenza per la rete del segmento offshore del South Stream. Secondo i termini dell’accordo, una compagnia completamente controllata dal governo russo si occuperà delle attività di progettazione, costruzione e attivazione del segmento offshore, mentre una compagnia turca si occuperà di collegare il primo tratto alla rete di trasmissione metanifera della Turchia. Annunciato in un primo momento nel dicembre del 2014, in occasione di una visita del presidente russo Vladimir Putin ad Ankara, il Turkish Stream, nell’ottica di Mosca, doveva rimpiazzare, come detto, il South Stream, il progetto voluto da Gazprom e da Eni per trasportare il gas russo sulle coste italiane. Dopo l’abbattimento di un caccia Sukhoi-24 russo da parte dell’aviazione militare turca al confine con la Siria nel novembre del 2015, però, c’è stato un raffreddamento dei rapporti bilaterali, e l’iniziativa era stata abbandonata. Il progetto Turkish Stream, come scrive l’Agenzia Nova, prevede la costruzione di un gasdotto attraverso il Mar Nero fino alla regione turca della Tracia. La sezione off-shore, a lavoro ultimato, dovrebbe estendersi per 910 chilometri. Di questi, 180 passeranno attraverso il territorio turco. L’opera, nel suo complesso, dovrebbe costare attorno agli 11,4 miliardi di euro. Le forniture di gas naturale che verranno effettuate mediante il primo tratto del gasdotto saranno destinate esclusivamente al fabbisogno energetico della Turchia, in costante aumento. Il gas che arriverà lungo l’infrastruttura in Turchia coprirà complessivamente il 10 per cento del fabbisogno energetico del Paese

Il Piccolo 25/4/16
Sistema antinquinamento firmato Cartubi
 Commessa milionaria dalla Saipem per realizzare un maxitappo capace di bloccare la fuoriuscita di petrolio da pozzi
di Massimo Greco 
Un grande tappo capace di bloccare la fuoriuscita di greggio da un pozzo sottomarino. Le nove maggiori compagnie petrolifere al mondo, ammaestrate dal disastro verificatosi nel Golfo del Messico, hanno lanciato, attraverso il “Subsea Well Response Project” (Swrp) e in collaborazione con “Oil spill response Ltd” (Osrl), una gara d’appalto per la realizzazione di quello che nel gergo tecnico viene definito “Offset installation equipment” riassumibile nell’acronimo Oie. Tradotto: un sistema di tappatura in grado di resistere agli ambienti inquinati da idrocarburi pesanti, al fuoco, alla visibilità “zero”, agli alti livelli di rumorosità. Scomponibile, trasportabile, ricomponibile. A vincere l’appalto per ingegneria, acquisti, fabbricazione è stata la Saipem, una delle punte di diamante del gruppo Eni, che ha “girato” un’importante parte della commessa alla triestina Cartubi. «Nei prossimi mesi - racconta Marco Maranzana, dal maggio 2015 amministratore delegato dell’azienda insediata nell’ex Arsenale San Marco - le componenti del “supertappo” saranno spedite a Trieste, noi le completeremo e le assembleremo per il trasporto finale su chiatta, prevedibile entro la fine dell’anno». Un bel colpo, che lancia Cartubi nel gran mondo dell’oil& gas. «Un progetto di respiro mondiale - precisa Maranzana - Ne verranno costruiti a livello mondiale 6 prototipi. Sono richiesti alti requisiti di qualità, tant’è che nello stabilimento lavoreremo con 27 ispettori internazionali, cui si aggiungeranno una decina di controllori Saipem». Il manager di Cartubi preferisce non sbilanciarsi sull’entità finanziaria della commessa, che è organizzata su più lotti e sulla quale è ancora in corso la trattativa: è lecito comunque ritenere che il valore dell’ordine possa superare i 5 milioni di euro. E’il risultato finora più eclatante della strategia di diversificazione industriale, che Cartubi, fondata nel 1972 da Giovanni Franco e oggi presieduta dal figlio Mauro, ha impostato a partire dall’estate dello scorso anno. Sviluppo del “chiavi in mano”, riqualificazione della carpenteria, attenzione all’oil& gas e allo yachting sono i tre cardini attorno ai quali il vertice Cartubi vuole far ruotare il futuro aziendale. Per assecondare queste ambizioni il piano di investimenti 2015-18 ha programmato interventi per 6 milioni di euro, finalizzati all’ammodernamento del cantiere domiciliato in via von Bruck: sistema alaggio/varo, nuova macchina per pre-fabbricazione navale, due nuove chiatte, due gru semoventi rimessate, carro-ponte, sistemazione della banchina davanti alla tubisteria. Insomma, un bell’impegno necessario al salto di qualità da azienda “terzista” a fabbrica in grado di produrre valore aggiunto progettuale. Il lavoro non manca, grazie anche - ci tiene a precisare Maranzana - alla collaudata collaborazione con Fincantieri: quaranta persone sono schierate tra i siti di Monfalcone e Marghera, a supporto delle costruzioni crocieristiche. Un’ottantina di addetti ha recentemente operato nello stabilimento di Palermo. La trasformazione di Cartubi implica anche aspetti socialmente significativi che l’azienda vuole governare evitando contenziosi. Venerdì scorso, nello studio Ergon, ha definito un’ipotesi di accordo con la Fiom, unico sindacato rappresentato in azienda, per gestire 9 esuberi correlati a rami d’attività ormai dismessi, come la tubisteria e la nautica da diporto: uscite volontarie incentivate e mobilità sono gli strumenti pianificati, con una previsione di riassunzione per coloro che seguiranno un iter di riqualificazione professionale. «Ma intanto abbiamo inserito nuovi profili professionali - chiarisce Maranzana - tra cui 6 ingegneri». Domani 26 aprile l’assemblea degli 81 lavoratori è chiamata a ratificare l’intesa: venerdì scorso, una volta conosciuto l’esito della trattativa, lo sciopero in corso è stato sospeso e le maestranze hanno ripreso il lavoro.

giovedì 9 febbraio 2017

TRIESTE E LA NUOVA VIA DELLA SETA: UNA TRASMISSIONE DI RAI2 - IMPRENDITORI CINESI HANNO GIA' SCELTO TRIESTE GRAZIE AL PORTO FRANCO - VIDEO


Una trasmisione del 22 novembre scorso che forse non ha ricevuto l' attenzione necessaria: imprenditori cinesi hanno già scelto Trieste grazie all' unicità Porto Franco Internazionale.
Finora i "Punti Franchi" erano quasi disprezzati come un orpello del passato.


PER VEDERE LA TRASMISSIONE CLICCA QUI o sull' immagine.




mercoledì 8 febbraio 2017

Libia, il patto con il paese che non esiste- Un articolo di Lucio Caracciolo sul recente accordo italo - libico per regolare le migrazioni -


RUBRICA IL PUNTO Sono passati oltre cinque anni da quando liquidammo Gheddafi, al seguito di un avventuroso colpo di Stato franco-britannico. Da allora, sembra che lo sport preferito da noi europei sia la caccia a un suo degno successore, con il quale ristabilire lo scambio soldi contro blocco dei migranti che tanto brillantemente aveva funzionato.

Che senso ha firmare un accordo internazionale con un paese che non esiste?

Tre le risposte possibili: per inconsapevolezza della realtà; per disperazione; perché serve ad altri scopi.

Nel caso del memorandum d’intesa fra Italia e Libia, destinato a bloccare i flussi migratori illegali verso il nostro paese e il resto d’Europa, la prima ipotesi è esclusa.

Il nostro governo è perfettamente informato della situazione sul terreno, come e più dei partner (si fa per dire) comunitari, i quali ieri al vertice di Malta hanno solennemente benedetto l’intesa italo-libica.

La nostra ex colonia è infatti terra di nessuno, contesa fra centinaia di milizie e gruppi criminali di varia origine. Con tre pseudogoverni: quello internazionalmente riconosciuto di Fayez Mustafa al-Serraj, con cui abbiamo firmato l’accordo, che controlla – non da solo – i suoi uffici di Tripoli; il gabinetto rivale, insediato in un albergo tripolino, presieduto da Khalifa Ghwell; l’entità cirenaica, radicata a Tobruk, che ha nel generale Khalifa Haftar il suo uomo forte – peraltro ancora incapace di prendere il controllo di Bengasi.

La disperazione è invece un buon motivo.

Niente come la paura del migrante, tanto più se arabo e musulmano, agita le opinioni pubbliche occidentali. Trump ci ha costruito la fulminante ascesa alla guida della superpotenza americana. I partiti xenofobi in Europa vi puntano per allargare il consenso o mirare direttamente al governo, spingendo le forze politiche tradizionali a stravolgere la loro agenda più o meno liberale, pena la sconfitta alle urne. Meglio un accordo simbolico – un accordo con se stessi – che nulla.

La terza ipotesi è inverificabile per definizione. Entriamo nel campo delle operazioni coperte, che in un paese serio tali devono restare. Ma quando gli strumenti ufficiali non funzionano, è normale ricorrere a quelli almeno formalmente invisibili.

Dove non possono o non vogliono gli interlocutori tripolitani, potranno e vorranno eventualmente militari e funzionari di alcuni paesi europei, tra cui il nostro. L’importante è che non siano troppo palesi. Perché in quel caso scatenerebbero l’ennesima faida fra i “governi” locali su chi si è venduto allo straniero. E in cambio di che cosa. Serraj si è già molto esposto su questo fronte, sicché rischia di apparire asservito agli italiani.

Il fulcro del memorandum italo-libico è il controllo delle frontiere. Quelle marittime verrebbero affidate in prima battuta alla sedicente guardia costiera libica, certo non la più robusta fra le flotte delle entità locali che scorrazzano lungo la costa mediterranea, partecipando ai lucrosi traffici che teoricamente dovrebbero impedire.

Ancora più improbabile l’idea di sigillare le frontiere desertiche meridionali, da cui proviene la massa dei migranti.

Quanto ai “valori europei” e ai “diritti umani” proclamati a Malta, è arduo capire come si concilino con l’obiettivo di sistemare i migranti illegali nei centri di accoglienza libici, dove si segnalano le più brutali violenze. Né è corretto sostenere che si tratti in massima parte di migranti economici, se valgono i dati dell’Unhcr per cui nei primi tre trimestri del 2016 il 45% di chi è sbarcato in Italia avrebbe diritto a qualche forma di protezione internazionale.

Sono passati ormai cinque anni da quando liquidammo Gheddafi, al seguito di un avventuroso colpo di Stato franco-britannico, che sarebbe fallito senza l’arrivo in extremis della cavalleria americana.

Da allora, sembra che lo sport preferito da noi europei sia la caccia a un suo degno successore, con il quale ristabilire lo scambio soldi contro blocco dei migranti (leggi: loro detenzione in lugubri prigioni) che tanto brillantemente aveva funzionato.

Chiuderemo qualche corridoio, a prezzi che sarà meglio non conoscere, altri se ne apriranno.

L’unica certezza è che andremo ai tempi supplementari.