DIBATTITO SU QUESTIONI INTERNAZIONALI PER UNA CITTA' INTERNAZIONALE

lunedì 15 giugno 2020

#DibattitoPostCovid - LA DOTTRINA DELL SHOCK PANDEMICO: così i big digitali usano il virus per conquistare il mondo - di Naomi KLEIN - Iniziamo un dibattito sul futuro post Covid-19


Iniziamo un dibattito sul futuro post pandemia e sulle conseguenze sociali e geopolitiche della medesima con un articolo della famosa studiosa Naomi KLEIN e pubblicato in Italia dalla rivista L' Espresso. In esso l' autrice sostiene delle tesi "forti" e preoccupanti ma notoriamente è tutt' altro che una "complottista" anzi ha evidenziato nel suo ormai classico "No Logo" di 20 anni fa linee di tendenza che vediamo realizzate. Proseguiremo poi con un articolo di Parag Khanna.

"La dottrina dello shock pandemico: così i big digitali usano il virus per conquistare il mondo"

Le grandi aziende della Silicon Valley come Amazon e Google stanno approfittando dell'emergenza per intrecciarsi con la politica e imporre un futuro a loro immagine e somiglianza. L'allarme della studiosa e attivista canadese

DI NAOMI KLEIN

Pubblicato su L’ Espresso dell’11 giugno 2020

Durante uno dei briefing sul coronavirus il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo per qualche fugace istante ha sostituito l’espressione triste che aveva da settimane con qualcosa che somigliava a un sorriso. «Siamo pronti e ci siamo con tutte le nostre forze», ha detto il governatore. «Siamo newyorkesi e siamo ambiziosi. Abbiamo capito che il cambiamento non è solo imminente, ma che può anche essere un’opportunità se realizzato nel modo giusto».

A ispirare queste parole insolitamente positive di Cuomo era stato un collegamento video con l’ex ad Google, Eric Schmidt, che si era unito al briefing del governatore per annunciare la sua nuova posizione nella commissione che dovrà reimmaginare la realtà dello Stato di New York post-Covid, con un’enfasi sull’integrazione permanente della tecnologia in ogni aspetto della vita civile. «Le nostre priorità», ha detto Schmidt, «sono focalizzate sulla sanità, sull’istruzione in remoto e sulla banda larga. (...) Dobbiamo individuare soluzioni già pronte che possano essere accelerate e che utilizzino la tecnologia per fare meglio». Per non lasciare dubbi su quanto siano solo benevoli gli obiettivi dell’ex top manager di Google, lo sfondo mostrava un paio di ali d’angelo dorate.

Proprio il giorno prima, Cuomo aveva annunciato una collaborazione analoga con la Bill e Melinda Gates Foundation per sviluppare «un sistema educativo più intelligente». Definendo Gates un «visionario», Cuomo ha spiegato che la pandemia ha creato «un momento nella storia in cui possiamo incorporare e far avanzare le idee (di Gates, ndr). Tutti questi edifici, tutte queste aule fisiche... che senso hanno, con tutta la tecnologia che potete mettere a disposizione?», ha chiesto, all’apparenza solo in maniera retorica.

C’è voluto un po’ di tempo perché prendesse forma, ma ora comincia a emergere qualcosa che somiglia molto a una vera e propria dottrina dello shock pandemico. Mentre i corpi ancora si accumulano, il futuro che prende forma - e che è molto più high-tech di quello innescato dalle catastrofi precedenti - considera le nostre settimane di isolamento fisico non una dolorosa necessità per salvare vite umane ma un laboratorio permanente e altamente redditizio di un futuro senza contatto fisico.

Anuja Sonalker, l’ad di Steer Tech, una società con sede nel Maryland che vende tecnologia per parcheggi automatizzati, ha riassunto il nuovo scenario rimodellato sul virus: «Cominciamo a osservare un marcato trend verso la tecnologia che non prevede il contatto tra gli esseri umani. Gli esseri umani sono a rischio biologico, le macchine no».

È un futuro nel quale le nostre case non saranno più spazi personali ma terminali di connettività digitale ad alta velocità. E così anche le nostre scuole, i nostri studi medici, le nostre palestre e, se così vorrà lo Stato, le nostre prigioni.

Naturalmente, per molti di noi, già prima della pandemia le case stavano diventando il luogo di lavoro dove non si stacca mai e la principale sede dell’intrattenimento. L’incarcerazione in comunità sorvegliate si stava già diffondendo a macchia d’olio. Nel futuro che si sta costruendo rapidamente, queste tendenze sembrano accelerare.

È un futuro nel quale ai privilegiati quasi tutto sarà consegnato a domicilio - virtualmente tramite streaming e tecnologia cloud o fisicamente tramite veicoli a guida autonoma - e il tutto poi sarà “condiviso” su una piattaforma gestita da qualcuno. È un futuro che impiegherà molti meno insegnanti, medici e autisti; che non accetterà contanti o carte di credito (con il pretesto di controllare i virus); nel quale il trasporto pubblico diventerà striminzito e l’arte dal vivo sarà sempre più scarsa. È un futuro che, si dice, sarà gestito dall’intelligenza artificiale, ma che in realtà sarà tenuto insieme da decine di milioni di lavoratori anonimi nascosti nei magazzini e nei data center, ammassati in uffici dove si moderano i contenuti o in fabbriche di elettronica, nelle miniere di litio, nei complessi industriali, nei mattatoi e nelle prigioni, esposti alle malattie e all’ipersfruttamento. È un futuro nel quale ogni nostra mossa, ogni nostra parola, ogni nostra relazione sarà rintracciabile, tracciabile, con una miniera di dati immagazzinati grazie a una collaborazione senza precedenti tra governi e giganti della tecnologia.

Se tutto ciò vi suona familiare, è perché già prima del Covid questo futuro fatto da app e lavori saltuari ci era venduto come conveniente, rilassante e personalizzato.

Molti di noi, tuttavia, erano preoccupati: per la sicurezza, la qualità e la disuguaglianza insite nella telesanità e nella scuola online o per come i dati sulla geolocalizzazione e il commercio senza contanti intaccano la nostra privacy e rafforzano la discriminazione razziale e di genere. Eravamo preoccupati sui dati nelle mani di piattaforme di social media senza scrupoli che avvelenano l’ecosistema informativo e la salute mentale dei nostri figli; per le “città intelligenti” piene di sensori che sostituiscono l’amministrazione locale; per i buoni posti di lavoro che queste tecnologie hanno spazzato via e per i brutti posti di lavoro che hanno prodotto in serie.

Soprattutto, però, eravamo preoccupati per la ricchezza e il potere, così minacciosi per la democrazia, che si stavano accumulando nelle mani di poche società della tecnologia molto brave ad abdicare da qualsiasi responsabilità rispetto alla distruzione che si lasciano dietro nei settori in cui dominano: i media, il commercio al dettaglio, il trasporto.

Oggi molte di quelle fondate preoccupazioni sono state spazzate via da un’ondata di panico e da una sempre più accettata distopia - al cui riposizionamento d’immagine si sta lavorando in fretta e furia. Di fronte a un contesto straziante di morti in massa, tutto ciò ci è riproposto con la dubbia promessa che queste tecnologie sono l’unica via possibile per salvaguardarci dalla pandemia e la chiave indispensabile per proteggere noi e i nostri cari.
Grazie a Cuomo e alle sue partnership miliardarie (tra cui una con Michael Bloomberg per testare e per tracciare i potenziali malati), lo Stato di New York è diventato lo scintillante showroom di questo cupo futuro, la cui reale portata va ben oltre i confini di uno Stato o un Paese.

Nel punto d’ombra di tutto ciò c’è Eric Schmidt. Ben prima che negli Stati Uniti si comprendesse l’entità della minaccia Covid-19, Schmidt aveva già intrapreso una aggressiva campagna di pubbliche relazioni e lobbying per promuovere proprio la visione di quella società alla Black Mirror, il potere di costruire la quale Cuomo gli ha appena affidato. Al centro di questa visione, che vuole che scuole, ospedali, studi medici, polizia e altri corpi militari deleghino molte delle loro funzioni principali a società della tecnologia private, c’è la perfetta integrazione dei governi con un piccolo numero di giganti della Silicon Valley.

La sta promuovendo Schmidt dal suo ruolo duplice di presidente del Defense Innovation Board, che consiglia il Dipartimento della Difesa sui modi per incrementare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in campo militare, e di presidente della potente Commissione per la sicurezza nazionale sull’intelligenza artificiale, la Nscai, che fa da consulente al Congresso sui «progressi nell’intelligenza artificiale e i relativi sviluppi nel machine learning e altre tecnologie associate» al fine di affrontare «esigenze di sicurezza nazionale ed economica degli Stati Uniti, incluso il rischio economico». In entrambi questi organismi siedono numerosi e potenti ceo e dirigenti della Silicon Valley e di aziende quali Oracle, Amazon, Microsoft, Facebook e, naturalmente, Google. Schmidt, che detiene più di 5,3 miliardi di dollari in azioni Alphabet (la società madre di Google), sta sostanzialmente “collaudando” Washington per conto della Silicon Valley.

Lo scopo principale è di ottenere un aumento esponenziale degli investimenti pubblici per la ricerca sull’intelligenza artificiale e le infrastrutture tecnologiche come il 5G, che andrebbero a beneficio diretto delle società nelle quali Schmidt e altri membri di questi consigli detengono ampie partecipazioni.

Dapprima a porte chiuse con i legislatori, poi nei dibattiti e nelle interviste pubbliche, l’argomento principale della tesi di Schmidt è che poiché il governo cinese è pronto a spendere illimitate risorse pubbliche per costruire una infrastruttura di sorveglianza ad alta tecnologia, la posizione dominante degli Stati Uniti nell’economia globale si sta avvicinando a uno sfaldamento. Il Centro per l’informazione sulla privacy elettronica (Electronic Privacy Information Center) è recentemente riuscito a visionare, grazie al Freedom of Information Act, una presentazione della Nscai di Schmidt di un anno fa, del maggio 2019. Le diapositive sottolineano in maniera allarmistica quanto la Cina stia tentando di superare gli Usa in una serie di settori, tra cui l’Ai per la diagnosi medica, i veicoli autonomi, le infrastrutture digitali, le città intelligenti, lo sharing nel trasporto e l’eliminazione di ogni contatto dalle transazioni commerciali.

Le ragioni che spiegherebbero il vantaggio competitivo della Cina vanno dal vasto numero di consumatori che fanno acquisti online fino al fatto che lì «non sussiste un settore bancario tradizionale» e ciò le ha permesso di saltare la fase dei contanti e delle carte di credito e di lanciare un gigantesco mercato dell’e-commerce e dei servizi con pagamenti digitali. Inoltre la grave carenza di medici ha spinto il governo a una stretta collaborazione con le aziende della tecnologia, quali Tencent, per promuovere la medicina “predittiva” che l’Ai abilita. La presentazione sottolinea anche come in Cina queste società siano «abbastanza forti da superare rapidamente barriere normative» mentre quelle statunitensi si impantanano nell’ottemperare alle leggi e nell’attesa di approvazioni.

Come principale fattore del vantaggio competitivo cinese, la Nscai indica la volontà della Cina di stringere partenariati pubblico-privati per la sorveglianza di massa e la raccolta di dati. La presentazione ne rimarca il «sostegno e coinvolgimento espliciti del governo cinese, per esempio, nell’implementazione del riconoscimento facciale», e spiega che «la sorveglianza è uno dei principali e migliori clienti dell’Ai» e che, inoltre, «la sorveglianza di massa è una fonte di dati fondamentale per il deep learning», uno dei sottosettori dell’intelligenza artificiale.

Una diapositiva intitolata “I dati detenuti dallo Stato: sorveglianza = città intelligenti” fa notare quanto la Cina, assieme al principale concorrente di Google, la cinese Alibaba, stiano bruciando le tappe.

Vale la pena di soffermarsi su ciò, perché la società madre di Google, Alphabet, ha promosso esattamente questa stessa visione tramite la sua divisione Sidewalk Labs scegliendo un lungo tratto del lungomare cittadino di Toronto come laboratorio e prototipo per una “smart city”. Il progetto Toronto è stato concluso dopo due anni di incessanti polemiche relative alla enorme quantità di dati personali che Alphabet-Google avrebbe raccolto.

Cinque mesi dopo questa presentazione, a novembre, la Nscai ha sottoposto al Congresso una bozza di rapporto che ha destato ulteriori preoccupazioni riguardo all’esigenza che gli Usa si adeguino al ritmo cinese quanto su queste tecnologie. «La nostra competizione è strategica, l’Ai ne sarà al centro. Sono in gioco il futuro della nostra sicurezza nazionale e della nostra economia», si legge.

A fine febbraio, Schmidt ha spostato il target della sua campagna sull’opinione pubblica, forse dopo aver capito che gli aumenti di budget richiesti non sarebbero stati approvati senza un maggiore sostegno generale. In un editoriale del New York Times intitolato “Dirigevo Google. Ora la Silicon Valley potrebbe perdere la gara con la Cina”, Schmidt, suonando ancora l’allarme contro il pericolo giallo, sollecitava «partnership tra governo e industria come non si sono mai viste». Secondo Schmidt la Cina è in corsa per diventare il primo innovatore al mondo. E l’unica soluzione perché gli Usa non perdano la sfida è l’investimento pubblico. Lodando la Casa Bianca per aver chiesto un raddoppio dei finanziamenti per la ricerca nell’Ai e nella ricerca quantistica, Schmidt scrive: «Il nostro piano dovrebbe prevedere un raddoppio dei finanziamenti in questi campi mentre costruiamo la capacità istituzionale nei laboratori e nei centri di ricerca. (...) Il Congresso dovrebbe soddisfare la richiesta del presidente di portare al massimo livello degli ultimi 70 anni il finanziamento della R&S nella difesa e il Dipartimento della Difesa dovrebbe capitalizzare su questa nuova ondata di risorse per costruire capacità di assoluta avanguardia nell’Ai, la quantistica, l’ipersonica e le altre aree di priorità tecnologica».

Ciò accadeva esattamente due settimane prima che l’epidemia del coronavirus fosse dichiarata pandemia, e in tutti quei documenti non c’era alcun accenno a un obiettivo di vasta portata dell’alta tecnologia riguardo alla protezione della salute dei cittadini Usa, ma solo la necessità di non lasciarsi superare dalla Cina.

Nei due mesi successivi, Schmidt, con un aggressivo esercizio di riposizionamento di immagine, ha riproposto le sue richieste: un’ingente spesa pubblica in ricerca e infrastrutture per l’alta tecnologia, numerosi «partenariati pubblico-privati» nel settore della Ai e un allentamento delle tutele della privacy e della sicurezza. Ora queste misure (e altre) sono presentate al pubblico come l’unica speranza di proteggersi dal virus che resterà tra noi per gli anni a venire.

Anche le altre società della tecnologia con le quali Schmidt ha profondi legami si sono tutte rifatte l’immagine come benefattori, protettori della salute pubblica e generosi difensori dei lavoratori essenziali ed “eroi quotidiani” (molti dei quali, peraltro, come i driver e gli autisti, perderebbero il posto di lavoro se queste aziende l’avessero vinta).

A meno di due settimane dall’inizio del lockdown a New York, Schmidt ha scritto un editoriale per il Wall Street Journal in cui chiariva che la Silicon Valley aveva tutte le intenzioni di sfruttare la crisi per una trasformazione permanente. Due settimane dopo la pubblicazione dell’editoriale, Schmidt ha descritto il programma di scuola a distanza durante l’emergenza sanitaria come «un gigantesco esperimento di apprendimento remoto». Durante lo stesso discorso (all’Economic Club di New York) ha anche richiesto più telemedicina, più 5G, più commercio digitale e il resto della sua lista dei desideri. Tutto in nome della lotta contro il virus. Schmidt ha poi aggiunto: «Il vantaggio delle corporation è che la loro capacità nella comunicazione, nella gestione della medicina, nel raccogliere informazione è profonda. (...) Le persone dovrebbero essere contente che queste aziende abbiano raccolto i capitali, fatto gli investimenti e costruito gli strumenti che ora stiamo usando e che ci hanno aiutato».

Fino a poco tempo fa contro queste società della grande tecnologia stava montando un movimento di opinione pubblica. I candidati presidenziali democratici parlavano apertamente di spezzettarle. Amazon aveva dovuto ritirare i piani per costruire un quartier generale a New York dopo una feroce opposizione locale. Il progetto Sidewalk Labs di Google passava da una crisi all’altra. In breve, è stata la democrazia - quello scomodo impegno pubblico teso a progettare le istituzioni e gli spazi pubblici critici - a rivelarsi il principale ostacolo alla visione che Schmidt porta avanti, prima dalla sua posizione al vertice di Google e Alphabet, poi da presidente delle due potenti commissioni consulenti del Congresso e del Dipartimento della Difesa. Dal punto di vista di uomini come Schmidt e il capo di Amazon, Jeff Bezos, questo scomodo esercizio di potere da parte dei cittadini e degli impiegati dei colossi della tecnologia, come rivelano i documenti della Nscai, ha rallentato marcatamente la corsa dell’intelligenza artificiale e tenuto lontane dalle strade flotte di auto e camion a guida autonoma, ha evitato che le cartelle cliniche delle persone diventassero un’arma nelle mani dei datori di lavoro contro i lavoratori, impedito che gli spazi urbani si tappezzassero da dispositivi e software di riconoscimento facciale e molto altro.
Ora, con la pandemia e nella paura sul futuro che essa ha provocato, queste aziende hanno individuato un nuovo momento favorevole per spazzare via l’impegno democratico, e ottenere lo stesso tipo di potere che hanno i loro concorrenti cinesi, che possono permettersi il lusso di agire senza ostacoli quali diritti civili o dei lavoratori.

Le cose intanto si muovono rapidamente. Il governo australiano ha stipulato un contratto con Amazon per immagazzinare nel suo cloud i dati della controversa app di tracciamento del coronavirus. Anche il governo canadese ha stipulato un contratto con Amazon per la fornitura di attrezzature mediche, sollevando dubbi sul perché non l’abbia fatto con il servizio postale pubblico. In una manciata di giorni, all’inizio di maggio, Alphabet ha rilanciato una iniziativa del Sidewalk Labs per rifare l’infrastruttura urbana con 400 milioni di dollari di “seed capital”. Josh Marcuse, il direttore esecutivo della Commissione per l’innovazione nella difesa Usa (quella presieduta da Schmidt) ha annunciato che lascerà l’incarico per assumere il ruolo di responsabile della strategia e l’innovazione per il settore pubblico globale a Google: in altre parole, per aiutare Google a capitalizzare su alcune delle opportunità che lui e Schmidt hanno creato grazie al loro sforzo lobbista.

Che sia chiaro: la tecnologia è certamente una parte fondamentale di come nei prossimi mesi e anni si proteggerà la salute pubblica. La domanda, tuttavia, è: tale tecnologia sarà soggetta alla disciplina della democrazia e del controllo pubblico o sarà lanciata nel bel mezzo della frenesia dello stato di eccezione, senza lasciare il tempo per un dibattito sulle questioni cruciali che modelleranno la nostra vita per i decenni a venire? Per esempio, se stiamo effettivamente constatando quanto sia importante la connettività digitale in tempi di crisi, le reti e i nostri dati devono davvero stare nelle mani di attori privati quali Google, Amazon e Apple? Se il pubblico sborsa notevoli risorse per buona parte della connettività, non dovrebbe anche possedere con e controllare le reti e i dati? Se Internet è essenziale nella nostra vita, come chiaramente è, non dovrebbe essere considerato alla stregua degli altri servizi pubblici e non avere scopi di lucro?

Se da una parte non c’è dubbio che la possibilità di comunicare in teleconferenza sia stata un’ancora di salvezza in questo periodo di blocco, è anche doveroso un dibattito sul fatto che a lungo andare forse la migliore protezione sia quella delle persone. Si prenda l’istruzione: Schmidt ha ragione nel dire che le aule sovraffollate rappresentano un rischio per la salute, almeno fino a quando non avremo un vaccino. Perché allora non assumere un numero doppio di insegnanti e dimezzare le classi? Perché non garantire che ogni scuola abbia un infermiere? Ciò creerebbe posti di lavoro indispensabili in una fase di crisi.

I risultati del periodo di apprendimento remoto inoltre sono stati tutto fuor che rassicuranti. Oltre all’ovvia discriminazione sociale che ha colpito i bambini che a casa non hanno accesso a Internet o a un pc, sussistono domande importanti su quanto l’insegnamento remoto sia valido per molti bambini con disabilità, come richiesto dalla legge. E non esiste una soluzione tecnologica al problema di fare scuola in un ambiente domestico sovraffollato e-o abusivo.

Il quesito non è se le scuole debbano cambiare di fronte a un virus altamente contagioso. Il problema, come sempre in questi momenti di shock collettivo, è l’assenza di un dibattito pubblico sulla forma che dovrebbero prendere questi cambiamenti e chi ne dovrebbe beneficiare. Le società della tecnologia private o gli studenti?

Le stesse domande devono essere poste sulla sanità. Evitare gli studi medici e gli ospedali durante una pandemia è di buon senso, ma la telemedicina ha enormi limiti. Occorre discutere, sulla base di informazioni documentate, quali siano i pro e i contro del destinare le scarse risorse pubbliche alla telemedicina, invece di investirle negli infermieri per qualificarli e dotarli di dispositivi di protezione. E forse più urgente ancora è trovare il giusto equilibrio tra le app di tracciamento dell’infezione e l’idea di un corpo sanitario di comunità che darebbe lavoro a milioni di persone garantendo che tutti dispongano delle risorse materiali e del supporto necessario per tenere in quarantena in sicurezza le persone.

In entrambi i casi, affrontiamo scelte reali e difficili. Si tratta di scegliere se investire nelle persone o nella tecnologia. Perché la brutale verità è che, così come stanno le cose, è improbabile che si possano fare entrambe le cose. Le scuole, le università, gli ospedali e i trasporti sono davanti a scelte esistenziali.

Traduzione di Marina Parada
Pubblicato su L’ Espresso dell’
11 giugno 2020


·         Chi è Naomi Klein, link biografia: https://it.wikipedia.org/wiki/Naomi_Klein

·         I libri di Naomi Klein pubblicati in Italia:

No logo. Economia globale e nuova contestazione, Milano, Baldini & Castoldi, 2001. ISBN 88-8490-007-7; 2002. ISBN 88-8490-254-1; Milano, BUR Rizzoli, 2010. ISBN 978-88-17-04390-8
·         Recinti e finestre, Milano, Baldini & Castoldi, 2003. ISBN 88-8490-298-3
·         Shock economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri, Milano, Rizzoli, 2007. ISBN 978-88-17-01718-3
·         The Take, film, 2004
·         Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile (titolo originale: This Changes Everything: Capitalism vs. the Climate), Milano, Rizzoli, 2015. ISBN 978-88-17-07927-3
·         Shock politics. L'incubo Trump e il futuro della democrazia, Milano, Feltrinelli, 2017. ISBN 8807173263.

mercoledì 10 giugno 2020

L' IRRIDUCIBILE ALTERITA' DI TRIESTE - Un articolo di LIMES per inquadrare meglio quello che sta succedendo in questi giorni al Porto Franco Internazionale.

Carta di Laura Canali 
In questi giorni difficili, questo articolo è leggibile gratuitamente da tutti. 
Per approfondire, leggi tutti gli articoli su Trieste.

Pubblicato in LIMES: IL MURO PORTANTE - n°10 - 2019 - 8/11/2019

L’IRRIDUCIBILE ALTERITÀ DI TRIESTE

 di Paolo Deganutti

Gli indipendentisti invocano lo sviluppo del porto franco stabilito dagli accordi del secondo dopoguerra. I fasti asburgici e il declino post-annessione. La Mitteleuropa come entroterra naturale. Il mito delle città Stato. Trieste è troppo internazionale per essere italiana.

1. Già nel 1970 lo storico Bogdan Novak scriveva: «La questione di Trieste potrebbe essere nuovamente portata all’attenzione del mondo (…) da una grande crisi economica in Italia che potrebbe provocare una grave disoccupazione nella città. Gli italiani di Trieste sarebbero indotti a prendere in considerazione il retroterra come soluzione e a chiedere di internazionalizzare la città» .(1)

Nel 2013 l’endemico 
spirito autonomista di Trieste, nelle sue varie gradazioni – dall’ autonomismo moderato e borghese all’ indipendentismo radicale e popolare – è riaffiorato come un fiume carsico in superficie. Alcune imponenti manifestazioni popolari hanno riproposto il tema del Territorio libero di Trieste (TLT) e del porto franco internazionale, con striscioni e comizi in italiano, sloveno, tedesco, inglese e il dialetto «triestin» come lingua franca (2).

Secondo la tesi indipendentista, che segue un approccio legalitario tipicamente triestino dovuto alla proverbiale fiducia «asburgica» in leggi e istituzioni, il TLT istituito dal trattato di Parigi (1947) andrebbe considerato ancora valido de iure. Nessun trattato o accordo successivo di rango minore avrebbe avuto il potere di modificarlo, né il Memorandum di Londra (1954) né il trattato bilaterale di Osimo (1975). Soprattutto, l’indipendentismo mette al centro, concretamente, lo sviluppo del Porto Franco Internazionale di Trieste, previsto dai trattati citati e regolato dall’allegato VIII del trattato di pace ritenendolo, a buon diritto, il vero cuore dell’economia locale, in grado di assicurare prosperità a un territorio autonomo.

Per effetto di questi trattati precedenti alla formazione dell’Unione Europea (e da essa recepiti), il porto franco di Trieste è il solo in Europa a cui è garantita la piena extraterritorialità doganale. Ciò lo rende un unicum su cui nemmeno Bruxelles ha poteri di intervento. Extraterritorialità doganale che ha fatto ipotizzare, in seguito al Brexit, il suo utilizzo anche come sede di grandi imprese attualmente nel Regno Unito, riproponendo quel Centro finanziario offshore previsto dalla legge 19/1991 promulgata nel clima di euforia esploso alla caduta della cortina di ferro, ma mai realizzato malgrado sponsor importanti come le Generali.

Da oltre sette decenni l’Italia si dimostra molto restia alla piena attuazione del regime di porto franco nelle modalità previste dall’allegato VIII, che pertanto è diventato il centro delle rivendicazioni del Coordinamento lavoratori portuali Trieste (Clpt), il sindacato maggioritario dei lavoratori portuali triestini.

Come ha dichiarato Paola De Micheli, ministro dei Trasporti, «l’Agenzia delle dogane non ha mai voluto compiutamente riconoscere il regime di extradoganalità del porto franco triestino». Non vi è necessità di riconoscimenti a livello Ue, essendo il regime di Trieste stato escluso dal regime comunitario (intervista a Il Piccolo 24/10/2019). Così lo striscione «Allegato VIII» figura sempre alla testa dei cortei dei portuali, che lo scorso luglio hanno ottenuto l’apertura di un tavolo di alto livello su questo tema al ministero dell’Economia. Per comprendere appieno la particolarità della situazione triestina, bisogna partire dalla considerazione che qui i lavoratori portuali si stanno mobilitando per ottenere l’applicazione di un trattato internazionale stipulato oltre settant’anni fa, pienamente sostenuti in questo dalle imprese e dagli spedizionieri che operano nel porto.

2. L’importanza dell’economia portuale per il territorio è accuratamente documentata dall’Analisi di impatto economico del porto di Trieste, svolta dall’Agenzia imprenditoriale operatori marittimi (Aiom) presieduta dal professor Sergio Bologna. Le cifre presentate in questo documento parlano chiaro. Lo studio ha stimato un fatturato annuo prodotto nel 2018 direttamente dal porto, pari a 1,3 miliardi di euro, per un valore aggiunto di 497 milioni di euro. L’occupazione diretta è di 5.070 unità e quella indiretta di 2.142.

Il valore dell’indotto in termini di fatturato è di 1,5 miliardi di euro e l’occupazione indotta di 3.974 unità. Complessivamente, il comparto portuale produce 2,8 miliardi di fatturato, 1 miliardo di valore aggiunto e un’occupazione complessiva di 11.186 unità. Lo studio ha altresì calcolato il gettito fiscale generato dal porto: 205 milioni per le casse statali e 274 milioni per quelle regionali. In termini relativi, il porto e il suo indotto rappresentano il 12% dell’occupazione della provincia di Trieste. In termini di pil, invece, il porto rappresenterebbe il 9% della ricchezza prodotta nel territorio provinciale.

Malgrado queste cifre (3), la politica locale aveva quasi scordato l’importanza del porto franco internazionale per l’economia e la vita della città, puntando invece su strategie economiche tanto astratte quanto inefficaci, incentrate sull’urbanizzazione di aree già portuali in chiave turistica e non sullo sviluppo di attività produttive in zona franca e sulla portualità.

Il merito dei movimenti indipendentisti è stato, indubbiamente, quello di rifocalizzare il dibattito pubblico sulle tematiche del porto franco e dell’internazionalizzazione, istanze ormai universalmente affermatesi.

Andando oltre la disputa giuridica sull’attualità del TLT, la sostanza che concretamente alimenta questa visione, scevra di qualsivoglia rivendicazione di tipo identitario, molto presente in quasi tutti gli indipendentismi (veneto, sardo, catalano o scozzese), è iscritta nel dna della città. Come sottolinea il bel libro di Claudio Magris e Angelo Ara, Trieste: un’identità di frontiera, o quello di Jan Morris Trieste o del nessun luogo, non vi è alcuna identità definita. In realtà, Trieste è una vera città solo da meno di tre secoli. Si è sviluppata intorno al porto franco istituito dall’imperatore Carlo VI d’Asburgo nel 1719 ed è cresciuta grazie all’impulso fornito da Maria Teresa d’Austria, che vi fece affluire da tutto il mondo operatori e mercanti, di svariate etnie, lingue e religioni. Uno sviluppo travolgente evidenziato anche da un acuto osservatore come Karl Marx.

Due suoi articoli, usciti sul New York Tribune rispettivamente il 9 gennaio e il 4 agosto 1857, ne attribuivano il merito sia al vasto entroterra europeo, il «mercato unico» dell’impero, sia al fatto che «Trieste aveva, al pari degli Stati Uniti, il vantaggio di non possedere un passato». Scriveva l’autore tedesco: «Popolata di commercianti e speculatori italiani, tedeschi, inglesi, francesi, greci, armeni, ebrei in variopinta miscela, [Trieste] non piegava sotto le tradizioni. Mentre il commercio veneziano dei cereali non usciva dai vecchi rapporti, Trieste allacciava il suo destino con la stella sorgente di Odessa, e al principio del XIX secolo, escludeva la rivale dal commercio mediterraneo dei cereali».

È curioso ricordare che la famosa scalinata di Odessa (a sua volta porto franco dal 1819),
 ripresa nel film La corazzata Potëmkin di Sergej Ejzenštejn fu costruita con pietre arenarie delle cave triestine, i masegni, fatte arrivare appositamente dal porto franco di Trieste. Forse è stato proprio il tentativo di superare l’intrinseca debolezza del sentimento di identità nazionale a produrre, a Trieste, icone tragiche del nazionalismo italiano più radicale. Come Wilhelm Oberdank, successivamente italianizzato in Guglielmo Oberdan, figlio illegittimo della domestica slovena Josepha Oberdank, e diversi altri irredentisti italiani, dai cognomi slavi o tedeschi: Adolfo Liebman, Giani Stuparich, Scipio Slataper, Marco Prister.

Carta di Laura Canali
3.Le radici dell’endemico autonomismo/ indipendentismo triestino affondano nella frustrazione provocata dall’ essere decaduti dallo status di porto principale (e terza città) del più grande impero europeo a piccola città periferica di uno Stato a sua volta periferico e arretrato, nel rapporto profondo tra la città e il suo porto franco internazionale e nella funzione che quest’ultimo ha svolto, e soprattutto subìto, nelle dispute geopolitiche internazionali. Come scriveva profeticamente Luigi Einaudi («se l’Italia vorrà conservare Trieste, lo potrà fare solo a condizione di non voler sfruttare il porto di Trieste a vantaggio esclusivo degli italiani» (4) e come hanno sempre sostenuto i veci nati durante l’impero, tra cui il poeta Biagio Marin (autore di una struggente poesia sul tema (5), il porto di Trieste avrebbe perso «gran parte del suo valore nel giorno che fosse separato dal suo entroterra tedesco e slavo e aggregato all’Italia». 
Cioè quanto è puntualmente avvenuto a partire dall’annessione successiva alla prima guerra mondiale.

L’attuale popolazione di Trieste (204.849) è inferiore a quella censita nel 1910, ovvero 229.510, cui si sommavano più di 35 mila immigrati giunti dal Regno d’Italia. Un caso unico tra le città europee, che da inizio secolo hanno generalmente moltiplicato il numero degli abitanti, segno di una decadenza pronunciata e costante. Prendendo a esempio i collegamenti ferroviari passeggeri, oggi non vi è più alcuna linea diretta con Vienna, mentre la linea ferroviaria austriaca Trieste-Vienna fu inaugurata già nel 1857. Una situazione peggiore di centosessanta anni fa, che testimonia quanto è stato fatto per tagliare le radici mitteleuropee di Trieste, in ossequio al nazionalismo italiano. E basta un viaggio per notare come il collegamento ferroviario passeggeri tra Trieste e il resto dell’Italia – via Venezia – sia inefficiente e distante da qualsiasi standard moderno.

Tutt’altra cosa è il collegamento merci del porto franco internazionale con il naturale entroterra mitteleuropeo. Utilizzando vettori esteri e sfruttando la ramificata rete ferroviaria lasciata in eredità dall’impero, compresi ponti e viadotti datati 1857, l’Autorità portuale ha fatto della ferrovia la principale modalità di trasporto terrestre, realizzando un forte e costante incremento annuo (10 mila treni standard registrati nel 2018, dato stimato in crescita per il 2019). Come sostenuto da più parti, l’impressione è che l’Italia abbia voluto Trieste per farne un simbolo di unità nazionale, per poi dimenticarsene rinunciando a utilizzare le notevoli potenzialità geoeconomiche del suo porto franco.

Il risentimento per questo «oblio» aveva già alimentato il dirompente fenomeno autonomista della Lista per Trieste (il cosiddetto «Melone»), che nelle elezioni comunali del 1978 scardinò il sistema partitico locale. Ma questa formazione politica era egemonizzata dai nazionalisti delusi dall’Italia «matrigna», ultimi eredi della borghesia liberal-nazionale italiana della prima metà del Novecento, che riuscirono a strumentalizzare l’autonomismo latente e il «portofranchismo» endemico, capitalizzando il sentimento di rancore tipico dell’amante tradito. Ora, nel neo-indipendentismo triestino questi sentimenti ambivalenti verso l’Italia sono invece assenti. Il fine è esplicitamente ottenere quella «internazionalizzazione della città» di cui parlava Novak.

Prevale, in questa visione, la convinzione che gli interessi di Trieste e del suo porto franco internazionale divergano irrimediabilmente da quelli nazionali italiani. Roma sembra preferire lo sviluppo di un sistema portuale concorrente, insensibile alle tematiche della portualità internazionale, proprio mentre le zone franche si stanno invece moltiplicando e sviluppando in tutto il mondo. A partire dalla Cina: fin dai tempi di Deng, Pechino ne ha fatto uno dei principali motori di sviluppo della propria economia.
Carta di Laura Canali4. La sensazione di abbandono è peraltro corroborata dai risultati di un secolo di annessione: isolamento dall’entroterra naturale europeo – solo ora in via di superamento – e fallimento dell’integrazione con il sistema economico italiano, che gli irredentisti avevano invece prefigurato.

Mettiamo a confronto i due porti che l’Italia ha recentemente indicato come possibili terminal delle nuove vie della seta: Trieste e Genova.

A Trieste, il 90% delle merci attualmente transitanti per il porto franco internazionale riguarda i traffici con l’Europa centro-orientale. Esempio chiarissimo dell’integrazione nella catena di distribuzione tedesca è l’oleodotto transalpino Tal/Siot, che da cinquant’anni pompa petrolio greggio fino a Ingolstadt, in Baviera, fornendo il 40% del fabbisogno petrolifero tedesco (il 100% delle regioni della Baviera e del Baden-Württemberg), il 90% di quello austriaco e oltre il 30% di quello ceco. Solo il 10% dei traffici è diretto verso l’Italia. Dunque un porto che fa da snodo tra l’Europa e l’Oriente (lontano e vicino), utilizzando il Canale di Suez e il suo recente raddoppio, come descritto da Luigi Einaudi già nel 1915. Dal canto loro, i traffici del porto di Genova interessano per il 47,4% la Lombardia, per il 18,4% il Piemonte, per l’8,6%, l’Emilia-Romagna e per l’8,2% il Veneto. Complessivamente, circa il 90% dei traffici è destinato all’Italia – il contrario di Trieste. C’è da meravigliarsi se Genova ha prodotto Balilla, mentre a Trieste predominano indipendentismo e cosmopolitismo?

Non c’è nemmeno da stupirsi se a Trieste prevalga l’opinione che le nuove vie della seta lanciate da Pechino non siano un pericolo, bensì un’opportunità per ritornare all’antica funzione di fulcro fra Occidente e Oriente, frustrata dall’isolamento conseguente all’annessione all’Italia avvenuta nel primo Novecento. La decadenza del porto di Trieste seguita al distacco forzoso dall’entroterra naturale e all’aggregazione al sistema politico-economico italiano, rivelatosi indifferente (quando non ostile per motivi di concorrenza), ha prodotto il tracollo dell’industria navalmeccanica e di quel tessuto industriale che di norma prospera intorno ai grandi porti. Si è assistito all’instaurazione di un’economia assistita e all’elefantiasi del pubblico impiego.

A Trieste, il pil prodotto dal settore industriale ammonta ora a circa il 9%, mentre in Friuli al 21%. La media nazionale italiana è del 18,5% e quella della stessa Roma è del 13%. Per fare un paragone, la Germania ha il 27,5% e la città Stato portuale di Singapore il 26%. La via maestra per venire fuori da questa penosa situazione è quella intrapresa dall’Autorità portuale: utilizzare il regime di porto franco, magari completato con fiscalità di vantaggio, per favorire insediamenti industriali e produttivi che mantengano sul territorio il valore aggiunto dei traffici portuali e sviluppare al massimo le connessioni internazionali. E qui il rapporto con l’Asia e la Cina diventa cruciale per la città portuale dove è stato progettato il Canale di Suez (6), che con la sua realizzazione ha regalato a Trieste una posizione centrale nei traffici tra Europa e Oriente.

Trieste, come spesso accaduto, per esempio durante la prima guerra mondiale e nella guerra fredda, si trova nuovamente al centro di tensioni geopolitiche importanti. Non più solo intraeuropee stavolta, ma principalmente tra Usa e Cina. Il porto di Trieste è ritenuto, geopoliticamente e militarmente, troppo strategico per poter diventare tout court un terminal delle nuove vie della seta a disposizione della Cina. Probabilmente il punto di equilibrio tra spinte contrapposte va ricercato nella sua particolare natura di porto franco internazionale, da mantenere a disposizione di tutti gli Stati, senza privilegi o discriminazioni. È dalla sua posizione «terza» e neutrale nei conflitti che un porto franco può trarre vantaggio, così come la franchigia doganale e daziaria lo agevola in un periodo di crescente protezionismo e guerre commerciali. E questo è anche uno dei motivi che induce a sviluppare sentimenti autonomisti in opposizione agli Stati nazionali e al loro necessario schierarsi nel contesto internazionale.

5. Il manifestarsi, con andamento carsico, di movimenti popolari e organizzazioni autonomiste/indipendentiste a Trieste, focalizzate sulla promozione del porto franco internazionale, non ha niente a che fare con chiusure identitarie localiste. È piuttosto espressione della spinta all’ internazionalizzazione e alla piena realizzazione del ruolo di nodo di traffici e connessioni internazionali. Questa è da trecento anni l’anima profonda di questa città, che non può lasciarsi ingabbiare nel nazionalismo senza deperire. Come pochi sanno, è qui che nel 1827 Josef Ressel ha inventato, collaudato e brevettato l’elica navale, dispositivo che ha rivoluzionato la navigazione, in un contesto di effervescente sviluppo economico e culturale.

In questa visione, l’autonomia e il distacco dalle pastoie burocratiche e dalle inefficienze dello Stato nazionale – vissuto come un’obsoleta struttura centralistica, con una classe politica incapace non solo di produrre visione strategica, ma semplicemente di stare al passo con gli sviluppi dei traffici internazionali – sono ritenuti passaggi necessari. Presupposti per poter sviluppare le evidenti potenzialità geoeconomiche della città portuale in questa nuova fase. La missione storica e geopolitica di Trieste, pena la perdita della sua ragion d’essere, è quella di servire, come porto franco, un’ampia area plurinazionale, quale che sia la forma politica più consona al momento storico.

Forte resta il fascino esercitato dalle città Stato portuali che si pongono sulla scena globale come nodi della rete di traffici e connessioni internazionali, gestite da amministrazioni locali snelle, efficienti e ben sintonizzate sulle necessità dell’apparato produttivo e della società civile. Innanzitutto Singapore, un mito per gran parte degli indipendentisti triestini, ma anche Brema e Amburgo, che tuttora sono Stati con istituzioni proprie federati alla Germania.

E non potrebbe essere diversamente in una città portuale sempre più integrata nella catena del valore tedesca e che risente dell’influsso delle faglie geopolitiche riattivate dal rimescolamento degli assetti europei e dalle tensioni globali. Dal Trimarium alle rivendicazioni autonomiste nel Nord-Est italiano (ma anche in Baviera); dal riemergere del concetto di Kerneuropa e di «Europa di Mezzo» (Mitteleuropa) non solo come nostalgia culturale, ma come area di integrazione economica. Per arrivare infine ai confronti su larga scala tra Usa, Cina e Russia.

L’autonomismo/indipendentismo triestino è attraversato da sentimenti ambivalenti: voglia di distacco (dall’Italia) e di integrazione (con l’Europa di Mezzo), nostalgia per i fasti passati e proiezione verso un futuro globale. Paradossalmente, a Trieste il più forte impulso politico verso un mondo interconnesso sembra essere quello che apparentemente indicherebbe la direzione contraria: il decentramento e l’autonomia da uno Stato nazionale inefficiente e attraversato da forti spinte verso chiusure nazionaliste, quelle che ora si usa denominare «sovraniste».



Note:
1. B.C. Novak, Trieste 1941-1954, Chicago 1970, University of Chicago Press (edito in Italia da Mursia, p. 441).
2. A. Luchetta, «Se Trieste rinnega l’Italia», Limesonline, 27/1/2014; «Basta dialogo, il Movimento Trieste Libera passa all’autodifesa dall’Italia», Limesonline, 4/3/2014.
3. Dati in M. Sommariva, «I porti marittimi da locale a globale», Sistemi di Logistica, autunno 2019.
4. L. Einaudi, Guerra ed economia – Prediche, Roma-Bari 1920, Laterza, p. 42.
5. La poesia recita: «Trieste è felice stasera/ Celebra con trasporto la sua futura sventura/ Perché tutte le volte che questa nostra città si è concessa con sconfinato entusiasmo all’Italia amata, ha subito imboccato la triste strada della decadenza/ Noi eravamo il gioiello dell’Impero di Maria Teresa e il porto dell’Austria/ Eravamo la rosa profumata degli Asburgo/ Con l’Italia saremo un piccolo fondaco gestito in modo sbrigativo dai burocratici e diventeremo una società strozzata e rassegnata di facili guadagni e di indomabili nostalgie/ Oggi è cominciato il nostro tramonto».
6. L. Goriup, «Se esiste il Canale di Suez il merito è di Revoltella», Il Piccolo, 5/12/2017.