DIBATTITO SU QUESTIONI INTERNAZIONALI PER UNA CITTA' INTERNAZIONALE

mercoledì 10 giugno 2020

L' IRRIDUCIBILE ALTERITA' DI TRIESTE - Un articolo di LIMES per inquadrare meglio quello che sta succedendo in questi giorni al Porto Franco Internazionale.

Carta di Laura Canali 
In questi giorni difficili, questo articolo è leggibile gratuitamente da tutti. 
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Pubblicato in LIMES: IL MURO PORTANTE - n°10 - 2019 - 8/11/2019

L’IRRIDUCIBILE ALTERITÀ DI TRIESTE

 di Paolo Deganutti

Gli indipendentisti invocano lo sviluppo del porto franco stabilito dagli accordi del secondo dopoguerra. I fasti asburgici e il declino post-annessione. La Mitteleuropa come entroterra naturale. Il mito delle città Stato. Trieste è troppo internazionale per essere italiana.

1. Già nel 1970 lo storico Bogdan Novak scriveva: «La questione di Trieste potrebbe essere nuovamente portata all’attenzione del mondo (…) da una grande crisi economica in Italia che potrebbe provocare una grave disoccupazione nella città. Gli italiani di Trieste sarebbero indotti a prendere in considerazione il retroterra come soluzione e a chiedere di internazionalizzare la città» .(1)

Nel 2013 l’endemico 
spirito autonomista di Trieste, nelle sue varie gradazioni – dall’ autonomismo moderato e borghese all’ indipendentismo radicale e popolare – è riaffiorato come un fiume carsico in superficie. Alcune imponenti manifestazioni popolari hanno riproposto il tema del Territorio libero di Trieste (TLT) e del porto franco internazionale, con striscioni e comizi in italiano, sloveno, tedesco, inglese e il dialetto «triestin» come lingua franca (2).

Secondo la tesi indipendentista, che segue un approccio legalitario tipicamente triestino dovuto alla proverbiale fiducia «asburgica» in leggi e istituzioni, il TLT istituito dal trattato di Parigi (1947) andrebbe considerato ancora valido de iure. Nessun trattato o accordo successivo di rango minore avrebbe avuto il potere di modificarlo, né il Memorandum di Londra (1954) né il trattato bilaterale di Osimo (1975). Soprattutto, l’indipendentismo mette al centro, concretamente, lo sviluppo del Porto Franco Internazionale di Trieste, previsto dai trattati citati e regolato dall’allegato VIII del trattato di pace ritenendolo, a buon diritto, il vero cuore dell’economia locale, in grado di assicurare prosperità a un territorio autonomo.

Per effetto di questi trattati precedenti alla formazione dell’Unione Europea (e da essa recepiti), il porto franco di Trieste è il solo in Europa a cui è garantita la piena extraterritorialità doganale. Ciò lo rende un unicum su cui nemmeno Bruxelles ha poteri di intervento. Extraterritorialità doganale che ha fatto ipotizzare, in seguito al Brexit, il suo utilizzo anche come sede di grandi imprese attualmente nel Regno Unito, riproponendo quel Centro finanziario offshore previsto dalla legge 19/1991 promulgata nel clima di euforia esploso alla caduta della cortina di ferro, ma mai realizzato malgrado sponsor importanti come le Generali.

Da oltre sette decenni l’Italia si dimostra molto restia alla piena attuazione del regime di porto franco nelle modalità previste dall’allegato VIII, che pertanto è diventato il centro delle rivendicazioni del Coordinamento lavoratori portuali Trieste (Clpt), il sindacato maggioritario dei lavoratori portuali triestini.

Come ha dichiarato Paola De Micheli, ministro dei Trasporti, «l’Agenzia delle dogane non ha mai voluto compiutamente riconoscere il regime di extradoganalità del porto franco triestino». Non vi è necessità di riconoscimenti a livello Ue, essendo il regime di Trieste stato escluso dal regime comunitario (intervista a Il Piccolo 24/10/2019). Così lo striscione «Allegato VIII» figura sempre alla testa dei cortei dei portuali, che lo scorso luglio hanno ottenuto l’apertura di un tavolo di alto livello su questo tema al ministero dell’Economia. Per comprendere appieno la particolarità della situazione triestina, bisogna partire dalla considerazione che qui i lavoratori portuali si stanno mobilitando per ottenere l’applicazione di un trattato internazionale stipulato oltre settant’anni fa, pienamente sostenuti in questo dalle imprese e dagli spedizionieri che operano nel porto.

2. L’importanza dell’economia portuale per il territorio è accuratamente documentata dall’Analisi di impatto economico del porto di Trieste, svolta dall’Agenzia imprenditoriale operatori marittimi (Aiom) presieduta dal professor Sergio Bologna. Le cifre presentate in questo documento parlano chiaro. Lo studio ha stimato un fatturato annuo prodotto nel 2018 direttamente dal porto, pari a 1,3 miliardi di euro, per un valore aggiunto di 497 milioni di euro. L’occupazione diretta è di 5.070 unità e quella indiretta di 2.142.

Il valore dell’indotto in termini di fatturato è di 1,5 miliardi di euro e l’occupazione indotta di 3.974 unità. Complessivamente, il comparto portuale produce 2,8 miliardi di fatturato, 1 miliardo di valore aggiunto e un’occupazione complessiva di 11.186 unità. Lo studio ha altresì calcolato il gettito fiscale generato dal porto: 205 milioni per le casse statali e 274 milioni per quelle regionali. In termini relativi, il porto e il suo indotto rappresentano il 12% dell’occupazione della provincia di Trieste. In termini di pil, invece, il porto rappresenterebbe il 9% della ricchezza prodotta nel territorio provinciale.

Malgrado queste cifre (3), la politica locale aveva quasi scordato l’importanza del porto franco internazionale per l’economia e la vita della città, puntando invece su strategie economiche tanto astratte quanto inefficaci, incentrate sull’urbanizzazione di aree già portuali in chiave turistica e non sullo sviluppo di attività produttive in zona franca e sulla portualità.

Il merito dei movimenti indipendentisti è stato, indubbiamente, quello di rifocalizzare il dibattito pubblico sulle tematiche del porto franco e dell’internazionalizzazione, istanze ormai universalmente affermatesi.

Andando oltre la disputa giuridica sull’attualità del TLT, la sostanza che concretamente alimenta questa visione, scevra di qualsivoglia rivendicazione di tipo identitario, molto presente in quasi tutti gli indipendentismi (veneto, sardo, catalano o scozzese), è iscritta nel dna della città. Come sottolinea il bel libro di Claudio Magris e Angelo Ara, Trieste: un’identità di frontiera, o quello di Jan Morris Trieste o del nessun luogo, non vi è alcuna identità definita. In realtà, Trieste è una vera città solo da meno di tre secoli. Si è sviluppata intorno al porto franco istituito dall’imperatore Carlo VI d’Asburgo nel 1719 ed è cresciuta grazie all’impulso fornito da Maria Teresa d’Austria, che vi fece affluire da tutto il mondo operatori e mercanti, di svariate etnie, lingue e religioni. Uno sviluppo travolgente evidenziato anche da un acuto osservatore come Karl Marx.

Due suoi articoli, usciti sul New York Tribune rispettivamente il 9 gennaio e il 4 agosto 1857, ne attribuivano il merito sia al vasto entroterra europeo, il «mercato unico» dell’impero, sia al fatto che «Trieste aveva, al pari degli Stati Uniti, il vantaggio di non possedere un passato». Scriveva l’autore tedesco: «Popolata di commercianti e speculatori italiani, tedeschi, inglesi, francesi, greci, armeni, ebrei in variopinta miscela, [Trieste] non piegava sotto le tradizioni. Mentre il commercio veneziano dei cereali non usciva dai vecchi rapporti, Trieste allacciava il suo destino con la stella sorgente di Odessa, e al principio del XIX secolo, escludeva la rivale dal commercio mediterraneo dei cereali».

È curioso ricordare che la famosa scalinata di Odessa (a sua volta porto franco dal 1819),
 ripresa nel film La corazzata Potëmkin di Sergej Ejzenštejn fu costruita con pietre arenarie delle cave triestine, i masegni, fatte arrivare appositamente dal porto franco di Trieste. Forse è stato proprio il tentativo di superare l’intrinseca debolezza del sentimento di identità nazionale a produrre, a Trieste, icone tragiche del nazionalismo italiano più radicale. Come Wilhelm Oberdank, successivamente italianizzato in Guglielmo Oberdan, figlio illegittimo della domestica slovena Josepha Oberdank, e diversi altri irredentisti italiani, dai cognomi slavi o tedeschi: Adolfo Liebman, Giani Stuparich, Scipio Slataper, Marco Prister.

Carta di Laura Canali
3.Le radici dell’endemico autonomismo/ indipendentismo triestino affondano nella frustrazione provocata dall’ essere decaduti dallo status di porto principale (e terza città) del più grande impero europeo a piccola città periferica di uno Stato a sua volta periferico e arretrato, nel rapporto profondo tra la città e il suo porto franco internazionale e nella funzione che quest’ultimo ha svolto, e soprattutto subìto, nelle dispute geopolitiche internazionali. Come scriveva profeticamente Luigi Einaudi («se l’Italia vorrà conservare Trieste, lo potrà fare solo a condizione di non voler sfruttare il porto di Trieste a vantaggio esclusivo degli italiani» (4) e come hanno sempre sostenuto i veci nati durante l’impero, tra cui il poeta Biagio Marin (autore di una struggente poesia sul tema (5), il porto di Trieste avrebbe perso «gran parte del suo valore nel giorno che fosse separato dal suo entroterra tedesco e slavo e aggregato all’Italia». 
Cioè quanto è puntualmente avvenuto a partire dall’annessione successiva alla prima guerra mondiale.

L’attuale popolazione di Trieste (204.849) è inferiore a quella censita nel 1910, ovvero 229.510, cui si sommavano più di 35 mila immigrati giunti dal Regno d’Italia. Un caso unico tra le città europee, che da inizio secolo hanno generalmente moltiplicato il numero degli abitanti, segno di una decadenza pronunciata e costante. Prendendo a esempio i collegamenti ferroviari passeggeri, oggi non vi è più alcuna linea diretta con Vienna, mentre la linea ferroviaria austriaca Trieste-Vienna fu inaugurata già nel 1857. Una situazione peggiore di centosessanta anni fa, che testimonia quanto è stato fatto per tagliare le radici mitteleuropee di Trieste, in ossequio al nazionalismo italiano. E basta un viaggio per notare come il collegamento ferroviario passeggeri tra Trieste e il resto dell’Italia – via Venezia – sia inefficiente e distante da qualsiasi standard moderno.

Tutt’altra cosa è il collegamento merci del porto franco internazionale con il naturale entroterra mitteleuropeo. Utilizzando vettori esteri e sfruttando la ramificata rete ferroviaria lasciata in eredità dall’impero, compresi ponti e viadotti datati 1857, l’Autorità portuale ha fatto della ferrovia la principale modalità di trasporto terrestre, realizzando un forte e costante incremento annuo (10 mila treni standard registrati nel 2018, dato stimato in crescita per il 2019). Come sostenuto da più parti, l’impressione è che l’Italia abbia voluto Trieste per farne un simbolo di unità nazionale, per poi dimenticarsene rinunciando a utilizzare le notevoli potenzialità geoeconomiche del suo porto franco.

Il risentimento per questo «oblio» aveva già alimentato il dirompente fenomeno autonomista della Lista per Trieste (il cosiddetto «Melone»), che nelle elezioni comunali del 1978 scardinò il sistema partitico locale. Ma questa formazione politica era egemonizzata dai nazionalisti delusi dall’Italia «matrigna», ultimi eredi della borghesia liberal-nazionale italiana della prima metà del Novecento, che riuscirono a strumentalizzare l’autonomismo latente e il «portofranchismo» endemico, capitalizzando il sentimento di rancore tipico dell’amante tradito. Ora, nel neo-indipendentismo triestino questi sentimenti ambivalenti verso l’Italia sono invece assenti. Il fine è esplicitamente ottenere quella «internazionalizzazione della città» di cui parlava Novak.

Prevale, in questa visione, la convinzione che gli interessi di Trieste e del suo porto franco internazionale divergano irrimediabilmente da quelli nazionali italiani. Roma sembra preferire lo sviluppo di un sistema portuale concorrente, insensibile alle tematiche della portualità internazionale, proprio mentre le zone franche si stanno invece moltiplicando e sviluppando in tutto il mondo. A partire dalla Cina: fin dai tempi di Deng, Pechino ne ha fatto uno dei principali motori di sviluppo della propria economia.
Carta di Laura Canali4. La sensazione di abbandono è peraltro corroborata dai risultati di un secolo di annessione: isolamento dall’entroterra naturale europeo – solo ora in via di superamento – e fallimento dell’integrazione con il sistema economico italiano, che gli irredentisti avevano invece prefigurato.

Mettiamo a confronto i due porti che l’Italia ha recentemente indicato come possibili terminal delle nuove vie della seta: Trieste e Genova.

A Trieste, il 90% delle merci attualmente transitanti per il porto franco internazionale riguarda i traffici con l’Europa centro-orientale. Esempio chiarissimo dell’integrazione nella catena di distribuzione tedesca è l’oleodotto transalpino Tal/Siot, che da cinquant’anni pompa petrolio greggio fino a Ingolstadt, in Baviera, fornendo il 40% del fabbisogno petrolifero tedesco (il 100% delle regioni della Baviera e del Baden-Württemberg), il 90% di quello austriaco e oltre il 30% di quello ceco. Solo il 10% dei traffici è diretto verso l’Italia. Dunque un porto che fa da snodo tra l’Europa e l’Oriente (lontano e vicino), utilizzando il Canale di Suez e il suo recente raddoppio, come descritto da Luigi Einaudi già nel 1915. Dal canto loro, i traffici del porto di Genova interessano per il 47,4% la Lombardia, per il 18,4% il Piemonte, per l’8,6%, l’Emilia-Romagna e per l’8,2% il Veneto. Complessivamente, circa il 90% dei traffici è destinato all’Italia – il contrario di Trieste. C’è da meravigliarsi se Genova ha prodotto Balilla, mentre a Trieste predominano indipendentismo e cosmopolitismo?

Non c’è nemmeno da stupirsi se a Trieste prevalga l’opinione che le nuove vie della seta lanciate da Pechino non siano un pericolo, bensì un’opportunità per ritornare all’antica funzione di fulcro fra Occidente e Oriente, frustrata dall’isolamento conseguente all’annessione all’Italia avvenuta nel primo Novecento. La decadenza del porto di Trieste seguita al distacco forzoso dall’entroterra naturale e all’aggregazione al sistema politico-economico italiano, rivelatosi indifferente (quando non ostile per motivi di concorrenza), ha prodotto il tracollo dell’industria navalmeccanica e di quel tessuto industriale che di norma prospera intorno ai grandi porti. Si è assistito all’instaurazione di un’economia assistita e all’elefantiasi del pubblico impiego.

A Trieste, il pil prodotto dal settore industriale ammonta ora a circa il 9%, mentre in Friuli al 21%. La media nazionale italiana è del 18,5% e quella della stessa Roma è del 13%. Per fare un paragone, la Germania ha il 27,5% e la città Stato portuale di Singapore il 26%. La via maestra per venire fuori da questa penosa situazione è quella intrapresa dall’Autorità portuale: utilizzare il regime di porto franco, magari completato con fiscalità di vantaggio, per favorire insediamenti industriali e produttivi che mantengano sul territorio il valore aggiunto dei traffici portuali e sviluppare al massimo le connessioni internazionali. E qui il rapporto con l’Asia e la Cina diventa cruciale per la città portuale dove è stato progettato il Canale di Suez (6), che con la sua realizzazione ha regalato a Trieste una posizione centrale nei traffici tra Europa e Oriente.

Trieste, come spesso accaduto, per esempio durante la prima guerra mondiale e nella guerra fredda, si trova nuovamente al centro di tensioni geopolitiche importanti. Non più solo intraeuropee stavolta, ma principalmente tra Usa e Cina. Il porto di Trieste è ritenuto, geopoliticamente e militarmente, troppo strategico per poter diventare tout court un terminal delle nuove vie della seta a disposizione della Cina. Probabilmente il punto di equilibrio tra spinte contrapposte va ricercato nella sua particolare natura di porto franco internazionale, da mantenere a disposizione di tutti gli Stati, senza privilegi o discriminazioni. È dalla sua posizione «terza» e neutrale nei conflitti che un porto franco può trarre vantaggio, così come la franchigia doganale e daziaria lo agevola in un periodo di crescente protezionismo e guerre commerciali. E questo è anche uno dei motivi che induce a sviluppare sentimenti autonomisti in opposizione agli Stati nazionali e al loro necessario schierarsi nel contesto internazionale.

5. Il manifestarsi, con andamento carsico, di movimenti popolari e organizzazioni autonomiste/indipendentiste a Trieste, focalizzate sulla promozione del porto franco internazionale, non ha niente a che fare con chiusure identitarie localiste. È piuttosto espressione della spinta all’ internazionalizzazione e alla piena realizzazione del ruolo di nodo di traffici e connessioni internazionali. Questa è da trecento anni l’anima profonda di questa città, che non può lasciarsi ingabbiare nel nazionalismo senza deperire. Come pochi sanno, è qui che nel 1827 Josef Ressel ha inventato, collaudato e brevettato l’elica navale, dispositivo che ha rivoluzionato la navigazione, in un contesto di effervescente sviluppo economico e culturale.

In questa visione, l’autonomia e il distacco dalle pastoie burocratiche e dalle inefficienze dello Stato nazionale – vissuto come un’obsoleta struttura centralistica, con una classe politica incapace non solo di produrre visione strategica, ma semplicemente di stare al passo con gli sviluppi dei traffici internazionali – sono ritenuti passaggi necessari. Presupposti per poter sviluppare le evidenti potenzialità geoeconomiche della città portuale in questa nuova fase. La missione storica e geopolitica di Trieste, pena la perdita della sua ragion d’essere, è quella di servire, come porto franco, un’ampia area plurinazionale, quale che sia la forma politica più consona al momento storico.

Forte resta il fascino esercitato dalle città Stato portuali che si pongono sulla scena globale come nodi della rete di traffici e connessioni internazionali, gestite da amministrazioni locali snelle, efficienti e ben sintonizzate sulle necessità dell’apparato produttivo e della società civile. Innanzitutto Singapore, un mito per gran parte degli indipendentisti triestini, ma anche Brema e Amburgo, che tuttora sono Stati con istituzioni proprie federati alla Germania.

E non potrebbe essere diversamente in una città portuale sempre più integrata nella catena del valore tedesca e che risente dell’influsso delle faglie geopolitiche riattivate dal rimescolamento degli assetti europei e dalle tensioni globali. Dal Trimarium alle rivendicazioni autonomiste nel Nord-Est italiano (ma anche in Baviera); dal riemergere del concetto di Kerneuropa e di «Europa di Mezzo» (Mitteleuropa) non solo come nostalgia culturale, ma come area di integrazione economica. Per arrivare infine ai confronti su larga scala tra Usa, Cina e Russia.

L’autonomismo/indipendentismo triestino è attraversato da sentimenti ambivalenti: voglia di distacco (dall’Italia) e di integrazione (con l’Europa di Mezzo), nostalgia per i fasti passati e proiezione verso un futuro globale. Paradossalmente, a Trieste il più forte impulso politico verso un mondo interconnesso sembra essere quello che apparentemente indicherebbe la direzione contraria: il decentramento e l’autonomia da uno Stato nazionale inefficiente e attraversato da forti spinte verso chiusure nazionaliste, quelle che ora si usa denominare «sovraniste».



Note:
1. B.C. Novak, Trieste 1941-1954, Chicago 1970, University of Chicago Press (edito in Italia da Mursia, p. 441).
2. A. Luchetta, «Se Trieste rinnega l’Italia», Limesonline, 27/1/2014; «Basta dialogo, il Movimento Trieste Libera passa all’autodifesa dall’Italia», Limesonline, 4/3/2014.
3. Dati in M. Sommariva, «I porti marittimi da locale a globale», Sistemi di Logistica, autunno 2019.
4. L. Einaudi, Guerra ed economia – Prediche, Roma-Bari 1920, Laterza, p. 42.
5. La poesia recita: «Trieste è felice stasera/ Celebra con trasporto la sua futura sventura/ Perché tutte le volte che questa nostra città si è concessa con sconfinato entusiasmo all’Italia amata, ha subito imboccato la triste strada della decadenza/ Noi eravamo il gioiello dell’Impero di Maria Teresa e il porto dell’Austria/ Eravamo la rosa profumata degli Asburgo/ Con l’Italia saremo un piccolo fondaco gestito in modo sbrigativo dai burocratici e diventeremo una società strozzata e rassegnata di facili guadagni e di indomabili nostalgie/ Oggi è cominciato il nostro tramonto».
6. L. Goriup, «Se esiste il Canale di Suez il merito è di Revoltella», Il Piccolo, 5/12/2017.








sabato 25 aprile 2020

Economia o salute? Nord contro Sud, l’Unione Europea è spaccata


La faglia fiscale tra i paesi dell’Unione Europea è vecchia di quasi dieci anni. Con il coronavirus si è aggiunta la faglia sanitaria, a parti invertite.

carta di 


La carta inedita della settimana è sulla frattura tra Nord e Sud all’interno dell’Unione Europea. Una fratttura portata in superficie dal coronavirus e non risolta dal Consiglio Europeo del 23 aprile, che pure ha deliberato la futura creazione di un fondo per la ripresa dalle caratteristiche ancora non definite (spetterà alla Commissione elaborare una proposta al riguardo).

La faglia non è una novità. Già durante la crisi dell’euro all’inizio dello scorso decennio, l’Ue si divise nettamente fra i paesi meridionali (più l’Irlanda) in difficoltà finanziarie e i paesi settentrionali non disposti ad accollarsi i costi del salvataggio. Fra questi ultimi, in compagnia di Paesi Bassi, Austria e Finlandia, svettava la Germania. Cicale contro formiche, nello stereotipo creatosi all’epoca.

La disputa non venne risolta una volta per tutte. Si trovò un compromesso basato su due pilastri. Primo, il fondo salva-Stati, poi noto come Meccanismo europeo di stabilità, che eroga denaro con condizioni assai stringenti, le più dure delle quali sono state applicate alla Grecia. Secondo, la protezione da parte della Banca centrale europea dei tassi d’interesse sui titoli di debito pubblico, per evitare che i paesi più deboli (tra cui l’Italia) dichiarassero bancarotta.

La faglia è tornata a buttare lava ora che le chiusure imposte dall’emergenza sanitaria hanno spinto le economie europee sull’orlo del collasso. I membri dell’Ue si sono nuovamente divisi negli stessi identici campi, con il fronte sud guidato dalla Francia che chiede di condividere i costi della ripresa e il fronte nord guidato dalla Germania non intenzionato a mutualizzare i debiti che gli Stati contrarranno in questa fase.

Benché la crisi riguardi tutti, non lo fa in maniera omogenea. Il virus ha colpito più duramente Italia, Francia, Spagna (il triangolo del contagio nella carta) le cui finanze erano state fiaccate più che altrove dalla precedente crisi. Il timore di questi paesi, semplicemente, è di non farcela da soli. Peraltro, se dovessero dichiarare un fallimento, è alto il rischio che con loro trascinino pure il mercato comune, la risorsa più preziosa dell’Ue, un pilastro fondamentale della strategia di tutti i membri del blocco, anche (forse soprattutto) di quelli settentrionali.

A rendere ancor più profonda la spaccatura Nord-Sud sono le diverse risposte all’emergenza sanitaria data dai due campi. In generale, le misure di contenimento del virus adottate da paesi come Italia, Francia e Spagna sono state molto più repentine e molto più restrittive rispetto a quelle varate dai membri nordici. Non è detto che non si generino nuove tensioni fra paesi più “rigorosi” e altri più “lassisti”, stavolta a parti invertite. Mentre il Nord normalmente si pensa più ligio dal punto di vista economico, ora rischia di essere rimproverato dal Sud per non aver preso i suoi stessi provvedimenti.

In queste diatribe, l’Est resta lontano dai riflettori. Non solo perché pochissimi membri orientali hanno l’euro, ma anche per la tendenza dominante a chiudersi entro i propri confini. Confermandosi nazioni assai fragili e insicure nel muoversi nell’agone continentale.

Una risposta comune, a livello europeo, arriverà. Sulle tempistiche e sull’entità dei fondi stanziati si potrà dibattere. Di certo, la soluzione sarà un compromesso che non accontenterà completamente tutti.

Nemmeno questa crisi sanerà la faglia Nord-Sud. Troppo profonda e tinta di colori troppo accesi per essere semplicemente causata da squilibri economici. Lampante testimonianza che le collettività del continente non sono disposte ad accettare di trasferire parte del proprio benessere per sostenere le altre. Un meccanismo tipico delle nazioni. Ancora assente nel plurale spazio europeo.

Testo di Federico Petroni.
Inedito a colori di Laura Canali in esclusiva su Limesonline.

lunedì 20 aprile 2020

L’ EFFETTO FARFALLA DEL CORONAVIRUS: SEI PREVISIONI PER UN NUOVO ORDINE MONDIALE - DI PARAG KHANNA E KARAN KHEMKA



Il mondo potrebbe presto superare il "picco" dell’ epidemia virale. Ma la vera ripresa richiederà anni, e gli effetti della perturbazione saranno simili a un terremoto. Parag Khanna e Karan Khemka hanno previsto le scosse di assestamento.

Nella teoria del caos, l'effetto farfalla descrive un piccolo cambiamento che può avere conseguenze massicce e imprevedibili. Un insetto sbatte le ali e, settimane dopo, provoca un tornado.
Il coronavirus è più simile a un terremoto, con scosse di assestamento che rimodelleranno il mondo in modo permanente.
Se siamo fortunati, il mondo passerà il “picco” dell’ epidemia virale entro i prossimi sei mesi.
Ma l'economia, i governi e le istituzioni sociali impiegheranno anni per riprendersi, nel migliore dei casi. Infatti, piuttosto che parlare di "ripresa", che implica un ritorno a come erano le cose, sarebbe saggio tentare di capire quale nuova direzione prenderà la civiltà. Anche questo sarà un percorso accidentato. I prossimi 3-5 anni ci ricorderanno che COVID-19 è stato come un fulmine prima del tuono.
Naturalmente è difficile tracciare linee rette tra causa ed effetto. Con il senno di poi, possiamo ricostruire come il Trattato di Versailles e la Grande Depressione permisero l'ascesa di Hitler. Ma nel mondo iperconnesso di oggi le fitte reti globali permettono agli effetti farfalla di incresparsi e amplificarsi molto più rapidamente.
Possiamo progettare in anticipo i probabili scenari che emergono dalle conseguenze della pandemia di oggi? Considerato quanto le nostre istituzioni sono tese a far fronte alla crisi attuale, pochi compiti potrebbero essere più urgenti per aiutarci a prepararci al futuro. È facile prevedere un'ulteriore catastrofe dopo un fenomeno devastante come il coronavirus. La realtà probabilmente si evolverà in modo diverso, e questo è certamente possibile.


LA LUNGA EMERGENZA
Lo scenario di rischio più ovvio da considerare è che i numerosi ceppi esistenti di COVID-19 che circolano per il mondo continuino a devastare le società mentre la ricerca di un vaccino si riveli più elusiva, andando oltre i 12-18 mesi attualmente previsti.
I Paesi che hanno accettato i ritmi delle politiche di "shelter-in-place" (protezione) e delle tecnologie di rintracciamento dei contatti possono essere in grado di isolare le sacche di esposizione attraverso rigorose quarantene, ma i Paesi poveri e densamente popolati resteranno particolarmente impreparati e vulnerabili. Il numero complessivo di morti passerà dagli attuali meno di 100.000 a quasi un milione o più. Al momento, tutti i paesi si stanno autoisolando ma, in questa prospettiva, alcuni paesi resterebbero indefinitamente isolati dallo scambio fisico con gli altri. Dal punto di vista interno, si troverebbero di fronte alla scelta dolorosa tra la riapertura delle loro economie e l'esposizione delle loro popolazioni a ulteriori infezioni.
Dovremmo quindi essere cauti riguardo alle previsioni che suggeriscono di affrontare solo una recessione a forma di U o V.  Numerosi fattori si oppongono a questa visione unilaterale. Soprattutto, le catene di approvvigionamento e i mercati sono più integrati di quanto comunemente si ritenga, e la riduzione della delocalizzazione è più difficile di un semplice tratto di penna. L'attuale debacle americana riguardo maschere chirurgiche e ventilatori ne è un esempio lampante. I mercati emergenti e i paesi in via di sviluppo sono critici sia come fornitori che come mercati di sbocco. La loro scomparsa indebolirebbe l'economia mondiale nel suo complesso.
Inoltre, la disoccupazione interna sta raggiungendo i livelli dell'epoca della depressione e gli attuali pacchetti di aiuti non rappresentano ancora lo stimolo di cui molti cittadini occidentali potrebbero aver bisogno per gli anni a venire. Risparmi precauzionali e consumi contenuti regoleranno le decisioni di spesa delle famiglie, e gli investimenti delle imprese si ridurranno. Una forma a W a lungo termine è quindi lo scenario economico più probabile per gli anni a venire.
A livello umano, l'attuale caduta economica è così verticale che le cifre del PIL sono l'ultima cosa cui la maggior parte delle persone pensa. Per i governi e le imprese, tuttavia, la spirale del debito è una questione di enorme preoccupazione. Una volta esaurite le linee di credito a rotazione, numerose grandi imprese crolleranno o si consolideranno. Le industrie, dal settore immobiliare commerciale a quello dell'aviazione, subiranno enormi svalutazioni del valore degli edifici per uffici e centri commerciali, per sedi di compagnie aeree e aeroporti. Mentre la politica sociale europea tiene a galla le famiglie molto meglio del magro benessere dell'America, il mercato unico americano è molto più efficiente della zona euro, dove i leader non accetteranno un sistema di debito mutualistico sufficientemente ampio.
Quando i grandi datori di lavoro (e gli stati o le province che dipendono dal loro gettito fiscale) crollano, i governi possono cadere.


LO "SCENARIO SUEZ"
Il crollo dello Stato non è uno scenario impossibile per i petrostati dall'Ecuador all'Iran. Gli ultimi anni di iperinflazione e di fame del Venezuela saranno aggravati dal calo degli aiuti e dal crollo dei prezzi del petrolio. Così come la crisi petrolifera degli anni '80 ha accelerato la disintegrazione dell'Unione Sovietica, la combinazione del crollo dei prezzi del petrolio e la probabilità che l'”hajj” (pellegrinaggio alla Mecca ndr) debba essere annullato sventra le due maggiori fonti di reddito dell'Arabia Saudita.  L'alto tasso di infezione da virus in Iran è stato aggravato dalla morsa delle sanzioni americane. I petrostati e i Paesi in via di sviluppo si sono rivolti al FMI per accedere al suo prestito d'emergenza e hanno anche utilizzato le loro riserve di dollari USA per sostenere i loro finanziamenti ed evitare la fuga di capitali. Gli Stati del Golfo potrebbero aver bisogno di allentare il loro ancoraggio al dollaro americano.
Sarebbe troppo semplicistico suggerire che la Cina colmi il vuoto. Date le sue difficoltà con le “imprese zombie”, l'elevato debito municipale e il passaggio al deficit, Pechino si è trattenuta dall'estendere il suo generoso credito agli abituali Stati clienti come l'Iran e il Pakistan. Tuttavia, uno "scenario Suez" rimane plausibile, ricordando l'episodio del 1956 in cui l'amministrazione Eisenhower minacciò di non sostenere la sterlina britannica a meno che la Gran Bretagna non ritirasse le sue forze dal Canale di Suez.
Con il commercio USA-Cina in forte calo e con la Cina che cerca di riprezzare il petrolio in renminbi, una frammentazione dell'ordine monetario globale è una possibilità alla quale tutti i Paesi dovrebbero prepararsi.


UN'ALTRA CRISI MIGRATORIA
La frammentazione economica globale e il peggioramento delle condizioni di vita internazionali non fanno altro che garantire che le persone continueranno a fuggire dagli Stati in via di fallimento. La Turchia ha chiarito di non voler né ospitare per sempre quattro milioni di rifugiati siriani né tollerare un'epidemia di virus di massa. La diminuzione del sostegno del Golfo all'Egitto e al Sudan potrebbe innescare un esodo anche da questi Stati. Dovremmo quindi aspettarci che la crisi migratoria dall'America centrale verso il Messico e dal Medio Oriente verso l'Europa si aggravi di nuovo.
Più in generale, se e quando le restrizioni della pandemia alla mobilità transfrontaliera cresceranno, milioni di altre persone cercheranno di fuggire dalle aree geografiche della "zona rossa" con un'assistenza sanitaria inadeguata a favore di "zone verdi" con una migliore assistenza medica. Attualmente, quasi tutti i Paesi che offrono assistenza medica universale si trovano in Europa.
Coloro che hanno competenze e "passaporti di immunità" potrebbero benissimo ottenere l'ingresso, dato che alcuni paesi più ricchi cercano migranti per contribuire al rimbalzo dei consumi e per colmare le carenze di manodopera. All'interno dei Paesi, la fuga dalle costose città di primo livello verso le aree provinciali più accessibili sarà probabilmente accelerata. In America, potrebbero beneficiarne città come Denver e Charlotte; in Europa, Lisbona e Atene.


NAZIONALISMO CRESCENTE
Prima che molti Paesi prendano in considerazione l'ipotesi di un'emigrazione in rapida crescita, è probabile intraprendano una seria revisione delle loro forniture alimentari e mediche e forse si impegneranno in quel tipo di stoccaggio o "nazionalismo alimentare" che la Russia ha praticato limitando le esportazioni di grano e il Vietnam riducendo le esportazioni di riso. Un decennio fa la volatilità dei prezzi agricoli, esacerbata dalla messa al bando delle esportazioni di grano da parte della Russia, ha contribuito a spingere l'Egitto e la Tunisia oltre il loro limite. Non dobbiamo sorprenderci che questa storia recente si ripeta in numerosi Paesi.
Sarebbe estremamente ottimistico prevedere, e anche solo sperare, che le istituzioni multilaterali saranno potenziate dalle grandi potenze per affrontare meglio gli shock futuri.
La recente manipolazione della Cina nei confronti dell'OMS e l'ammissione della Cina al Consiglio per i diritti umani, così come la completa messa in disparte del Consiglio di sicurezza dell'Onu, suggeriscono che le Nazioni Unite continueranno nella loro decadenza finale. Mentre il FMI ha temporaneamente ripristinato la sua importanza, la vigilanza macroprudenziale sarà messa da parte. La Banca Mondiale è tristemente lenta e priva di risorse.
Lo scenario più ottimistico, quindi, è il rilancio delle organizzazioni regionali. L'UE ha la possibilità di realizzare l'unione fiscale di cui ha più che mai bisogno, ma non è ancora chiaro se la realizzerà. I paesi asiatici hanno appena superato il Partenariato economico globale regionale (RCEP) e dovranno sviluppare il loro commercio interno per far fronte allo shock della domanda globale. I tre Stati del Nord America commerciano già più tra di loro che non con la Cina o l'Europa.
La regionalizzazione sarà la nuova globalizzazione.


TECNOLOGIA CONTRO LA CURVA DEI COSTI
Quali investimenti possiamo fare o sviluppare oggi per attenuare l'impatto della pandemia di coronavirus e guidare il futuro verso una direzione più stabile e sostenibile?
Maggiori investimenti nelle biotecnologie e nell'assistenza sanitaria sono ovvi, ma non nella loro forma attuale. La sanità viene definita come un bene sociale in tutto il mondo (come già avviene in Europa), ma il suo costo è sotto esame. Un'offerta universale a costi contenuti può essere ottenuta solo attraverso un modello che metta in risalto la telemedicina e le cliniche e i centri di cura decentrati. La spinta che si sta realizzando in questa direzione anche in paesi poveri come l'India e l'Indonesia può essere istruttiva per gran parte del mondo. La frammentazione della regolamentazione delle "scienze della vita" deve essere superata se vogliamo sostenere la "diplomazia della scienza" che è germogliata in mezzo a questa pandemia e invertire la tendenza al raddoppio ogni dieci anni del costo di produzione di un nuovo farmaco.
Analogamente, ci saranno maggiori e sostanziali investimenti nell’ istruzione privata, data la sua elevata performance durante la crisi, ma con un'attenzione particolare all'offerta digitale. Questo a sua volta dovrebbe dimostrare come un'ampia innovazione nell'istruzione pubblica possa essere ottenuta anche in modo economicamente vantaggioso. La digitalizzazione dei servizi finanziari, che si era già diffusa prima della pandemia, dovrebbe conseguentemente essere estesa ad ogni persona vivente. Senza di essa non è possibile superare né l'aumento delle disuguaglianze, né il consumo asfittico.


MINACCE ALLA CIVILTÀ
Il coronavirus ha dimostrato di essere un test per le leadership maggiore rispetto all'11 settembre e alla crisi finanziaria messi insieme, uno choc che ha mandato in frantumi le convinzioni compiacenti secondo cui il progresso si muove sempre "verso l'alto e verso destra". L'evoluzione, sia biologica che civilizzatrice, è un processo molto più disordinato e indeterminato. Andando avanti, i leader del settore pubblico e privato dovranno accettare un’ agenda molto più impegnativa nella definizione delle priorità a lungo termine, come la lotta al cambiamento climatico, e nella comunicazione dei sacrifici a breve termine necessari per raggiungerle. Gli incentivi dovranno essere riallineati, con i governi che sovvenzionano gli investimenti nella sostenibilità, e i mercati che premiano le aziende che ottengono entrate con la resilienza. Se siamo in "guerra" contro la pandemia o le future minacce alla civiltà, dobbiamo comportarci in modo conseguente.
Più guardiamo al futuro, più possiamo immaginare come la società globale possa essere reinventata dalla pandemia del coronavirus. La peste nera del XIV secolo ha causato milioni di morti in tutta l'Eurasia, ha frammentato il più grande impero territoriale mai conosciuto (i mongoli), ha imposto una significativa crescita salariale in Europa e ha promosso una più ampia esplorazione marittima che ha poi portato al colonialismo europeo. Questi fenomeni sono fortemente riconducibili alla peste, anche se si sono svolti nel corso dei secoli. Le conseguenze della pandemia di oggi emergeranno molto più rapidamente e, con il beneficio della lungimiranza, possiamo cercare di mitigarle, capitalizzarle e costruire, in questo processo, un sistema globale più resiliente.
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Parag Khanna, analista geopolitico e geoeconomico di livello mondiale risiede a Singapore. E' fondatore e managing partner di FutureMap e autore di numerosi libri tra cui Connectography e The Future Is Asian. Nel novembre del 2017 è stato ospite del Limes Club di Trieste: a questo link i video della conferenza realizzati a cura di Faq Trieste https://limes-club-trieste.blogspot.com/2017/12/tutti-i-video-della-presentazione-del.html

Karan Khemka è un investitore e direttore di società di formazione a livello globale. In precedenza ha fondato il settore asiatico della società di consulenza strategica The Parthenon Group (ora EY-Parthenon).


Questo articolo è stato pubblicato in inglese il 14 aprile sulla rivista internazionale FC Fast Company. Faq-Trieste in collaborazione con il Limes Club Trieste ne pubblica la prima traduzione in italiano a cura di Paolo Deganutti.
Link all' originale su FC: https://www.fastcompany.com/90488665/the-coronavirus-butterfly-effect-six-predictions-for-a-new-world-order?fbclid=IwAR0ONtuL070UvAY06xjdCZpyBjAcUQtvdi-5SliaHjPd1FR05iV19pgTMo4

venerdì 17 aprile 2020

IL MONDO DIVERSAMENTE GLOBALE - Un editoriale di Laris Gaiser sul futuro di Trieste dopo il coronavirus pubblicato su Vita Nuova -


IL MONDO DIVERSAMENTE GLOBALE

di Laris Gaiser*

Trieste è da sempre legata a doppio filo alla drammaticità della Storia e dei suoi sconvolgimenti. Il carattere dei cittadini, le fortune e sfortune della città sono il risultato di accadimenti che hanno cambiato i destini dell’umanità.
Quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt (certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento) scriveva Seneca a Lucilio. Ebbene la crisi del coronavirus che tutti noi stiamo vivendo in queste settimane rappresenta un fenomeno che porterà via tante (in)certezze a livello geopolitico e ridefinirà profondamente le relazioni economiche internazionali. Il virus rappresenta uno spartiacque storico che coinvolgerà, ancora una volta, Trieste, reimpostandone il destino. Dopo essere entrata in ibernazione storica, in seguito alle conseguenze di due guerre mondiali, la città stava negli ultimi anni rivedendo all’orizzonte il suo nuovo futuro. Non è riuscita ancora a carpirne bene i contorni, che questi sono stati sconvolti da una malattia malgestita da parte di un partito comunista intento a nascondere la verità al mondo per salvare se stesso. Ma gli eventi potrebbero portare alla fine benefici profondi alla città desiderosa di tornare ad essere il principale, ricco, porto dell’Europa centrale. Ciò che cambierà è il modo in cui tornerà ad esserlo, cioè in una maniera diversa da quella che stava impostando ovvero con partner diversi da quelli su cui stava puntando.
La chiusura forzata delle aziende cinesi ha reso coscienti le aziende occidentali che la catena di produzione, basata sull’elevata specializzazione e la fornitura logistica a livello globale, dovrà essere ripensata. L’interdipendenza di diversi settori produttivi da stabilimenti ubicati in giro per il globo ha generato in questi mesi forti ritardi e contraccolpi economici che saranno alla base dei futuri ripensamenti organizzativi del settore industriale occidentale, anche italiano. Tali ragionamenti, prediligendo la certezza della continuità della produzione, porteranno quasi certamente al potenziamento dei fenomeni di ritorno delle produzioni nel Paese d’origine ovvero nelle sue vicinanze. Se uniamo tutto ciò ad una pesante fase di recessione e disoccupazione che sarà comunque tanto più breve, quanto maggiore sarà la capacità delle economie di mantenere il potere d’acquisto delle famiglie durante il periodo di crisi, si delinea un quadro all’interno del quale assisteremo ad una ridefinizione
degli scenari internazionali che porterà molta meno confusione di quella a cui ci avevano abituato i decenni successivi al crollo della Cortina di ferro. Come diceva il Cancelliere von Metternich “nulla chiarisce meglio le idee della mancanza di opzioni”. Dal punto di vista geopolitico il coronavirus chiarirà, semplificherà, molte cose e questo sarà un bene per Trieste che riacquisterà con più facilità, ma soprattutto stabilità, il suo nuovo ruolo internazionale.
Le alleanze internazionali saranno ridefinite e le aspirazioni geopolitiche della Cina, Paese all’origine della pandemia globale, saranno fortemente ridimensionate a causa delle conseguenze economiche da esso stesso causate alle economie mondiali. Con la mancata azione socialmente solidale, nei primi giorni di crisi da coronavirus in Italia, l’Unione Europea si è autocondannata a sopravvivere per mera utilità mercantilistica anziché evolversi davvero in una comunità di destini. Da sola si è creata più danni di quanti possa imputarne a famigerati leader sovranisti ogni volta che tenta di nascondere le proprie mancanze. All’interno di tale contesto la macroregione dell’Europa centrale e balcanica, liberata sul medio termine dalla penetrazione cinese e ridivenuta uno spazio di vitale importanza per la stabilità globale a leadership americana, avrà ancora maggior bisogno di Trieste per respirare a pieni polmoni una volta che l’economia tornerà a camminare. Il mondo del dopo coronavirus tornerà ad essere globale poiché il mercato ha bisogno delle economie di scala per ripartire. Ma sarà un mondo diversamente globale. Le relazioni commerciali saranno reimpostate, quelle geopolitiche semplificate.

* docente di geopolitica e membro Itstime dell’Università Cattolica di Milano




sabato 9 novembre 2019

“Nuovi Orizzonti per Trieste a 30 anni dalla caduta del Muro” LUNEDI' 18, ORE 17, STAZIONE MARITTIMA - TRIESTE - con Lucio Caracciolo

 

Un nuovo grande evento LIMES a Trieste con Lucio Caracciolo e importanti relatori in occasione dell’ uscita del nuovo numero della rivista Limes dedicato al Trentennale della caduta del Muro di Berlino e con un' ampia sezione di sette articoli su Trieste e le sue prospettive:

“Nuovi Orizzonti per Trieste a 30 anni dalla caduta del Muro”

LUNEDI' 18, ORE 17, STAZIONE MARITTIMA - TRIESTE

Intervengono:
LUCIO CARACCIOLO
direttore di Limes
STEFANO PATUANELLI
ministro dello Sviluppo economico
GIUSEPPE BONO
amministratore delegato Fincantieri
ZENO D'AGOSTINO
presidente
Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale
DARIO FABBRI
consigliere ed analista di Limes
STEFANO VISINTIN
presidente spedizionieri del porto di Trieste
introduce:
LUCIANO LARIVERA S.I.
direttore del Centro Culturale Veritas

INGRESSO LIBERO FINO AD ESAURIMENTI POSTI

Nel corso del convegno sarà presentato il nuovo numero di Limes e, in particolare, l' ampia sezione dedicata a Trieste.

Organizzato da Limes Club Trieste e Centro Culturale Veritas in collaborazione con Libreria Luigi Einaudi-Trieste
con il supporto della Associazione Spedizionieri Porto di Trieste

Segnalate la vostra partecipazione tramite
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