DIBATTITO SU QUESTIONI INTERNAZIONALI PER UNA CITTA' INTERNAZIONALE

lunedì 14 maggio 2018

LA DOTTRINA PUTIN - Come intende comportarsi la Russia, punto per punto, nelle aree strategiche - Articolo di Vitalij Tret’jakov


La Federazione Russa è una grande potenza, non una superpotenza globale. Come intende comportarsi, punto per punto, nelle aree strategiche. Il Cremlino non cerca lo scontro con gli Usa. L’Ucraina si spaccherà e la Russia si riunificherà come la Germania.
di Vitalij Tret’jakov



A mio parere non c’è nulla di più semplice che descrivere quale sarà la strategia globale di Vladimir Putin durante il suo nuovo mandato come presidente della Federazione Russa. I tratti e le direzioni principali di questa strategia sono già stati o delineati in modo chiaro o dichiarati esplicitamente.
Innanzitutto, su quali premesse si fonda e si fonderà nell’immediato futuro la strategia globale di Putin? A mio avviso, le premesse sono quattro.
Prima premessa. Dal punto di vista della sua storia e della sua civiltà, la Russia è destinata a essere una grande potenza mondiale e di conseguenza non c’è possibilità di scelta: se la Russia vuole continuare a esistere come nazione, paese e Stato, non può far altro che portare avanti una politica estera indipendente, anche se questa politica non soddisfa gli altri attori sullo scacchiere mondiale.
Seconda premessa. La Russia non aspira a controllare metà, un terzo, un quarto o un’altra porzione di mondo, costituita in un modo o nell’altro da paesi indipendenti de iure, ma sottomessi de facto agli altri protagonisti mondiali (le grandi potenze). L’esperienza dell’Unione Sovietica, che ha sprecato troppe forze e mezzi spesso a danno della propria popolazione per sostenere in tutto il mondo i «regimi amici», ha portato Putin a una sola conclusione: gestire zone di influenza troppo estese e un numero troppo ampio di paesi verso i quali prendere impegni è, dal punto di vista strategico, più una zavorra che un vantaggio.
Terza premessa. Dell’Occidente non ci si può fidare. Quali che siano le ragioni, che ciò sia giustificato o no secondo il punto di vista di Mosca, l’Occidente vedrà sempre nella Russia nel migliore dei casi un concorrente e nel peggiore (e molto più spesso) un rivale o persino un nemico.
Quarta premessa. Tutto il mondo sta attraversando un periodo di trasformazioni globali e regionali i cui contorni definitivi non sono molto chiari. Il processo di trasformazione continuerà come minimo per i prossimi due-tre decenni (ma forse anche di più). È chiaro tuttavia che il risultato di queste trasformazioni non sarà la nascita di una «fratellanza di tutti i popoli del mondo» (il che è un’utopia) o di una gerarchia di Stati semidemocratici (la «democrazia totalitaria» che Washington vorrebbe) diretta da un unico centro (di fatto da un unico paese), ma solo di una nuova combinazione di grandi potenze (più indipendenti) e di semplici paesi medi e piccoli (meno indipendenti).
Di conseguenza, gli obiettivi strategici di Putin come presidente della Russia nei prossimi sei anni saranno i seguenti.
1) Preservare e rafforzare la Russia come una delle grandi potenze mondiali (non però al livello dell’Urss, poiché il suo sistema era ridondante e irrazionale).
2) Preservare e rafforzare la Russia come paese e civiltà a sé stante e autosufficiente (per quanto possibile nel mondo di oggi), il più possibile indipendente, in modo che nessuno possa osare attentare ai suoi interessi sovrani.
3) Preservare la pace globale e, se plausibile, la pace nelle regioni immediatamente vicine ai confini russi. Per garantire la prima la Russia deve mantenere un equilibrio strategico-militare con gli Usa, mentre per garantire la seconda deve intervenire, talvolta anche con l’uso delle armi, nei conflitti regionali nei territori di suo interesse strategico, senza però mai accendere questi conflitti.
4) Preservare e difendere la civiltà russa (intesa in senso politico ed etnico), anche nei paesi nei quali, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si è venuto a trovare un numero significativo (come, per esempio, in Estonia e in alcuni nuovi Stati indipendenti dell’Asia centrale) o molto grande (come in Ucraina) di abitanti di etnia o civiltà russa (nella terminologia d’uso corrente, russofoni).
5) Bisogna notare che quest’ultimo punto, per un insieme di circostanze obiettive e soggettive, ha goduto dell’attenzione minore in tutti questi ultimi anni, compresi i primi anni della presidenza di Putin. Tuttavia l’annessione della Crimea alla Russia, che tanto ha spaventato e sconvolto l’Occidente e che è avvenuta, nonostante tutte le premesse oggettive, proprio perché a capo del Cremlino c’era Vladimir Putin e non qualche altro presidente, mostra che si è messa fine alla pessima tradizione, risalente a Gorbačëv e a El’cin, di ignorare gli interessi vitali dei russi ritrovatisi contro la loro volontà a vivere oltre i confini della Federazione Russa.

Descriverò ora, per come lo intendo e lo vedo, tutto lo spettro di elementi costitutivi della strategia globale russa sotto la guida di Vladimir Putin durante il suo nuovo mandato presidenziale. Talvolta menzionerò in questo elenco anche i metodi con cui Putin realizzerà questa strategia.
Le tendenze generali della strategia globale di Putin
Per ordine e per punti, ecco le linee strategiche della Russia secondo il suo presidente.
1) Mantenere rapporti non conflittuali, per quanto possibile, con i principali protagonisti dello scacchiere mondiale (le grandi potenze globali e regionali), a patto che la parte opposta non provochi conflitti.
2) Conservare il sistema attuale (basato sugli accordi di Jalta e Potsdam) di istituzioni internazionali con in testa l’Onu e il sistema del diritto internazionale, anche se molte cose in questo sistema non soddisfano la Russia stessa (per esempio, la predominanza di rappresentanti degli Usa e degli Stati occidentali sotto il loro controllo a capo e all’interno degli apparati di queste istituzioni).
3) Realizzare una strategia e una politica alternativa alla strategia globale speculativa americana e occidentale e alla politica di «difesa della democrazia e dei diritti dell’uomo». Si tratta di una strategia e di una politica di «non ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani» e di «difesa per ogni membro della comunità internazionale del diritto di organizzarsi dal punto di vista politico e sociale secondo le tradizioni e le norme di civiltà di quel paese».
4) Esortare a rinunciare alla mentalità dei blocchi e a un conseguente comportamento, il cui risultato pratico è stato la creazione regolare da parte di Washington di «coalizioni» per «contenere o punire» un dato paese.
5) Promuovere e tentare di realizzare il principio della «sicurezza collettiva indivisibile», cioè un sistema in cui la sicurezza di un gruppo di paesi non deve essere realizzata a scapito di una perdita di sicurezza di un altro gruppo di paesi (ne sono un esempio le numerose proposte che Mosca ha fatto agli Usa e ai suoi alleati vassalli europei di rinunciare a posizionare sistemi di difesa militare americana vicino ai confini russi e, come alternativa, creare un sistema comune europeo di difesa militare).
6) Passare senza traumi da un mondo monopolare, in cui gli Usa sono la potenza egemone, a un mondo multipolare.
7) Ovviamente lottare insieme contro le minacce comuni e globali come, per esempio, il terrorismo internazionale.
8) Infine, a guidare Putin sarà l’idea che nei rapporti internazionali attuali (come è sempre successo anche in precedenza, durante tutta la storia mondiale) hanno peso solo gli interessi e le opinioni di chi è forte. Putin, anche solo basandosi sull’esempio di Gorbačëv e di El’cin, è pienamente consapevole del fatto che quanto più concedi all’Occidente, tanto più l’Occidente pretenderà da te nuove concessioni. Per questa ragione rafforzare il più possibile la potenza russa e la sua influenza internazionale rimarrà una delle priorità della strategia globale del Cremlino.

Stati Uniti
Nel rapporto con gli Usa valgono anzitutto i tre precetti seguenti.
1) Emanciparsi in modo graduale e, se possibile, non conflittuale dal predominio americano in campo economico e soprattutto finanziario.
2) Mantenere un equilibrio strategico-militare con gli Usa.
3) Opporsi a Washington laddove vada a toccare esplicitamente gli interessi della Russia o gli interessi dei suoi rapporti costruttivi con altri Stati.
Allo stesso tempo, rientra nella strategia di Putin il rifiuto di qualsiasi altra forma di attività antiamericana. Putin non ha intenzione di minare intenzionalmente le posizioni degli Stati Uniti nel mondo attuale. Si limita ad aspettare che queste posizioni si indeboliscano naturalmente (a seguito dello sviluppo di altri centri di forza) e a causa degli errori della politica estera condotta da Washington.
A proposito, questo è il metodo preferito da Putin per lottare contro l’egemonia occidentale in generale e quella americana in particolare. Putin rimane in attesa, perché sa e capisce che prima o poi l’Occidente farà un altro errore. E a quel punto gli resta solo da decidere, dopo aver valutato i pro e i contro, se sfruttare questo errore oppure no. È quel che è successo con la Crimea, che è l’esempio più lampante.
Inoltre Putin sa che in ogni unione economica, politica o militare inizialmente compatta prima o poi sorgono contrasti sia tra i singoli membri sia tra il suo leader (di fatto, il padrone) e gli altri membri. E se questa unione è diretta contro gli interessi della Russia basta solo aspettare che si indebolisca o si autodistrugga.

Europa (Unione Europea-Nato)
Senza dubbio Putin ha già rinunciato a credere (se mai l’ha fatto) in un’utopia come la «casa comune europea» e perciò non si lancia in promesse e in progetti velleitari relativi alla creazione di un mitologico «spazio comune europeo».
Putin non ha mai tentato neanche prima di dividere l’Unione Europea o la Nato e non lo farà certo ora. Innanzitutto perché vede con i propri occhi che questa unità in gran parte non esiste più e la sua parvenza, anche manifestata in alcune azioni comuni – in particolare la politica delle sanzioni contro la Russia – è garantita solamente dal controllo militare ed economico di Washington sulle «élite europee» e anche – cosa sempre più evidente – dal materiale compromettente raccolto ad hoc.
Putin tuttavia tenterà di sfruttare ogni nuova scissione all’interno di questa «unità». Non sempre avrà successo, poiché Washington è molto attenta a far sì che proprio sul fronte russo nell’Unione Europea e nella Nato non ci sia alcuna discordanza di pensiero e soprattutto di azione. Ma questo sistema sta già dando regolari segnali di malfunzionamento, non solo perché sia l’Unione Europea sia la Nato esistono da troppo tempo e sono invecchiate e diventate obsolete, ma anche perché si sono espanse troppo, andando oltre i propri reali confini.
Non posso affermare che Putin pensi come me – lo affermo da non meno di quindici anni – che l’Unione Europea crollerà e per le stesse ragioni per cui è crollata l’Unione Sovietica (ritengo che la data di questo crollo definitivo non si collochi oltre il 2025). Ma mi sembra evidente che Putin non creda che l’Ue e la Nato riusciranno a compattare le proprie file. Ed è chiaro che Putin userà accuratamente questa confusione e questo vacillamento per gli interessi della Russia.
Inoltre Putin non può non vedere come si stia manifestando in modo sempre più evidente una crisi di civiltà dell’«Europa classica». E si baserà sul fatto che prima o poi i paesi europei meno dipendenti dagli Usa e/o più perspicaci saranno costretti a rivolgersi alla Russia come alla vera garante della difesa della civiltà europea.
Cina
Nell’ottica della trasformazione della Cina in seconda superpotenza mondiale (almeno a livello economico), la strategia globale di Putin nei confronti di questo paese avrà come obiettivo la rinuncia a spingere Pechino verso un conflitto con gli Usa, per non acuire i contrasti già esistenti tra un’America sempre più debole e una Cina in crescita. E, traendo il massimo vantaggio dai buoni rapporti con Pechino, attendere di vedere l’esito della competizione tra le due, per ora soltanto economica e finanziaria.

Altri paesi e regioni
Come agirà Putin in un simile contesto lo ha già dimostrato formando una coalizione ad hoc tra Russia, Turchia e Iran in merito alla questione siriana.
Che cosa salta agli occhi? Prima di tutto che sulla base di una concomitanza di interessi regionali si sono uniti tre paesi molto diversi tra loro che l’Occidente ha pensato bene di inimicarsi. Incluso, ed è il fatto più sorprendente, un membro affidabile della Nato come lo è stato per molti decenni la Turchia!
E si può star certi che in qualsiasi altro conflitto regionale, provocato dagli americani o nel quale Washington si voglia intromettere con il suo sbandierato egoismo e la sua imperdonabile ipocrisia, sarà sempre possibile trovare due-tre o tre-quattro grandi paesi confinanti i cui interessi nazionali vengano realmente danneggiati dai piani e dalle azioni degli Usa e dei loro alleati vassalli. Si arriverà a un punto tale che emergeranno da soli e in modo inevitabile i motivi che spingeranno a creare simili coalizioni ad hoc in chiave antioccidentale. Basterà soltanto trovare qualcuno abbastanza risoluto e forte per mettere in piedi un’alleanza di questo tipo.
Putin non creerà simili coalizioni al di fuori del perimetro delle regioni direttamente confinanti con la Russia, come per esempio nell’America centrale o meridionale o nell’Africa australe. E la ragione è che Putin non ha intenzione di attaccare di proposito e in modo mirato le posizioni degli Usa nel resto del mondo né tantomeno di ostacolare la politica di Washington ovunque ci siano paesi e popoli insoddisfatti o danneggiati dalla politica americana. Essere estremamente razionali e affidarsi solo a ciò che si può ottenere nel concreto sono gli imperativi della politica estera di Putin. Tale posizione peraltro viene criticata da alcuni suoi oppositori interni abituati alla grandeur sovietica.

Ripeto: Putin osserva che il mondo si è stancato dell’egemonia statunitense e che in un modo o nell’altro se ne libererà. E né la Russia né il Cremlino né Putin in persona sono costretti a fare il lavoro per il mondo intero.
Lo spazio post-sovietico
Sulla linea politica di Putin nello spazio post-sovietico facente parte della sua strategia globale avrei molto da scrivere e si capisce il perché: è qui che risiedono gli interessi nazionali della Russia. Nel presente articolo mi limiterò a evidenziarne i punti essenziali.
Nessuno dei paesi dello spazio post-sovietico (le ex repubbliche alleate che facevano parte dell’Urss) ha ancora fatto la propria scelta geopolitica definitiva. I motivi sono evidenti: la maggior parte di questi paesi dovrebbe impostare la propria politica estera partendo quasi da zero. Quasi tutti (a eccezione di Lituania, Lettonia ed Estonia) continuano a tentennare e a destreggiarsi tra la Russia, gli Usa e la Cina (quest’ultima rilevante in particolare per quanto riguarda i paesi dell’Asia centrale) e persino tra questi giganti geopolitici e la Turchia o l’Arabia Saudita. Putin ha bene in mente tutto questo, ma mantenendo la massima correttezza nei confronti dei regimi stabilitisi in quei paesi, di impronta in sostanza autoritaria, preferisce aspettare pazientemente di capire come verranno rotti gli indugi che, tra l’altro, vanno di pari passo con l’oscillante equilibrio delle forzi globali. Putin ha capito che prima o poi ciascuno di questi paesi sarà chiamato a fare una scelta e l’assenza di una pressione particolare da parte di Mosca – a fronte di alcune sconfitte tattiche – darà un giorno i suoi frutti e sarà più produttiva della pressione costante degli Usa e di altri attori esterni in chiave anti-russa, interessati alla ripartizione dell’eredità sovietica.
Per me è chiaro come la luce del Sole che tale linea strategica di Putin nei confronti di quei paesi verrà continuata.
Gli Stati baltici (Lettonia, Estonia, Lituania), come ho già scritto, anche su Limes [1], sono tutt’altra questione. Intervengono di continuo come provocatori consapevoli che fanno di tutto per inasprire i rapporti tra la Russia e gli Usa, la Russia e l’Unione Europea, già di per sé profondamente compromessi.
Ritengo possibile, se non necessario, rendere più severa la politica di Mosca nei confronti di questi paesi già infettati dai virus del razzismo (verso i russi che vivono nei loro territori) e del neonazismo (fatto che la democratica Unione Europea continua con ostinazione a ignorare). Penso però che Putin non voglia spingersi nei prossimi sei anni verso un irrigidimento delle posizioni, ma che consideri il comportamento di questi paesi un frutto derivato dai rapporti generali tra Usa e Ue da una parte e Russia dall’altra.
Infine, la questione dei russi che si trovano oltre i confini della Federazione Russa, una questione legata alla situazione in Lettonia ed Estonia, oltre che in Moldova, ma soprattutto in Ucraina.
Gli oppositori interni alla politica estera di Putin lo rimproverano soprattutto di mostrare troppa pazienza verso le angherie ai danni dei russi in molti paesi dello spazio post-sovietico, verso la distruzione sistematica della cultura russa, dell’istruzione in lingua russa e della lingua russa stessa. Anche io ritengo che la Russia dovrebbe agire in maniera di gran lunga più risoluta, dal punto di vista diplomatico, politico ed economico.
In questo momento la questione si impone con maggiore forza in Ucraina. Perciò è proprio qui che si dovranno attendere i maggiori cambiamenti nell’atteggiamento di Putin circa la «questione russa» al di fuori dei confini della Russia.
Non può passare inosservato il fatto che da quando i rapporti tra Russia e Ucraina si sono deteriorati nei suoi interventi pubblici Putin ha constatato sempre più spesso ciò che prima del colpo di Stato in Ucraina (Jevromajdan, per dirla all’europea) egli preferiva non ricordare, ovvero che il popolo russo è attualmente la nazione più grande e divisa d’Europa. Ed è proprio così poiché non meno di metà della popolazione ucraina è russa. Si tratta come minimo di 20 milioni di persone. La percentuale sale fino al 75-80% se prendiamo in considerazione le persone che parlano russo come prima lingua.
Come molti russi, non gravati da incarichi governativi, ho sempre detto che se il popolo tedesco ha avuto la possibilità (tra l’altro non senza l’aiuto della Russia) di riunificarsi in un unico Stato, non ne ha meno diritto il popolo russo. E prima o poi accadrà.
Sono sicuro che Vladimir Putin in qualità di presidente della Russia non presenterà pubblicamente la questione con una simile schiettezza né tantomeno lo considererà un obiettivo geopolitico del nuovo mandato presidenziale. Ma per me è chiaro che egli percepisce sempre di più la crescente pressione di tale questione. Questo a sua volta trasformerà in qualche modo la sua politica nei confronti dell’Ucraina nel caso vi rimanga l’attuale regime politico (poco importa con quali leader a capo).

Meglio della Crimea non si può fare. Ma toccherà farlo
Non è mia intenzione giudicare entro quali termini viene visto il problema ucraino a Roma, Berlino, Bruxelles o Washington, ma per la Russia è senza dubbio una questione strategica.
L’annessione della Crimea alla Russia è un risultato di politica estera e interna di Putin che possono valutare soltanto i russi e di cui è difficile trovare analoghi nella storia russa. Perciò dico: meglio della Crimea non si può fare! Lo dico nel senso che è difficile immaginarsi che cosa avrebbe potuto fare di meglio un presidente della Russia, o Putin stesso, se non questa incredibile, seppur rischiosa, vittoria.
Credo che Putin dovrà davvero spingersi oltre e decidere nei prossimi sei mesi di presidenza il problema della Novorossija (per dirla in parole povere l’attuale Ucraina russa e russofona, di cui il Donbas costituisce soltanto una parte). Non importa quanto a Kiev i nazionalisti ucraini e i loro patroni della Nato e dell’Ue ripetano che «non esiste alcuna Novorossija»: non si può scambiare un desiderio per la realtà.
Sono già quattro anni di fila che Putin, a costo di danneggiare la propria reputazione all’interno della Russia, fa il possibile per mantenere l’Ucraina nei confini del 1991 (senza l’autoproclamata Crimea, naturalmente). Gli sforzi congiunti del regime nazionalista di Kiev, capeggiato da Porošenko, Turčinov e Avakov e sostenuto dall’Occidente, spianano senza indugi la strada per il definitivo crollo dell’Ucraina. Inoltre le forze apertamente anti-russe dell’Occidente optano chiaramente per un tentativo di pressione armata da parte di Kiev sulle repubbliche di Donec’k e Luhans’k oppure di scatenare un altro scenario in cui la Russia sarà costretta a entrare in un conflitto diretto sul suolo ucraino. Queste forze, lentamente ma senza fermarsi, stanno ottenendo qualche risultato.
A partire da questa tendenza che non è contrastata da nulla, fatta eccezione per l’autocontrollo politico del Cremlino, sono costretto a ritenere che una guerra civile a tutto campo e il crollo definitivo dell’Ucraina (nel quale, come se non bastasse, sono coinvolti anche alcuni paesi dell’Ue che confinano con l’Ucraina) appaiono inevitabili. In questo caso Putin sarà costretto, al di là delle intenzioni personali, a prendere le dovute misure. Non avrà altra scelta.
(traduzione di Giulia De Florio ed Elena Freda Piredda - Pubblicato su LimesOnLine)

sabato 12 maggio 2018

LE PRIORITA' STRATEGICHE DELLA CINA: Conversazione con Shen Dingli, professore all’Istituto di studi internazionali presso l’Università Fudan di Shanghai a cura di Giorgio Cuscito che sarà nostro ospite a Trieste il 21 maggio


Conversazione con Shen Dingli, professore all’Istituto di studi internazionali presso l’Università Fudan di Shanghai.
a cura di 


Giorgio Cuscito, che sarà nostro ospite a Trieste all' incontro del 21 maggio, ha avuto l’occasione di intervistare il professor Shen Dingli.
Si è parlato delle priorità di politica estera della Cina, in particolare dei rapporti con gli Usa, la Corea del Nord, Taiwan e il Vaticano.

LIMES Quale è secondo lei la questione di politica estera più pressante per la Cina in questo momento?

SHEN La più importante riguarda senza dubbio le relazioni con gli Stati Uniti. Non solo per l’ovvia rilevanza dei rapporti bilaterali, ma poiché il loro stato si riflette su altri tre dossier fondamentali per la geopolitica cinese: la denuclearizzazione della penisola coreana, le relazioni tra Repubblica Popolare e Giappone e quelle tra Cina continentale e Taiwan.

Se i rapporti tra Pechino e Washington si stabilizzeranno, i due governi potranno cooperare nel dialogo con P’yongyang, Formosa non cercherà l’indipendenza e il Giappone eviterà di alimentare le tensioni con la Cina.

Qualora invece le relazioni sinostatunitensi peggiorino, Taiwan potrebbe prendere coraggio e sfruttare il malumore di Washington contro Pechino. Tokyo potrebbe alimentare il nazionalismo nipponico e rivendicare in maniera più audace la sovranità nel Mar Cinese Orientale. Infine, la Corea del Nord potrebbe usare la scarsa fiducia tra Cina e Stati Uniti a proprio vantaggio, rimandando la questione della denuclearizzazione.

LIMES Gli incontri di Kim Jong-un con Moon Jae-in, Donald Trump e Xi Jinping porteranno alla denuclearizzazione della penisola coreana?

SHEN Secondo me, P’yongyang non smantellerà mai completamente l’arsenale atomico. La Corea del Nord ha speso troppo tempo e denaro nel programma nucleare per rinunciarvi ora. Farà finta di abbandonarlo totalmente solo per ottenere gli aiuti economici.

Se potesse, P’yongyang diventerebbe una potenza nucleare, sviluppando allo stesso tempo la propria economia. Le sanzioni economiche adottate dagli Usa e dalla Repubblica Popolare l’hanno obbligata a scegliere tra i due obiettivi.

Kim ha dato la priorità al primo per evitare che in Corea del Nord si verifichi quanto è già accaduto in Libia e in Iraq, entrambi attaccati in parte perché privi della bomba. Al contrario, dopo la crisi in Ucraina e la riconquista della Crimea da parte di Mosca, gli Usa non hanno colpito direttamente la Russia anche perché si tratta di una potenza nucleare.

Se dovesse fare una scelta, P’yongyang preferirebbe avere un’economia debole ma vivere al sicuro dagli attacchi esterni piuttosto che prosperare ed essere esposta alle minacce dei paesi stranieri. Ad ogni modo, una volta diventata potenza nucleare, la Corea del Nord cercherà di sviluppare la propria economia.

Gli Usa non interromperanno le sanzioni a meno che non avverrà il completo, verificabile e irreversibile smantellamento dell’apparato nucleare. Ma la Corea del Nord non permetterà ispezioni approfondite.

Piuttosto sottolineerà che è la minaccia statunitense ad averla spinta a sviluppare il programma nucleare. Soprattutto, Kim chiederà a Washington di rimuovere le sanzioni, ritirare almeno una parte delle sue truppe dalla Corea del Sud e interrompere parzialmente le esercitazioni militari con Seoul, per dimostrare che gli Usa non vogliono mettere a repentaglio la sicurezza della Corea del Nord. Se quest’ultima intraprendesse la strada della denuclearizzazione, la Cina potrebbe chiedere agli Usa di rimuovere il sistema antimissile Thaad.

Per gli Stati Uniti sarebbe difficile accettare tutte queste precondizioni. P’yongyang e Washington dovranno raggiungere un compromesso per ottenere dei risultati.

LIMES Il ritiro delle truppe Usa dalla Corea del Sud converrebbe anche alla Cina, visto che sono lì principalmente per contenere la Repubblica Popolare.

SHEN I soldati statunitensi sono a Sud del 38° parallelo per contenere la Corea del Nord, la Cina, la Russia e l’emergere di qualsiasi forza antagonista, inclusi eventualmente Corea del Sud e Giappone. In una certa misura, la presenza militare degli Usa stabilizza la regione. Se Washington optasse per il ritiro, Seoul potrebbe essere spinta a dotarsi della bomba contro P’yongyang. Lo stesso accadrebbe se le truppe Usa lasciassero il Giappone. In quel caso, Pechino sarebbe maggiormente interessata a prendere il controllo delle isole contese nel Mar Cinese Orientale. Tokyo potrebbe utilizzare questa pressione come scusa per dotarsi della bomba. Ciò sarebbe potenzialmente pericoloso anche per gli Usa.

Per queste ragioni, è improbabile che le truppe statunitensi lascino la Corea del Sud.

La presenza di Washington stabilizza anche i rapporti a cavallo dello Stretto di Taiwan. Se oggi la Cina continentale tentasse di integrare l’isola con la forza, gli Stati Uniti interverrebbero per impedirglielo in base al Taiwan Relations Act. La Repubblica Popolare lo sa e quindi impiega più tempo per evitare ciò, prevenendo oggi il conflitto con Taipei e quello con Washington.

Gli Stati Uniti ridurrebbero parzialmente la loro presenza militare solo se la Corea del Nord abbandonasse il nucleare. In ogni caso, le truppe non se ne andrebbero completamente. Del resto, durante la Guerra Fredda la Nato doveva contenere l’espansione dell’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia; oggi fa lo stesso nei riguardi della Federazione Russa e punta a “mantenere” la stabilità in Eurasia.
LIMES La Corea del Nord è amica o nemica della Cina?

SHEN Dipende dai punti di vista. Sul piano economico, questo paese dipende dalla Repubblica Popolare e non ha nulla da offrire in cambio, per esempio capitali da investire, tecnologia, un mercato di destinazione appetibile. Tuttavia, la Corea del Nord svolge un ruolo strategico, anche per quanto riguarda la questione di Taiwan.

Se Taipei si avventurasse lungo la strada dell’indipendenza, Pechino dovrebbe attuare la legge anti-secessione e impiegare mezzi non pacifici. In questo modo, Taiwan sarebbe obbligata ad arrendersi o a ripristinare lo status quo sulla base del principio “una Sola Cina”. In tal caso, gli Usa però potrebbero intervenire in difesa dell’isola, in base al Taiwan Relations Act.

A quel punto, Seoul si guarderebbe bene dal permettere a Washington di utilizzare le risorse militari attive in Corea del Sud per il bene della contingenza di Taiwan, nel timore che tale situazione la esponga alla minaccia nordcoreana. Ciò spingerebbe gli Usa a usare truppe provenienti da altre basi (per esempio Giappone, Guam e Hawaii), mossa che potrebbe richiedere più tempo.

Questa condizione giova indirettamente alla Cina, la quale tuttavia non vuole che P’yongyang diventi una potenza nucleare perché minaccerebbe sia la sicurezza periferica della Cina nordorientale sia quella dell’Asia Pacifico. Per questa combinazione di fattori la Repubbica Popolare non vuole che la Corea del Nord collassi.

LIMES Che implicazioni hanno le relazioni tra Vaticano e Taiwan per la Cina?

SHEN Il Vaticano non vuole creare i presupposti di un conflitto a cavallo dello Stretto. Riconosce i progressi compiuti da Pechino nell’assicurare un maggiore benessere alla Cina continentale. Se fosse costretta a scegliere, la Santa Sede preserverebbe i rapporti con quest’ultima in quanto più popolosa e importante a livello internazionale rispetto all’isola. Per Taipei esiste legalmente una sola Cina, la “Repubblica di Cina”, che comprende anche quella continentale. Come tutti i paesi che hanno relazioni diplomatiche con la Santa Sede, Taiwan ha pagato un costo di “sovranità”: accettare che il Vaticano nomini i vescovi.

La Repubblica Popolare invece non ammette interferenze nella propria sovranità e ciò rappresenta il principale ostacolo alla normalizzazione delle relazioni sino-vaticane.

Ci sono voci secondo cui Pechino e la Santa Sede stanno negoziando per trovare un compromesso, tramite uno sforzo collaborativo. Se raggiungessero questo traguardo, credo che il Vaticano aprirebbe ufficialmente le relazioni con Pechino e lascerebbe un ufficio di rappresentanza economico o culturale a Taipei, come hanno fatto molti altri paesi in questi anni. Taiwan perderebbe la faccia, ma probabilmente manterrebbe rapporti non ufficiali con la Santa Sede.

La normalizzazione dei rapporti tra Cina e Vaticano avrebbe un forte impatto per il soft power di Pechino. Primo, un altro Stato smetterebbe di riconoscere la “sovranità” di Taiwan, riducendone lo spazio di manovra diplomatica.

Secondo, il Vaticano – in quanto punto di riferimento dei cattolici nel mondo – ha un forte ascendente culturale. Se la Santa Sede riconoscesse formalmente la Repubblica Popolare, ridurrebbe la distanza tra quest’ultima e l’Occidente.

Del resto la diffusione della cultura cinese nel mondo globalizzato è più armoniosa se in Cina si praticano allo stesso tempo sia le religioni tradizionali sia quelle straniere. Infine, la normalizzazione delle relazioni sino-vaticane inciderebbe positivamente sull’umore e sulla fiducia della popolazione cinese.

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mercoledì 9 maggio 2018

LA VIA DELLA SETA E DELLA CULTURA: Trieste e Pechino unite nel segno della musica - Visita ufficiale del presidente del conservatorio di Pechino Wang Liguang al Conservatorio Tartini -


Riproponiamo l' articolo pubblicato dal quotidiano locale Il Piccolo di oggi:

Decolla l’intesa musicale Trieste-Pechino
Oggi in città il direttore del conservatorio cinese per l’accordo su formazione e progetti di scambio


Trieste e Pechino unite nel segno della musica. A otto mesi esatti dalla firma della prima convenzione fra i Conservatori delle due città, oggi arriva per la prima volta in visita ufficiale in Italia il presidente del conservatorio della capitale cinese Wang Liguang, ritenuto non solo un compositore fra i più eminenti della scena musicale contemporanea e presidente della Global Music Education League, ma anche un grande innovatore della musica cinese, che ha raccontato nella Chinese Music Encyclopedia di cui è curatore responsabile. Liguang interverrà oggi alle 10 nell’aula magna del Tartini a Trieste al convegno dedicato a “Nuovi progetti di cooperazione culturale sulla via della Seta”. Un appuntamento che si aprirà con la firma della seconda parte dell’accordo per la formazione musicale e lo scambio di studenti e docenti fra i due conservatori. «Si tratta di uno strumento - afferma il presidente del Tartini Lorenzo Capaldo - utile a concretizzare sinergie sul piano della formazione e didattica musicale, ma anche delle relazioni culturali fra Trieste e la Cina, e a promuovere ulteriormente l'immagine di Trieste alle latitudini cinesi. L’accordo Trieste - Pechino rappresenta uno step ulteriore della strategia di internazionalizzazione e scambi avviata dal Tartini, a vantaggio della qualità formativa garantita ai suoi studenti, consolidata con la costituzione del Ceman - Central European Music Academies Network, una rete di Accademie unite per il coordinamento delle eccellenze musicali di tutta Europa, della quale proprio il Tartini è capofila». «In questa direzione - sottolinea il direttore del Conservatorio Tartini Roberto Turrin, che interverrà alla firma della convenzione - è già conto alla rovescia anche per il debutto della Ceman Orchestra, la prima Orchestra stabile composta da studenti delle Accademie musicali dei Paesi InCE, coordinata proprio dal Conservatorio Tartini di Trieste. Debutterà nell’ottobre 2018 a Trieste e Zagabria, e rappresenta il primo esempio di concreta sinergia sul piano produttivo-musicale per le istituzioni di alta formazione musicale del Centro-Europa». Il president Wang Liguang sarà accompagnato da una illustre collega, la compositrice e docente Wang Cui, Direttore della Divisione Ricerca scientifica e Segretario generale del Centro di innovazione avanzata della Scuola nazionale di musica cinese. Al convegno di giove Lorenzo Capaldo interverrà in merito alla “Musica nella comunità globale: le nuove prospettive della Global League per la formazione musicale”. Con lui interverranno i docenti del conservatorio Riccardo Martinelli (“L’alterità musicale e l’avvio dell’Etnomusicologia europea”) e Margherita Canale (“Il progetto del Conservatorio di Trieste sulla scia dell’eredità di Giuseppe Tartini”). Il convegno è aperto alla partecipazione di uditori esterni: info www.conservatoWangLiguangrio.trieste.it tel. 040.6724911.

mercoledì 2 maggio 2018

QUASI TUTTA L’UE CRITICA LE NUOVE VIE DELLA SETA (Ma il Porto Franco di Trieste potrebbe diventarne il terminal europeo) - LE PRIME AUTO CINESI COSTRUITE IN EUROPA


Il progetto cinese di ferrovia veloce dal porto del Pireo a Budapest di cui è già iniziata la realizzazione.

Non è una bella notizia per Trieste l' opposizione che trova nella UE il progetto cinese di Nuove Vie della Seta.
Riportiamo un articolo di Giorgio Cuscito su LimesOnLine

INDICATORE GEOPOLITICO: 27
Il quotidiano tedesco Handelsblatt sostiene che 27 su 28 ambasciatori di paesi Ue (Ungheria esclusa) hanno firmato un rapporto in cui si afferma che l’iniziativa “va contro l’agenda dell’Unione Europea per la liberalizzazione del commercio e spinge l’equilibrio di potere a favore delle aziende cinesi sovvenzionate”. Il documento – non ancora pubblicato ufficialmente – sarebbe stato realizzato in attesa di un summit Cina-Usa previsto per luglio.

Perché è importante
Il Vecchio Continente mostra nuovi segni di malcontento riguardo la gestione cinese della Bri. Nell’ultimo anno Germania e Francia hanno fatto capire alla Repubblica Popolare di esigere maggiore reciprocità e trasparenza, al fine di far decollare realmente l’iniziativa. Inoltre, Bruxelles si è già mossa per monitorare meglio gli investimenti cinesi nell’Ue (318 miliardi di dollari negli ultimi dieci anni) e adottare nuovi metodi di calcolo dei dazi antidumping.
A ciò si aggiunga che Roma e l’Ue stanno indagando su una presunta frode fiscale da parte di gruppi criminali che importano prodotti nel Vecchio Continente tramite il Pireo, scalo marittimo greco controllato dalla cinese Cosco.
Non sottoscrivendo il sopramenzionato documento, Budapest lascia intendere quanto consideri importante la partnership con Pechino. La Repubblica Popolare sta sviluppando una rotta ferroviaria dal Pireo fino alla Germania passando per Ungheria, Macedonia e Serbia. Proprio nel primo paese il progetto ha subìto una battuta d’arresto poiché la costruzione del tratto ferroviario era stato assegnato a un’azienda della Repubblica Popolare senza una gara d’appalto pubblica. Budapest ha dovuto indirla lo scorso novembre, in seguito all’indagine attuata dall’Ue.

E' molto interessante la notizia che per la prima volta vengono costruite in europa auto cinesi.
Non si parla di uso produttivo e industriale dei Punti Franchi del Porto Franco Internazionale di Trieste ?


LE PRIME AUTO CINESI COSTRUITE IN EUROPA
Il settore automobilistico è tra quelli da osservare nei prossimi anni. Nel 2019, la Volvo, di proprietà della cinese Geely, produrrà il Suv della casa Lynk & Co a Ghent in Belgio. È la prima volta che un’azienda della Repubblica Popolare produce automobili in Europa.
Li Shufu, proprietario della Geely, possiede anche la London Taxi Co., la Lotus e il 10% della Daimler, di cui fa parte la Mercedes Benz. L’azienda cinese collabora con la Volvo per specializzarsi nel settore delle auto elettriche. Tale dinamica interessa da vicino la Repubblica Popolare, che vuole abbattere gli alti tassi d’inquinamento non solo diversificando le fonti d’approvvigionamento energetico, ma anche riducendo le emissioni inquinanti dei veicoli a motore. La Volkswagen sta investendo circa 10 miliardi di dollari per cogliere l’occasione offerta dal mercato cinese.

sabato 28 aprile 2018

L' IMPERO AMERICANO E LA SFIDA CINESE - Carta inedita e commento da LimesOnLine



Un’anticipazione dal prossimo numero e dal prossimo Festival di Limes nell’inedito a colori della settimana.
La carta inedita della settimana è un’anticipazione dal prossimo numero e dal V Festival di Limes, entrambi intitolati “Lo stato del mondo”.

La mappa rappresenta la sfida portata dalla Cina al primato mondiale degli Stati Uniti.

Incartografabile e incartografato perché le sue ambizioni coincidono con l’orbe terracqueo, l’impero americano è meglio rappresentato nei confini delle aree di responsabilità delle sue flotte. Le quali, dominando i mari, i colli di bottiglia strategici e le connesse vie di comunicazione su cui viaggia la stragrande maggioranza della ricchezza mondiale, assicurano il dominio di Washington sul pianeta.

Gli Stati Uniti impiegano tale posizione di vantaggio per esercitare pressione sul proprio principale rivale, la Cina, mediante un arco di contenimento che dal Giappone si svolge fino all’India passando per il cruciale stretto di Malacca. Assieme all’Australia, Tokyo e Delhi si allineano a Washington nel quadrilatero (quad) volto a ostacolare l’ascesa di Pechino.

A questi disegni, la Repubblica Popolare ha risposto con un progetto diretto a ovest, le nuove vie della seta. Benché ideato per trovare sbocchi al proprio surplus produttivo e bilanciare lo squilibrio economico delle province interne, raffigurato su mappa il piano cinese rivela subito un sostrato geopolitico: avvolgere l’Eurasia, massa bicontinentale decisiva per il controllo del pianeta, di rotte. Attraverso cui esportare, oltre alle proprie merci, la propria potenza.

Non è un caso che lungo queste vie della seta Pechino non escluda di realizzare basi militari.

Le ambizioni dell’Impero del Centro sono state agevolate dall’intesa con Mosca, frutto dell’indurimento della frontiera tra Russia e Nato successivo alla crisi ucraina del 2014.

I temi di questa carta sono al centro del prossimo numero e del Festival di Limes (Genova, 4-6 maggio).

Testo di Federico Petroni.
Carta inedita di Laura Canali.


lunedì 16 aprile 2018

L' ATTACCO IN SIRIA - TRUMP SMENTISCE MACRON E DICHIARA CHE GLI USA SI DISIMPEGNERANNO DALLA SIRIA - Articolo sul raid di Limes On Line


La notizia di lunedì è che Trump smentisce le dichiarazioni di Macron di domenica.
Macron aveva dichiarato di essere riuscito a convincere gli USA a non disimpegnarsi dalla Siria (clicca QUI) ma stamane Trump ha confermato l' intenzione di andarsene dalla Siria malgrado i raid e chiedendo maggior impegno dagli alleati (clicca QUI).
C' è un po' di confusione.
Sotto riproduciamo un breve articolo di Limes On Line.


L’ATTACCO IN SIRIA
di Nicolò Locatelli

Ora che anche l’annunciatissimo attacco mirato (parola di Trump) occidentale ad Assad si è consumato, gli eventi di questa settimana permettono di fare qualche considerazione su Siria e dintorni.
Innanzitutto, il casus belli: come per gli analoghi episodi del passato, ci sono validi motivi per ritenere che il regime abbia davvero sferrato un attacco con armi chimiche a Duma: spezzare il morale degli ultimi ribelli ivi rimasti, mostrarsi talmente superiore militarmente da sfidare la condanna occidentale. Così come per ritenere il contrario: che motivo c’era di provocare una reazione statunitense in una fase favorevole della guerra? Non bastavano le armi “convenzionali”?
Come in passato sarà difficile se non impossibile stabilire con certezza cosa è accaduto. Infine, come in passato non conterà stabilire cosa è accaduto ma come gli eventi – o presunti tali – vengono sfruttati dalle parti in campo.
Nella sostanza, il bombardamento di venerdì sera non si è discostato molto da quello del 7 aprile 2017. È aumentato il numero di bersagli colpiti (da uno a tre) e soprattutto gli Stati Uniti non hanno agito da soli: Francia e Regno Unito hanno partecipato all’attacco.
Non è variato l’obiettivo cosmetico del raid. Washington non vede la permanenza di Assad al potere come una minaccia ai suoi interessi nazionali e non ha coltivato alternative credibili all’attuale regime. La Siria agli Usa serve per distrarre, tenere sotto controllo e possibilmente dividere Russia, Iran e Turchia. L’attacco non puntava a rovesciare le sorti del conflitto ma a permettere a Donald Trump – e in minor misura a Theresa May ed Emmanuel Macron – di mantenere la parola data. Per quanto sia sempre più difficile comprendere quale sia la sua parola: basti pensare ai ripensamenti sul tempismo dell’attacco o a quelli sulla Trans-Pacific Partnership. Bombardare di venerdì sera gli dovrebbe inoltre consentire ancora una volta di dominare il ciclo delle notizie nel fine settimana, distraendo il proprio elettorato dai problemi del suo avvocato e dalle rivelazioni dell’ex direttore dell’Fbi..
La partecipazione francese al bombardamento conferma l’asse franco-statunitense e macron-trumpiano, interessante non tanto nell’ex mandato transalpino in Medio Oriente quanto nell’Europa post-Brexit, in funzione anti-tedesca.
L’instabilità politica italiana non è stata decisiva, né poteva esserlo.


venerdì 13 aprile 2018

SIRIA - LA CINA MUOVE LE NAVI, ALLEANZA IN MARE CON MOSCA - Un articolo del Messaggero.


Il Messaggero di Roma ha pubblicato un interessante articolo che riproduciamo per intero.
 Sintesi: LA CINA MUOVE LE NAVI PER SCHIERARSI CON PUTIN: PECHINO E’ PRONTA A INTERVENIRE IN CASO DI OFFENSIVA AMERICANA - XI JINPING HA INVIATO A TARTUS UNA PORTAEREI, UNA FREGATA, MILLE SOLDATI E DUE CACCIATORPEDINIERE - NEI GIORNI SCORSI ALCUNI DRONI STATUNITENSI SONO STATI MANDATI IN TILT DA CYBERATTACCHI RUSSI MENTRE STAVANO SORVOLANDO LA SIRIA

Siria, anche la Cina muove le navi alleanza in mare con Mosca

di Cristina Mangani




L'ordine è arrivato da Pechino, e non stupisce affatto: in caso di attacco, le navi cinesi presenti nel Mediterraneo dovranno appoggiare la Russia. Che la guerra scoppi o meno, quello che conta sono gli schieramenti, il deterrente più forte per allentare la tensione nelle acque antistanti la Siria. Nel risiko che si sta giocando tra super potenze, il piccolo stato mediorientale finisce accerchiato, con le navi che si stanno riposizionando. Dalla base di Tartus, roccaforte russa, hanno preso il largo le portaerei, che hanno cominciato a fare esercitazioni a fuoco in mezzo al mare.

Tutte le rampe antimissile delle 4 basi aeree, compresa quella iraniana alle porte di Damasco, di Jabal Ash Sharqi, sono state armate. Mentre nel pomeriggio una lanciamissili, una fregata, due cacciatorpediniere e una nave di rifornimento cinesi si sono dirette sempre in zona Tartus, con a bordo mille marines.

LE TASK FORCE
Oltre alla task force russa, dunque, composta da quindici navi da guerra di stazza nel Mediterraneo, tra cui due fregate, due cacciatorpedinieri lanciamissili e almeno un sottomarino classe Varshavyanka, c'è ora la 29 flotta della Marina cinese, ufficialmente in quelle acque per contrastare la pirateria. Un fatto non nuovo, visto che, proprio lo scorso anno, le due forze hanno effettuato esercitazioni congiunte nel Mar Baltico. Attualmente, comunque, l'ammiraglia russa davanti alla Siria è la fregata lanciamissili capofila della classe Admiral Grigorovich.

Nello stesso tempo, e nello stesso tratto di mare, gli americani, gli inglesi e i francesi, stanno prendendo posizione. Il Pentagono, al momento, non ha portaerei nel Mediterraneo, perché la Truman è appena salpata e non sarà in zona prima di dieci giorni.


Restano le installazioni presenti attualmente in Italia, che sono - così come ricostruisce Pietro Batacchi, direttore di Rid, la Rivista italiana difesa - Camp Ederle, a Vicenza, sede della 173/a Brigata Aerotrasportata e dell'United States Army Africa (Usaraf); Aviano, dove sono di stanza caccia F-16 dell'Usaf e dove sono stoccate pure le bombe nucleari B-61 (parte del dispositivo di deterrenza della Nato), e la Naval Support acvitiy di Napoli, sede della Sesta Flotta dell' Us Navy (che al momento ha assegnato in maniera permanente una solo unità).

«In un'ottica siriana - osserva ancora l'esperto - le strutture più importanti sono però la base di Camp Darby (Pisa) e la Naval air station di Sigonella. La prima è una delle principali basi logistiche delle Forze armate americane fuori dagli Usa e ospita milioni di munizioni e bombe-ordigni di vario tipo. È direttamente collegata al porto di Livorno attraverso un sistema di canali. La Nas Sigonella, invece, è il principale hub per le operazioni americane nel Mediterraneo».

LE FORZE SPECIALI
Inoltre, nel Nord della Siria operano forze speciali inglesi e americane: una cinquantina di uomini che si trovano in quell' area per dare supporto ai curdi e alle forze ribelli che combattono Assad. Il loro ruolo potrebbe essere quello dei segnalatori. Anche se, il 30 marzo scorso, due di questi soldati super addestrati, John Dumbar e Mad Torrac, sono morti saltando per aria su una mina a Manbij.


Come si muoveranno, dunque, le varie forze in campo? A giudicare dagli abbracci tra delegati Usa e russi, ma anche dalla confusione dei tweet lanciati dal presidente Trump, la situazione sembra molto più sotto controllo di qualche giorno fa. I rischi di una simile guerra sono troppo elevati. Soprattutto, nel caso in cui per dare una lezione al presidente siriano, gli Usa finissero con il colpire casualmente un soldato di Putin.

Nei giorni scorsi, poi, secondo il racconto di quattro funzionari americani alla Nbc News, alcuni droni statunitensi sono stati mandati in tilt da attacchi cyber russi mentre stavano sorvolando la Siria. Piccoli droni, non i grandi Reaper e Predator che hanno decimato la catena di comando del Califfato, colpiti da sabotaggi da remoto dopo che si erano sollevati in volo per aggirarsi intorno a Ghouta, alla ricerca di tracce degli attacchi chimici.