DIBATTITO SU QUESTIONI INTERNAZIONALI PER UNA CITTA' INTERNAZIONALE

lunedì 26 marzo 2018

L' ARRESTO DI PUIGDEMONT E IL MESSAGGIO DI ANGELA - LA CATALONIA E L' EUROPA - DUE ARTICOLI ESCLUSIVI DI LIMESONLINE

Oggi sono usciti sull' edizione on-line di Limes due brevi articoli sull' arresto dell' ex presidente catalano Puigdemont in Germania. Sono interessanti per capire la situazione ed il ruolo della Germania su queste vicende e sull' assetto in divenire dell' Europa (QUI)
Mentre scriviamo è arrivata la notizia che il giudice tedesco ha stabilito di trattenerlo in carcere in attesa della decisione sull' estradizione (QUI), fatto assai duro che conferma le tesi del primo articolo.   
Eccoli in esclusiva per i nostri lettori.

1) IL MESSAGGIO DI ANGELA [di Niccolò Locatelli]
L’arresto di Carles Puigdemont segna il debutto del nuovo governo della Germania sulla scena internazionale.
L’iter che seguirà la richiesta di estradizione del leader indipendentista catalano a Madrid è nelle mani della magistratura tedesca, indipendente dall’esecutivo, ma la rapidità con cui le forze di polizia di Berlino hanno saputo agire un giorno e mezzo dopo la riattivazione del mandato di cattura internazionale da parte di Madrid non è ascrivibile solo all’efficienza teutonica, altrimenti i ritardi finlandesi e l’inconsapevolezza danese resterebbero inspiegabili.
Angela Merkel voleva lanciare un messaggio dopo il lungo e travagliato negoziato per la formazione del suo quarto governo: i ministri possono cambiare e i socialdemocratici possono aver strappato a Schäuble il dicastero delle Finanze, ma l’agenda continuerà a dettarla la cancelliera.
Arrestando Puigdemont, la Germania fa un favore a Mariano Rajoy, con cui Merkel condivide non solo la famiglia politica continentale (il Partito popolare europeo) ma soprattutto la ricetta di austerità che Berlino ha ideato e il premier spagnolo ha doviziosamente eseguito fino a fare di Madrid l’esempio “di successo” delle riforme post-Grecia – almeno per quanto riguarda la tenuta del sistema bancario e l’uscita dalla recessione; la disoccupazione è la seconda peggiore dell’Ue.
Il messaggio di Merkel è tanto economico quanto geopolitico: il sostegno a Rajoy mal si concilia con gli ambiziosi piani di Macron (eurobond, ministro delle Finanze europeo), già contestati da un fronte guidato da un paese completamente integrato nella sfera d’influenza tedesca come l’Olanda. Al contempo, l’opposizione all’indipendenza della Catalogna riflette la preoccupazione per la solidità dell’Unione Europea, già messa in discussione da Brexit. Berlino non ha intenzione di assistere inerte alla disgregazione del suo pseudoimpero.

2) IL TRIANGOLO BARCELLONA-MADRID-BERLINO [di Steven Forti]
L’arresto in Germania dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont – al rientro in Belgio (dove si è rifugiato a fine ottobreda una conferenza in Finlandia – e la decisione della magistratura spagnola di incarcerare altri cinque dirigenti indipendentisti, tra cui il candidato presidente Jordi Turull, hanno riacceso la crisi in Catalogna riportandola al centro dell’attenzione internazionale.
Dopo le elezioni dello scorso 21 dicembre, l’indipendentismo si trovava in un’impasse: incapace di formare un governo e diviso al suo interno tra un settore più pragmatico (Esquerra Republicana de Catalunya e il Partit Demòcrata Europeu Català) che vorrebbe abbandonare la via unilaterale e uno favorevole a continuare lo scontro con Madrid (il nucleo di Puigdemont e la Cup).
Ora si apre una nuova, incerta fase. Molto dipenderà dalla decisione dei giudici tedeschi riguardo l’estradizione dell’ex presidente catalano. Vedremo quanto pesano le buone relazioni tra Angela Merkel e il premier Mariano Rajoy e tra le forze di polizia dei due paesi, che hanno permesso l’arresto di Puigdemont.
Per formare un governo a Barcellona c’è tempo fino al 22 maggio, altrimenti si celebreranno nuove elezioni. Due gli scenari possibili: una radicalizzazione dell’indipendentismo – gli scontri in strada di domenica sono sintomatici in questo senso – che porterebbe a un’ulteriore dura risposta di Madrid; oppure la creazione di un fronte più ampio, aperto anche ai Comuns di Ada Colau e forse ai socialisti, con l’obiettivo di recuperare l’autonomia regionale e aprire un vero dialogo politico con lo Stato spagnolo.
È questo il nodo gordiano di tutta la vicenda: nell’ultimo lustro, la politica ha abdicato al proprio ruolo, delegando ai tribunali la risoluzione di un problema che è essenzialmente politico.
Le responsabilità del premier Mariano Rajoy sono enormi. Ora si raccolgono i frutti di queste decisioni che avranno conseguenze importanti sulle istituzioni democratiche del paese. Ma le responsabilità sono condivise dalla classe dirigente indipendentista, che ha scelto la via unilaterale senza avere con sé la maggioranza della popolazione. Ciò ha portato a tre conseguenze principali: la frattura della società catalana, il risorgere del nazionalismo spagnolo e la perdita dell’autonomia della Catalogna, riconquistata a fatica dopo la fine del franchismo.
La spirale catalana è espressione non solo della crisi del sistema spagnolo, nato dalla transizione democratica alla fine degli anni Settanta, ma di quella più generale delle classi dirigenti e delle forme di rappresentanza politica che stiamo vivendo in Europa negli ultimi anni.

DAGLI ASBURGO AI CINESI: Trieste si scopre capolinea della Nuova Via della Seta - Un articolo di Paolo Rumiz su La Repubblica di oggi



Oggi è uscito su Repubblica un articolo di Paolo Rumiz estremamente ottimista, quasi entusiasta, su Trieste come terminal della Nuova Via della Seta e sul nuovo clima che si respira in città. Ogni tanto, e dopo decenni di cupo pessimismo sulle sorti di Trieste, un' iniezione di ottimismo fa bene e aiuta a raggiungere risultati concreti.
Dagli Asburgo ai cinesi -
Trieste si scopre capolinea della Nuova Via della Seta
di Paolo Rumiz
Traffici commerciali via ferrovia quintuplicati in un anno.
Delegazioni cinesi a spasso con valigette 24ore.  Ristoranti affollati da tedeschi, austriaci, canadesi, americani.
Porto in forte ripresa, sindaco sommerso da proposte d’investimento in denaro sonante. E, ancora, russi con
borse piene di dollari e caviale, ungheresi disposti a tutto pur di avere uno sbocco al mare, mega-navi da crociera in cerca
di un terminai alternativo a Venezia.
Questo mentre la città incamera i 600mila metri quadrati del semideserto porto vecchio appena sdemanializzato, e nei bar
discute di se stessa come capolinea della nuova Via della Seta. Ritrovandosi, con un pizzico d’orgoglio, un po’ al centro del mondo dopo decenni di letargo.
Con America, Russia, Cina e persino Turchia incompetizione per Trieste, la città si trova davanti alla seconda grande occasione della sua storia dopo la creazione delporto franco, due secoli fa, su decisione imperial-regia di Vienna.
«Viviamo una serie di fortunate coincidenze», spiega l’ex senatore del Pd Francesco Russoclie, in un blitz memorabile, ha fatto passare qualche tempo fa la legge sullo sblocco dei punti franchi, aggirando un fronte maggioritario di gelosie e immobilismi, e da mesi — in un clima ecumenico inusuale per l’Italia , lavora in tandem con il sindaco di Forza Italia, Roberto
Dipiazza, e l’autorità portuale-
La Bella Addormentata si risveglia. C’è un porto che ha chiuso coi favoritismi gestiti da una cricca e fa fruttare i suoi vantaggi doganali, superiori a quelli di Amburgo in ambito Ue.
C’è l’interesse dei cinesi, che hanno subito reagito all’apertura”triestina” di Gentiloni sulla Via della Seta, e oggi trattano per avere un terminal europeo più centrale di quello — già acquisito  del Pireo.
C’è infine il porto antico restituito alla città, tutto da reinventare: operazione che, se messa a frutto, comporterebbe un investimento fino a cinque miliardi di euro. Al momento, lo spazio più appetibile del Mediterraneo.
Torna il brivido degli anni grandi. Il mercato immobiliare è in ripresa dopo la grande depressione: stranieri danarosi
fanno la fila in Comune per le pratiche di allacciamento utenze. Sandro Beltrame, impresario del settore:«Arrivano tante aziende qualificate con manager che devono sistemami in città. Broker, specie da Vienna, acquistano appartamenti, e puntano sulla bellezza e civiltà del luogo. Gente che non batte ciglio di fronte a nessuna cifra».
Anche le assicurazioni fiutano l’affare. Allianz lavora alla nuova sede, che sarà il palazzo più tecnologico di Trieste, e le
Generali (primo esportatore italiano di vino in Cina) scoprono nel porto franco una nuova frontiera, in campo
logistico, dopo anni di strisciante smobilitazione decisionale in favore del Lombardo-veneto.
Trieste avrà la capacità di sfruttare l’occasione senza farsi travolgere? I cinesi non sono l’impero asburgico. Hanno
colonizzato il porto di Atene reclutando manodopera greca con paghe da terzo mondo, e qui si vorrebbe instaurare con loro
un rapporto più equlibrato. Poi ci sono i russi che hanno pochi scrupoli (vedi l’allarmante caso inglese) a inifitrarsi ovunque e
hanno capito che oggi, per avere uno sbocco al mare, non è più necessaria una guerra e basta affittare un terminal. I turchi,
che hanno già scelto Trieste come capolinea del loro traffico ro-ro con il Centro Europa, ora si riprendono la Bosnia come per ricostruire l’impero ottomano mentre Mosca si è già comprata mezza Dalmazia. Pare il “Grande Gioco” ottocentesco per il
controllo dell’Afghanistan. L’Adriatico scotta. Non è un caso che da un anno l’ex consulente della Casa Bianca Robert Kaplan
lavori sul tema battendo i porti della zona. I risvolti politici non sono secondari.
L’improvvisa effervescenza di Trieste ha spiazzato un po’ tutti, a partire dal vicino porto sloveno di Capodistria, evidenziandone; limiti (nessuna concessione di aree a privati) e le lentezze, soprattutto nel raddoppio dell’unico binario di
collegamento con la Mitteleuropa. Un’onda di proteste si è levata contro il premier di Lubiana, Miro Cerar, portandolo alle dimissioni, con conseguenti nuove elezioni. Unafrenata che rischia di far perdere alla Slovenia il treno dei finanziamenti europei a vantaggio del concorrente italiano.
Nella sua tana con affaccio sulla piazza più bella d’Italia, il sindaco piana come un falchetto su un tavolone in noce dove è
sempre aperta la planimetria di una città in effervescenza. «Sono come drogato — scherza —vivo un bel sogno e ho paura di
sveglianrmi. Ogni minuto si aprono opportunità, sono assediato di proposte». E giù col dito sulla mappa, a indicare un
mondo possibile a filo di mare. Da una marina a un terminai traghetti, da un magazzino a un polo scientifico, da un polo
fieristico a un centro congressi.
«Ora è importante che la burocrazia non blocchi tutto con le sue lentezze, e semmai ci aiuti a non rallentare questa
magnifica rincorsa verso il futuro».
Intanto la città è come se di sindaci ne avesse due. L’altro è il presidente del porto, Zeno D’Agostino, veronese, scelta
indovinata del pd Roberto Cosolini, predecessore di Dipiazza. Il raggio d’azione del,nuovo manager è quasi totale,
allargato al controllo dei punti franchi. Attorno a lui, un pacchetto di mischia trasversale che lavora per Trieste, formato
dalla pd Debora Serracchiani, ex presidente regionale ora in Parlamento, dallo stesso Russo, dal primo cittadino di centro-destra, dal segretario  generale del Comune Santi Terranova e dal direttore del porto Mario Sommariva. «Ci chiamiamo anche all’una di notte per risolvere subito le cose», gioisce il sindaco in preda a frenesia immobiliare.
La gestione precedente del porto, sponsorizzata da una lobby di centrodestra, era stata disastrosa. Congelamento del
piano regolatore, magazzini affittati ad “amici” per cifre irrisorie, cooperative a gestione bulgara, grandi compagnie
marittime tenute a distanza per proteggere i pesci piccoli. «Le cose sono cambiate», spiega Sergio Bologna, consulente
ministeriale per la logistica.
«Con la benedizione del ministro Delrio e della governatrice Serracchiani, è nata un’agenzia che ha regolarizzato il lavoro e si sono abbattuti i costi di manovra per le ferrovie all’interno del porto. Questo ha attirato compagnie e  fatto fruttare i vantaggi della franchigia con operazioni immobifiari intelligenti».
Risultato: aumento esponenziale dei traffici, e il presidente del porto stabilmente in Cina a fare affari.
Il timore, ora, è che la nuova centralità di Trieste ingelosisca i concorrenti italiani e soprattutto la maggioranza
“etnica” friulana della regione che non perdona all’ex governatrice, udinese, di essersi tanto spesa per una città di lingua veneta, minoritaria.
Àttraverso il candidato presidente regionale Max Fedriga, la Lega si è dichiarata a favore della continuità nella gestione portuale, ma una parte di Forza Italia non ha fatto mistero di voler silurare — dopo il voto alle imminenti regionali, —
un presidente del porto che ha avuto il torto dimettersi di traverso rispetto a certe lobby e di far decollare il capoluogo regionale.
Ma c’è un rischio ulteriore: una “gestione spezzatino” del rilancio del porto vecchio e la difficoltà a valutare certe offerte
sapendo che le mafie pagherebbero denaro sonante per fare del porto di Maria Teresa la più grande “lavatrice” del Mediterraneo. Da qui la necessità di non lasciare la partita nelle mani di pochi e avviare al più presto una società
di mgestione di solida competenza tecnica: il sindaco lo sa: la partita non può giocarla da solo.
Ma intanto si lavora, e una vivificante aria nuova è scesa sulla città. La stazione austroungarica di Campo Marzio — collegamento più breve con la Germania — sarà riaperta al traffico turistico dopo mezzo secolo di letargo. Il collegamento ferroviario diretto con l’aeroporto regionale è stato appena inaugurato e un pool di teste pensanti sta già lavorando
al grande appuntamento del 2020, Trieste capitale europea della scienza. E c’è la regata Barcolana, la più grande del
Mediterraneo, che celebra il suo cinquantenario come un nuovo sposalizio di Trieste col mare.




sabato 24 marzo 2018

TRIESTE SULLE NUOVE VIE DELLA SETA: IMPORTANTE INCONTRO ISTITUZIONALE IL 26 MARZO AL PALAZZO DELLA REGIONE CON LA PARTECIPAZIONE DI DIPLOMATICI E IMPRENDITORI CINESI.


E' con grande soddisfazione che verifichiamo il moltiplicarsi delle iniziative volte a inserire Trieste nel grande progetto delle "Nuove Vie della Seta".
A pochi giorni dal nostro incontro sulle "Vie della Seta e la Cultura" cui ha partecipato il dott. Bi Jiangshan Primo Segretario, Capo dell' Ufficio Politico dell' Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese, lunedì 26 saranno nuovamente a Trieste importanti rappresentanti sia dello stato che delle imprese cinesi.
Ecco il comunicato stampa della Regione:



Fvg-Cina: 26/3 a Trieste forum Belt&Road con firma accordo.

Sarà firmato lunedì 26 marzo a Trieste un accordo finalizzato a coinvolgere importanti investimenti cinesi in un progetto di valorizzazione del made in Italy a partire dalle imprese nel settore dell'arredo e sistema casa del Friuli Venezia Giulia. 

La sottoscrizione del documento, da parte di rappresentanti della Repubblica Popolare Cinese e della Regione, avverrà nel corso del Belt and road Forum, meeting inteso a consolidare il ruolo di partner strategico del Friuli Venezia Giulia nelle relazioni economiche Europa-Cina. 

Al forum, organizzato dalla Regione Friuli Venezia Giulia con il Council for the Promotion of International Trade (Ccpit) e la China Chamber of International Commerce (Ccoic), i due enti governativi cinesi per la promozione del commercio e degli scambi internazionali, sono attesi numerosi e importanti soggetti economici italiani e cinesi che saranno impegnati in tavoli di confronto su arredo design ma anche su logistica, agroalimentare, ricerca e innovazione, biomedicale. 
L'evento, realizzato in collaborazione con il Silk Road Business Council, la Fondazione Italia Cina e la Camera di commercio italo-cinese, è uno dei risultati della missione istituzionale della Regione Friuli Venezia Giulia in Cina del dicembre dello scorso anno e sarà un'ulteriore occasione per le imprese del Friuli Venezia Giulia per promuovere e consolidare le relazioni commerciali e gli investimenti con la Cina. 
In un incontro a Pechino la Regione aveva illustrato al vicepresidente del Ccpit e della Ccoic, Yin Zonghua, la proposta di identificare il Friuli Venezia Giulia come sede dell'importante Forum per la collaborazione commerciale, scientifica e culturale nell'ambito della nuova Via della Seta e il progetto era stato subito accolto dai vertici cinesi. 
Lunedì 26, a partire dalle 9.30 nel Salone di rappresentanza del palazzo della Regione, ad introdurre i relatori della sessione plenaria del mattino sono previsti gli interventi istituzionali della Regione Fvg e del Comune di Trieste, del consigliere economico del Sottosegretario di Stato allo sviluppo economico e del ministro consigliere dell'Ambasciata della Repubblica popolare cinese in Italia, Xu Xiaofeng. 
Interverranno anche Gong Wixi, senior coordinator for South-South and Triangular Industrial Cooperation dell'Unido, l'agenzia delle Nazioni Unite per la promozione industriale; Antal Nikoletti, vice segretario generale dell'Iniziativa Centro Europea; Zhang Gang, direttore generale del China Council for the Promotion of International Trade-Italia e il presidente dell'Autorità di Sistema portuale del Mare Adriatico Orientale Zeno D'Agostino. 
Tra le relazioni tematiche sulle nuove opportunità di crescita del commercio, due interventi molto attesi sono quelli di He Yi, presidente del China Council for the promotion of international trade di Chongqing, hub strategico e considerato tra quelli in maggiore espansione in Cina e quello di Tian Feng, general manager della China State Construction Holdings, che approfondirà il tema di possibili sinergie su progetti infrastrutturali. 
Nel pomeriggio, dalle 14, sono previsti un workshop sulle strategie di approccio al mercato cinese e un importante seminario sulle "città intelligenti" organizzato in cooperazione con Unido e l'austriaca Rail Cargo Group. 


Il nostro convegno dell' 8 marzo "Le Vie della Seta e la Cultura": intervento del dott. Bi Jiangshan Primo Segretario, Capo dell' Ufficio Politico dell' Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese a Roma.


sabato 3 marzo 2018

Il discorso di Putin, l’annuncio di Trump, il piano di Xi: il mondo questa settimana


THE WEEKLY TRUMP
Questa settimana lo Stato profondo Usa e il presidente Trump sono tornati a dominare il ciclo delle notizie.
Il primo (inteso come assortimento di Pentagono, Dipartimento di Stato, Cia, Nsa e resto della comunità dell’intelligence) si è ripreso la scena dopo esser stato messo in secondo piano dal dialogo olimpico intercoreano e dalle guerre di Siria.

La notizia di un rapporto dell’Onu sulla collaborazione tra il regime di Assad e quello di Kim Jong-un, ancora inedito ma già recapitato da una mano amica alla redazione del New York Times, non serve tanto ad accusare Damasco e Pyongyang quanto a mettere in guardia i loro rispettivi tutori. Russia e Cina sono considerati avversari ed è il caso che loro – e lo stesso Trump, che su Putin aveva idee diverse – non lo dimentichino.
Come in passato, The Donald ha scelto di avere l’ultima parola prima che il circo mediatico andasse in ferie per il fine settimana. Così, dopo giorni turbolenti per la retrocessione del nullaosta di sicurezza al genero Jared Kushner e le dimissioni della direttrice delle comunicazioni della Casa Bianca Hope Hicks, il presidente giovedì si è superato: ha annunciato un annuncio, che dovrebbe esserci la settimana prossima e dovrebbe riguardare l’innalzamento di dazi sull’importazione di acciaio e alluminio. Il condizionale è d’obbligo visto la contrarietà quasi unanime che la mossa ha già suscitato.
Critica la misura protezionista non solo la Cina, che ne è il principale bersaglio simbolico, visto che l’annuncio è arrivato mentre il principale consigliere economico di Xi Jinping era a Washington. Anche i soci del Nafta, il Giappone, il Brasile e l’Unione Europea sono pronti alla rappresaglia. Soprattutto, si oppongono parlamentari e aziende statunitensi.
La settimana prossima vedremo fino a dove è disposto a spingersi Trump pur di poter rivendicare l’ennesima promessa elettorale mantenuta.

IL DISCORSO DI PUTIN [di Orietta Moscatelli]
Monito e sfida agli Usa e alla Nato, il discorso con cui Vladimir Putin si è lanciato nell’ultimo miglio della campagna verso le imminenti presidenziali è ancora di più un messaggio alla ‘sua nazione’. Una chiamata alle armi e alle urne: i russi devono votarlo il 18 marzo come se fosse una vera gara elettorale e non una scontata vittoria a fronte di altri sette candidati irrilevanti.
La parola chiave dell’intervento davanti alle camere parlamentari riunite è “invincibile”. Vale per i nuovi missili balistici e i vari nuovi prodotti dell’arsenale nucleare russo presentati come la garanzia che “ora ci ascolteranno” in Occidente. E vale per lo stesso Putin, imbattibile leader dopo quasi un ventennio al potere, deciso a restare per almeno altri sei anni – poi si vedrà.
Oltre alla dose di patriottico orgoglio che resta il piatto forte dell’offerta elettorale putiniana, il capo del Cremlino ha promesso di dimezzare la povertà nei prossimi sei anni, di raddoppiare i fondi per le strade regionali, aumentare le risorse per le infrastrutture, costruire nuovi aeroporti e molto altro. Un carrello elettorale per tutte le esigenze, che solo lui può offrire.
Lui, presidente che entra nel suo quarto mandato da “invincibile”, ma cosciente che dal 19 marzo la vera sfida sarà tenere assieme una macchina del potere inevitabilmente proiettata nel “dopo-Putin”. Con il concreto pericolo che le lotte per la successione (già ampiamente in corso) e la voglia di cambiamento che serpeggia nella sconfinata Federazione russa sfocino in turbolenze dall’esito imprevedibile.

È quasi certo che Xi Jinping sarà presidente della Repubblica Popolare anche dopo il 2022. Uno degli emendamenti proposti dal comitato centrale del Partito comunista cinese (Pcc) prevede infatti l’eliminazione del limite di due mandati. Questo cambiamento sarà probabilmente ratificato al Congresso nazionale del popolo, che inizierà il prossimo 5 marzo.
Da tempo si ipotizzava che Xi avrebbe guidato la Cina anche dopo il suo secondo mandato, preservando magari il ruolo di segretario di Partito o di capo delle Forze armate. Del resto, queste due cariche implicano maggiori poteri decisionali rispetto a quella di presidente. Quest’ultima potrebbe subire un rafforzamento in futuro.
Xi potrebbe aver scelto di svolgere almeno un terzo mandato per due ragioni. In primo luogo, preservare i tre ruoli complicherebbe ulteriormente eventuali tentativi di estromissione da parte degli avversari interni al Pcc. In secondo luogo, il cambiamento potrebbe essere dipeso dalla convinzione interna al Partito che solo una leadership solida e guidata da Xi sia in grado di gestire le sfide economiche, sociali e geopolitiche che la Cina deve affrontare per perseguire il cosiddetto “risorgimento della nazione” entro il 2050.

GEOPOLITICA DEL BREXIT [di Federico Petroni]
La settimana del Brexit ha riportato la geopolitica (finalmente) al centro dei negoziati sull’uscita del Regno Unito dall’Ue.
Bruxelles ha pubblicato la propria versione della bozza di accordo sul Brexit per costringere il primo ministro britannico Theresa May ad articolare proposte concrete nel suo discorso di venerdì.
La premier ha risposto sostenendo che Londra non riconoscerà più la giurisdizione della Corte di giustizia europea; vuole un trattato di libero scambio selettivo come quello fra Ue Corea del Sud, non soluzioni onnicomprensive come quelle con Canada e Norvegia; è aperta a discutere, una volta cessata la libera circolazione delle persone, nuove facilitazioni a specifici flussi migratori; vuole restare nelle agenzie continentali per l’aviazione, i medicinali e i prodotti chimici.
Il discorso più spinoso riguarda l’Irlanda del Nord. Nella bozza unilaterale, Bruxelles era giunta alla conclusione che se Londra vuole mantenere poroso il confine fra Eire e Ulster, quest’ultimo resterà nell’unione doganale europea. Di fatto completando, almeno dal punto di vista commerciale, il processo d’unificazione dell’isola d’Irlanda.
May si è barcamenata. Non poteva sottoscrivere la sottrazione di parte del territorio nazionale. Ma non poteva nemmeno ventilare la permanenza del Regno Unito nell’unione doganale, perché ciò tradirebbe uno degli slogan preferiti dei sostenitori del Brexit (“riprendiamo il controllo dei nostri confini”). Invece, sostenendo che l’80% degli scambi fra le due Irlande coinvolgono piccole-medie imprese, ha di fatto suggerito di lasciare il confine così com’è, solo potenziando soluzioni tecnologiche e introducendo procedure semplificate per attori commerciali registrati.
Per capire se la questione nordirlandese si surriscalderà ulteriormente, occorre monitorare la reazione dell’Ue e di Dublino. Qualora la burocrazia brussellese insista sulla lettera dell’unione doganale vorrebbe dire che esiste in alcune cancellerie europee l’intenzione strategica di indebolire il Regno Unito, sottraendo l’Ulster alla sua sfera d’influenza.

mercoledì 14 febbraio 2018

LA NAVE- PIATTAFORMA DELLA SAIPEM FERMATA A CIPRO DAI TURCHI - Erdoğan, l’Eni e il grande gioco del gas: il caso “ Saipem 12000” non è solo questione di gas e di soldi. Investe il rango dell' Italia e le sue priorità geopolitiche nazionali - Un articolo di Lucio Caracciolo


Che cos’altro deve accadere perché noi europei ci si renda conto che non viviamo fuori dalla storia, in un giardino dell’Eden dove armoniosamente coltiviamo i nostri valori (quali?), retto dal diritto internazionale e dalle regole del buon vicinato?

A ricordarcelo dovrebbe bastare il clima di scontro permanente e astioso che si è creato fra i principali paesi europei, Italia compresa, e la Turchia del presidente/sultano Recep Tayyip Erdoğan. Dal controllo dei media alle vessazioni nei confronti di chi nel suo paese non consente con lui, dalle avventure militari in Siria ai rapporti speciali quanto ambigui con la Russia, dall’uso delle diaspore turche in Europa fino alla crisi in corso intorno ai giacimenti di gas ciprioti, che coinvolge direttamente l’Eni e quindi il nostro paese: l’elenco delle partite in corso è impressionante.

Ridurre tutto alla peculiare personalità di Erdoğan sarebbe fuorviante. Alla radice c’è un nostro errore di percezione, che ci ha spinto per decenni a considerare la Turchia come avamposto dell’Occidente, nostro alleato atlantico, da integrare prima o poi nell’Unione Europea. Ciò proprio mentre Ankara recuperava già negli anni Novanta del secolo scorso, e poi in maniera esplicita con Erdoğan, la sua vocazione imperiale. Neo-ottomana, panturca e panislamica.

Per il presidente turco il riferimento non è Bruxelles – “capitale” dell’Unione Europea in fase di graduale disgregazione secondo agende nazionali o addirittura subnazionali. Semmai lo sono Maometto il Conquistatore o Solimano il Magnifico. Naturalmente il paragone, stabilito dallo stesso Erdoğan, con i suoi Grandi del passato è sproporzionato. E infatti la Turchia, imbarcata contemporaneamente in dispute e conflitti da cui non riesce a uscire e che ne stanno logorando le legature sociali, l’economia e lo stesso strumento militare, appare destinata a pagare un prezzo molto salato per voler apparire ciò che non è: una grandiosa potenza in ascesa.

Erdoğan ama il teatro, la provocazione. Fino a ribattezzare la via dove si trova l’ambasciata americana ad Ankara con il nome dell’operazione militare in corso contro i curdi nel Nord della Siria – Ramoscello d’Olivo – in occasione della visita del segretario di Stato Usa, Rex Tillerson.

Ora però la questione ci riguarda da molto vicino. Il blocco della nave Eni destinata all’esplorazione di giacimenti di idrocarburi in acque cipriote da parte di unità militari turche, impegnate in esercitazioni di cui l’Italia non era a quanto pare informata, incide nei già logorati rapporti fra Roma e Ankara. Forse esiste un collegamento fra il pessimo clima in cui si sono svolti i recenti colloqui fra Mattarella, Gentiloni e il presidente turco, e il trattamento riservato alla piattaforma “ Saipem 12000”.

Siamo finiti dentro all’infinita, forse infinibile disputa fra Grecia, Turchia e le due Cipro di fatto (di cui quella Nord riconosciuta solo dalla Turchia), in cui Ankara difende i presunti diritti propri e del suo satellite cipriota sui più che promettenti giacimenti in acque che Nicosia, appoggiata dagli europei e non solo, considera proprie. Una nave turca ha speronato un guardacoste greco, mentre Erdoğan ha tuonato contro le “spacconerie” di Atene e delle diplomazie europee che vogliono estromettere i turchi dal “loro” Mediterraneo orientale.

Le manovre della flotta turca dovrebbero concludersi il 22 febbraio. Illudersi che questo termine coincida con la soluzione del caso sarebbe pericoloso. Dall’epicentro siriano la crisi si sta diffondendo in tutto il Levante, fino all’Egeo. Riguarda ormai tutte o quasi le principali potenze regionali e mondiali. Ciascuna impegnata a difendere i propri interessi, in ordine sparso.

Il caso “Saipem 12000” non è solo questione di gas e di soldi. Investe il nostro rango e le priorità geopolitiche nazionali. Sarà confortante constatare come, malgrado le baruffe elettorali, le nostre autorità politiche e istituzionali si sveleranno all’altezza della sfida. O no?
Lucio Caracciolo
Direttore di Limes

mercoledì 7 febbraio 2018

GLI STRANIERI IN ITALIA: UNA QUESTIONE CHE ORMAI TRAVALICA LA RAZIONALITA' COME I FATTI DI MACERATA E LE CONSEGUENZE SULL' OPINIONE PUBBLICA DIMOSTRANO - In anteprima, una carta a colori da Limes 1/2018 Musulmani ed europei.


In anteprima, una carta a colori da Limes 1/2018 Musulmani ed europei.

“Per uno Stato a modesta legittimazione, l’integrazione non troppo soft
 degli immigrati, musulmani o meno, è imperativa.

Altrimenti ci ridurremo a campo di esercitazione delle influenze altrui. Non solo dei nostri alleati e partner, abituati a considerarci terra nullius. Anche degli Stati e dei regimi da cui provengono i migranti, che intendono serbare influenza nelle rispettive diaspore e/o avanzare le rispettive agende geopolitiche.

Come fanno, in competizione, Marocco e Arabia Saudita. Ovvero il paese dotato della massima diaspora islamica in Italia e il capofila del wahhabismo, con la sua tuttora considerevole potenza finanziaria – grazie alla quale compra beni materiali, decisori e comunicatori ovunque convenga – e i suoi jihadisti at large.

Che cosa fa l’Italia per proteggere i propri interessi, dunque per integrare gli stranieri di cui abbiamo necessità per ragioni demografiche e di welfare?

Lo Stato non ha strategia. Le iniziative di alcuni suoi esponenti locali (qualche sindaco), talvolta centrali (ministero dell’Interno, cui soprattutto si deve la drastica riduzione dei flussi via ex Libia, per ora ottenuta in negoziati informali con i «guardiani del deserto»), e di molti cittadini di buona volontà non sono inscritte in un piano di lungo periodo.

Assenti ingiustificati il governo nella sua collegialità e i partiti che a parole aprono all’integrazione, salvo non darvi seguito perché temono di perdere consenso a favore di chi denuncia l’«invasione».

Di qui l’accantonamento del blandissimo aggiornamento del cosiddetto ius soli, di fatto ius scholae per figli e nipoti degli immigrati che ambirebbero a diventare italiani.”

lunedì 5 febbraio 2018

LIMITI E POTENZIALITA' DELLE NUOVE VIE DELLA SETA POLARI PER LA CINA - Un' analisi di Limes -


La rotta settentrionale non sostituirà mai davvero Suez. Semmai, serve a Pechino per posizionare le proprie pedine nell’Artico.
di Andrea Migliuolo


Con il progressivo riscaldamento globale e la conseguente riduzione della banchisa, sia in termini di estensione geografica che di durata nell’anno, molti prospettano un notevole sviluppo dei traffici marittimi attraverso il passaggio a nord-est, la cosiddetta “rotta marittima settentrionale” (Northern Sea Route). Quest’ultima collega lo stretto di Bering con l’Europa, passando lungo le coste russe e norvegesi per poi immettersi nel Mare del Nord.

È ipotizzabile un tale sviluppo? Può il passaggio a nord-est diventare una rotta alternativa per la Belt and Road Initiative (le nuove vie della seta)la strategia cinese per gestire i flussi e i rapporti con i suoi mercati di riferimento?

La rotta offre potenziali vantaggi in termini di minore distanza e minori tempi di navigazione, dunque di riduzione dei costi operativi. Il costo giornaliero di una porta container è di circa 70-80 mila dollari, con punte di 100-120 mila per le nuove mega-carrier. Pertanto, una riduzione di dieci giorni nei tempi di percorrenza implica una diminuzione dei costi operativi di circa 1 milione di dollari a tratta.

Alla luce di queste considerazioni, non sorprende quindi che già dal 2012 i cinesi effettuino prove di navigazione sulla rotta e siano interessati ad alcuni suoi porti quali Arkhangel’sk(Russia), Klaipeda (Lituania), Kirkenes (Norvegia) e a un fiordo nel Nord dell’Islanda.

Assistiamo quindi all’alba di una “seconda via” per l’Occidente? Probabilmente no, per ragioni strutturali e strategiche.

Nella migliore delle ipotesi, oggi il passaggio a nord-est è libero da ghiacci solo da luglio a novembre. Le più ottimistiche previsioni sul riscaldamento globale vedono per la fine di questo secolo sei mesi l’anno di navigazione libera. Per la maggior parte dell’anno quindi, rimane utile solo la rotta via Suez.

Inoltre, il vantaggio competitivo della rotta settentrionale diminuisce significativamente dai porti meridionali della Cina, quali Fuzhou, Quanzhou, Guangzhou, Zhanjiang, Haikou, Beihai (hub ufficiali della Belt and Road Initiative) e Hong Kong, da cui parte la maggior parte del traffico. E si azzera se la destinazione è il Mediterraneo, dove sbarca circa il 40% dei flussi verso l’Europa.

Infine, la rotta marittima settentrionale non è senza costi aggiuntivi: la navigazione si svolge necessariamente a ridosso delle coste russe con l’obbligo della scorta di una delle quattro navi rompighiaccio a propulsione nucleare russe (altre tre sono in dirittura di arrivo) e un costo stimato di circa 200-300 mila dollari a tratta.
Dal punto di vista strategico poi, basta ricordare che oltre il 90% degli scambi tra Oriente e Occidente avviene via mare. Nessuna nazione, e men che meno una potenza come la Cina, metterebbe a rischio il proprio sviluppo economico ridimensionando drasticamente corridoi di scambio strutturati da centinaia di anni, quindi stabili e sotto controllo.

In aggiunta, la rotta a nord-est è di fatto controllata dalla Russia, potenza regionale con mire globali e non è nell’interesse cinese (né giapponese né coreano) mettere parte significativa dei suoi flussi alla mercé di una potenza dominante nella zona e competitrice, a dispetto dell’avvicinamento tattico fra Mosca e Pechino. Cosa ben diversa è la rotta a sud, dove opera sì la flotta statunitense ma diluita su una superficie vastissima e non presente in maniera esclusiva, viste le zone d’influenza di numerose altre nazioni tra cui alcune potenze regionali.

In ultimo, attraverso la rotta verso Suez la Cina proietta la sua influenza su aree di diretto interesse strategico quali il Sud-Est asiatico, l’Oceano Indiano e l’Africa orientale. Un ridimensionamento di questi flussi porterebbe necessariamente a un riassetto strategico nell’area.

Due riflessioni possono però spiegare l’evidente interesse (non solo) cinese verso il passaggio a nord-est.

In primo luogo, come la storia insegna, le guerre – anche quelle economiche – si vincono con la logistica e, per essere efficiente ed efficace, quest’ultima necessita di soluzioni alternative valide, testate e pianificate da attivare in caso di necessità. In questo senso, la rotta artica rappresenta una preziosa opzione alternativa.

In secondo luogo è evidente l’interesse globale per le risorse naturali presenti nell’Artico, e la Cina non fa eccezione. A questo proposito, è interessante un articolo pubblicato qualche anno fa dalla Nordic China Advisory nel quale, pur dando qualche rilievo allo sviluppo del traffico attraverso la rotta marittima settentrionale, gli autori focalizzano l’attenzione sull’attuale e futuro sfruttamento delle risorse energetiche a nord della Norvegia e nell’Artico e l’importanza di tali giacimenti per il futuro energetico della Cina.

In quest’ottica, i porti  vicini al circolo polare, d’interesse cinese anche se marginali nel traffico mondiale di container, appaiono scelti ad arte a ridosso della zona di maggiore concentrazione di risorse naturali per costituire un’efficace rete d’appoggio alle aspirazioni cinesi sul campo.

In effetti, lo stesso governo cinese nell’ambito del suo recentissimo Arctic Policy White Paper parla del suo auspicio per lo sviluppo di una via della seta polare (Polar Silk Road). Tuttavia, dedica all’argomento solo un paio di paragrafi, precisando che sarà necessario per il futuro proseguire con ulteriori “prove di navigazione commerciale”, per poi concentrare gran parte del documento allo sviluppo dell’Artico e allo sfruttamento sostenibile e condiviso delle sue risorse naturali – petrolio, gas e materie prime, ma anche pesca e turismo. Nel rapporto la Cina chiede per l’Artico maggiori investimenti in ricerca e tutela dell’ambiente. Il viceministro degli Esteri cinese Kong Xuanyou ha recentemente dichiarato che per la Cina esistono due punti fermi per quanto riguarda l’Artico: non interferire (nelle attività altrui) e  non essere assente.

Sembra dunque chiaro come il passaggio a nord-est non sia una reale alternativa ai flussi di traffico tra Oriente e Occidente, attualmente pari a circa 20 mila portacontainer all’anno solo tra Cina ed Europa. Il complesso di rotte attraverso il Canale di Suez, che è parte strutturale del consolidato sistema logistico mondiale e vero e proprio pilastro della Belt and Road Initiative, è troppo vasto e collaudato per poter essere messo in discussione da una rotta che presenta criticità strutturali e di carattere strategico.

Ciò nondimeno, forte delle sue doti di pianificazione strategica di lungo periodo e attenta alle opportunità che si stanno presentando anche grazie ai cambiamenti climatici, la Cina sembra intenzionata a non lasciare solo ad altri lo sviluppo della zona attorno al circolo polare artico, annunciando pubblicamente il suo interesse per una nuova rotta marittima a favore degli scambi internazionali.