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giovedì 20 luglio 2017

MIGRAZIONI: CRESCITA DEMOGRAFICA ED EMIGRAZIONE IN AFRICA SUB-SAHARIANA - Come mai se c'è "fame e guerra" la popolazione cresce a dismisura quando finora in carenza di risorse tendeva a diminuire? - Un articolo di Neodemos che ci aiuta a capire il problema al centro delle tensioni Austria - Italia .


Molti media e parte della classe politica attribuiscono in maniera retorica a "guerre e fame" l' impennata del fenomeno migratorio dall' Africa subsahariana.

Tuttavia il numero dei conflitti in quell' area è calato nettamente dal 1995 e cosi pure l' incidenza di carestie e malnutrizione.

La Presidente Boldrini ha dichiarato recentemente al Corriere che la Nigeria nel 2030 avrà più abitanti degli USA e che pertanto non è possibile fermare le migrazioni essendo assurdo usare la forza militare.

Tuttavia nel corso della storia si è sempre osservato che in presenza di guerre e fame la popolazione tende a diminuire, non ad aumentare vertiginosamente come correttamente segnalato dalla Boldrini, e lo stesso avviene in natura per le popolazioni animali in una situazione di carenza di risorse.

Il dato trova indiretta conferma dal fatto che il 70/80% dei migranti che sono arrivati negli ultimi 3 anni sono migranti economici informali e non rifugiati di guerra o politici.

E' pertanto legittima la domanda dell' "uomo della strada": "Se ci sono tante guerre e carestie perchè la popolazione nigeriana e subsahariana aumenta tanto ?".

Ci siamo rivolti al sito specializzato in demografia Neodemos per cercare risposte:

Ecco un recente articolo:

Crescita demografica ed emigrazione in Africa Sub-Sahariana

Da alcuni anni, l’emigrazione dall’Africa Sub-Sahariana (ASS) verso Italia e resto d’Europa è aumentata notevolmente e, date le condizioni geopolitiche prevalenti in Libia e Vicino Oriente, è probabile che questo trend continui negli anni a venire. In modo un po’ semplicistico, alcuni media e parte della classe politica attribuiscono questo fenomeno alle guerre e alla fame che imperverserebbero nella regione, mentre – per grazia di Dio – il numero dei conflitti in Africa è calato nettamente a partire dal 1995 (quando l’emigrazione da tale regione era di assai minori dimensioni), mentre l’incidenza di carestie, fame e malnutrizione sono diminuite durate lo stesso periodo, pur se lentamente. Mentre è indubbio che alcuni dei nuovi immigrati siano ‘rifugiati politici’ provenienti da zone in conflitto, come Sud Sudan e Somalia, o da paesi con regimi dittatoriali come l’Eritrea, una quota elevata (pari al 70-80 percento) di coloro che son sbarcati in Italia negli ultimi 2-3 anni sono migranti economici informali che cercano in Europa migliori condizioni di vita.
A scanso di equivoci, va sottolineato che gli scriventi auspicano per gli anni a venire una continuazione dell’immigrazione regolare (dall’ASS e altre regioni in sviluppo) verso un’Italia, Europa e gran parte del mondo sviluppato (o emergente, come la Cina) affette da una implosione demografica di cui non si intravede la fine. Una immigrazione regolata aiuterebbe a tappare alcune delle falle più evidenti nel mercato del lavoro e porterebbe ad un arricchimento culturale ed economico della Vecchia Europa, così come è avvenuto in California ed altre regioni avanzate. Il problema non è se l’immigrazione è auspicabile, ma il suo volume ed il modo in cui ha luogo.
La domanda da porsi è, dunque, quali sono i fattori che generano una forte spinta a emigrare dalla ASS in maniera molto costosa (un viaggio dai paesi d’origine organizzato dai trafficanti di esseri umani costa oltre 10.000 dollari), potenzialmente pericolosa (basti pensare alle migliaia di annegati nel Canale di Sicilia), e con incerte prospettive di inserimento legale e professionale in una Europa a bassa crescita economica e che si sente ‘invasa’.
Analisi recenti delle tendenze economiche e demografiche degli ultimi 20 anni in ASS suggeriscono che il forte aumento di tale emigrazione può essere ascritto al modello di crescita sub-ottimale seguito da gran parte della regione nell’ultimo quarto di secolo, a problemi di governance nazionali ed internazionali, e ad una ‘transizione demografica ritardata’. Per quel che riguarda il modello di crescita seguito dalla ASS notiamo brevemente che – malgrado un aumento annuale del PIL pari al 5% nel ventennio 1991-2011 – i settori ad alto assorbimento di forza lavoro semi-qualificata (ad es. agricoltura intensiva, manifattura e costruzioni) si sono sviluppati relativamente meno che quelli minerario, dei servizi urbani ad alta intensità di lavoro qualificato, e dei servizi informali a bassa produttività. La crescita è stata dunque caratterizzata da una domanda di lavoro debole, sia in termini assoluti che in relazione ad una offerta di lavoro in rapida crescita.
Problemi di governance hanno aggravato lo squilibrio di cui sopra tra domanda e offerta di lavoro. Tra questi, una insufficiente allocazione di risorse e la bassa priorità politica assegnata a settori chiave. Tra questi agricoltura e Green Revolution (malgrado una dipendenza massiccia da importazioni ed aiuto alimentare), istruzione femminile e regolazione della fecondità, e controllo delle massicce fughe di capitali, che fan sì che gli attivi detenuti all’estero da cittadini africani superino l’intero debito pubblico della regione. Pressioni del FMI, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio hanno poi spinto anche i paesi africani a ridurre drasticamente i dazi sui prodotti manifatturieri, con conseguente forte aumento delle importazioni dall’Asia ed un netto declino di quel po’ di industria domestica sviluppatasi con fatica nei primi decenni post-indipendenza.
Il ritardo della transizione demografica
Ma, forse, il fattore che spiega più degli altri la spinta attuale ad emigrare è una ‘transizione demografica ritardata’ – e cioè il ritardo nel calo della fecondità femminile che avrebbe dovuto seguire, dopo una decina d’anni, la notevole diminuzione della mortalità registrata negli ultimi 20 anni grazie all’aumento delle vaccinazioni, all’intensificazione della lotta contro malaria, tubercolosi e HIV/AIDS, e al miglioramento delle condizioni di vita. L’effetto immediato della ritardata transizione demografica è stato un forte aumento della disoccupazione tra le coorti di giovani che son entrati in tempi recenti sul mercato del lavoro grazie al calo della mortalità registrato nei 20 anni precedenti. Tale tendenza si acuirà nei prossimi tre decenni. Ad esempio, nel 2050 la popolazione di 15-24 anni di età sarà maggiore di 200 milioni di quella del 2015 (Grafico 1) con risultati ovvi in termini di offerta di lavoro. 

La soluzione di questo enorme problema occupazionale – che è alla base della spinta migratoria dei paesi della ASS verso Europa, Africa del Sud e – in misura minore – altre regioni, richiederà interventi in tutte le aree menzionate sopra. La probabilità che – senza mutamento nelle politiche economiche, demografiche e di governance – gran parte di questa nuova forza lavoro trovi una occupazione adeguata sono minime. Se questo sarà il caso, per molti l’emigrazione resterà – malgrado i suoi costi elevati – una delle poche opzioni praticabili.

Questo fortissimo aumento di forza lavoro è dovuto alla menzionata ‘ritardata transizione demografica’. I dati della Divisione della Popolazione delle Nazioni Unite indicano infatti che mentre tra 1980-85 e 2010-15 il tasso di fecondità in Africa del Sud è sceso da 4.7 a 2.5 figli per donna in età fertile, quello dell’Africa Centrale ed Occidentale è calato solo da 6.7 a 5.8 e da 6.8 a 5.5. Nel frattempo tutte le altre regioni in via sviluppo hanno raggiunto tassi di fecondità tra 1.5 e 2.5.
I casi contrapposti di Niger e Nigeria e di Etiopia e Ruanda
Tali differenze appaiono ancor più marcate se si confrontano alcuni paesi africani archetipici. E’ sintomatico ad esempio che negli ultimi 30 anni Nigeria e Niger abbiano registrato solo un lievissimo declino o addirittura un aumento della fecondità femminile, mentre Etiopia e Ruanda han registrato un netto calo (Grafico 2).

 Dal confronto delle politiche demografiche seguite in queste coppie di paesi si possono trarre utili lezioni circa gli approcci che permettono di controllare il problema della sovra-popolazione in gran parte della regione anche a bassi livelli di reddito pro capite.
In conclusione, il miglioramento delle condizioni di vita in ASS e la regolazione del forte flusso migratorio verso l’Europa e le regioni più ricche dell’Africa richiede interventi sia sul fronte economico, che dell’aiuto internazionale, della governance e delle politiche demografiche. Vista l’inerzialità dei fenomeni demografici, nel breve periodo gli interventi economici, di governance e sostegno internazionale saranno i soli che potranno ridurre la pressione ad emigrare. Nel medio e lungo periodo, invece, la soluzione del problema dipenderà dalla diffusione di politiche di controllo della crescita demografica ben concepite e con un forte supporto politico di governi locali, opinion makers, autorità religiose e comunità internazionale. L’esempio di paesi poveri come Ruanda ed Etiopia mostra che risultati incoraggianti possono essere ottenuti già in una quindicina d’anni (Grafico 2). Il problema ora è quello di generare la volontà politica per agire rapidamente nel resto della regione, dove il tasso di fecondità rimane elevato e contribuisce a causare disoccupazione, impoverimento ed una forte emigrazione informale.

Riferimenti bibliografici
Canning, David, Sangeeta Raja, and Abdo S. Yazbeck (eds). “Africa’s Demographic Transition: Dividend or Disaster?” Africa Development Forum. Washington, DC. The World Bank  License: CC BY 3.0 IGO
Cornia, Giovanni Andrea, Ayodele Odusola, Haroon Bhorat and Pedro Conceicao (2017), “Income Inequality Trends in Sub-Saharan Africa: Trends, Divergence, Determinants”, UNDP Regional Bureau for Africa, New York.
Hailemariam, Assefa, Solomon Alayu, and Charles Teller (2010), “The National Population Policy (NPP) of Ethiopia: Achievements, Challenges and Lessons Learned, 1993–2010.” The Demographic Transition and Development in Africa. Springer Netherlands, 2011. 303-321.
Westoff, Charles F. “The recent fertility transition in Rwanda.” Population and Development Review 38.s1 (2013): 169-178.



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