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venerdì 6 settembre 2019

LE SECESSIONI PASSIVE: COSÌ IL REGIONALISMO PUÒ DISGREGARE L’ITALIA - COME VEDE IL REGIONALISMO IL NUOVO MINISTRO DEL SUD: UN ARTICOLO DI LIMES 2/19


L’‘autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna mina l’unità nazionale. Il principio è che alcuni italiani lo sono più degli altri. Serve il ricentramento delle funzioni strategiche, un’Agenzia nazionale per lo sviluppo e un Iri della conoscenza.

di Giuseppe Provenzano attuale ministro per il Sud Pubblicato in  Limes UNA STRATEGIA PER L'ITALIA - n°2 – 2019

1. Era  trascorsa meno di una settimana dalla chiusura della 69a edizione del Festival della canzone italiana e Sanremo, si sa, ha unificato il paese forse più di Mazzini, Cavour e Garibaldi. Ventate di orgoglio nazionale, diffuse via social network dagli esponenti del governo, accompagnavano la crisi diplomatica con la Francia. Eppure, in quegli stessi giorni, in gran segreto, nel pressoché generale silenzio dell’opinione pubblica e dei mass media, il Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana stava per sancire la fine dell’unità nazionale.

Formalmente, si discuteva di concedere l’«autonomia differenziata» a Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. In sostanza, la Lega, al tempo in cui si fa nazionalista e raccoglie largo consenso al grido «Prima gli italiani!», sta per realizzare il suo sogno antico: una forma di secessione, la «secessione dei ricchi» 1.

La partita è ancora aperta. Ma le bozze di accordo fra Stato e Regioni che circolano alimentano l’allarme. Siamo uomini di questo mondo guasto, sappiamo bene che nascere a Treviso non è la stessa cosa che nascere a Canicattì. Ma gli italiani potrebbero vedersi certificare che i loro diritti dipendono dal luogo in cui gli capita di nascere, che lo Stato si rassegna a questa «cittadinanza diseguale», che la Repubblica lo sancisce per legge, malgrado il suo compito, come recita l’articolo cardine della costituzione, sia di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

La costituzione va sempre richiamata con cautela, e tanto più in questo caso: a consentire la possibilità di un regionalismo a geometria variabile è proprio il suo titolo V, come rinnovato alla vigilia delle elezioni politiche del 2001 dall’allora centro-sinistra, nell’ansia di contendere voti alla Lega già federalista. Quella riforma costituzionale che, per tacer d’altro, aboliva il Mezzogiorno e ogni riferimento all’interesse nazionale, assegnava alle Regioni competenze irragionevoli su energia e grandi reti, all’articolo 116, terzo comma, prevedeva la facoltà di attribuire alle Regioni «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia», attraverso una legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti delle Camere, «sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata» 2.

Malgrado diversi tentativi, il meccanismo in questione non era mai stato attivato prima d’ora. Lombardia e Veneto avevano celebrato, il 22 ottobre 2017, un referendum consultivo sull’autonomia che pareva una farsa di fronte al dramma secessionista della Catalogna che si consumava in quelle stesse settimane. All’esito del referendum, che con un diverso grado di partecipazione, molto alto in Veneto 3 e alquanto basso in Lombardia, registrava una maggioranza favorevole, le due Regioni hanno attivato la procedura per chiedere l’autonomia differenziata in tutte le materie previste dal 116.

Parzialmente diverso è il caso dell’Emilia-Romagna, che si è attivata senza svolgere alcuna consultazione referendaria e ha avanzato una richiesta motivata solo per alcune materie specifiche 4 e senza riferimenti impropri alle risorse. Su questo punto cruciale, mentre la Lombardia si è limitata a un generico riferimento «a ottenere l’assegnazione di idonee risorse per il finanziamento integrale delle funzioni che saranno attribuite alla Regione», il Veneto ha gettato la maschera che nasconde la secessione nell’autonomia. Nel progetto di legge trasmesso al parlamento ha esplicitato infatti la richiesta, peraltro dichiarata dal suo presidente, di utilizzare il 90% del gettito ricavato dalle imposte erariali (Irpef, Ires e Iva) nel proprio territorio, per lo svolgimento delle funzioni aggiuntive. Insomma, il Veneto chiede di trattenere le tasse riscosse all’interno del suo perimetro, come fosse quello di un nuovo Stato, di una nuova cittadinanza.

In effetti, proprio a questo potrebbe condurre la riedizione del Lombardo-Veneto. Definire indirizzi e programmi scolastici, assumere in proprio il personale docente (sulla base della residenza?), darebbe il colpo decisivo alla mitologia della scuola di De Amicis e del libro Cuore che faceva gli italiani. Affermare un proprio modello di sanità segnerebbe il definitivo smantellamento di quel Servizio sanitario nazionale che è stato il vanto dell’Italia ma che di nazionale ormai ha davvero poco. O ancora, offrire servizi per l’impiego differenziati ai propri cittadini (laddove un impiego da offrire almeno c’è), subentrare allo Stato come concessionario delle reti ferroviarie e autostradali (dopo mesi di chiacchiere sulle nazionalizzazioni). Esercitare tutte le competenze su energia e tutela dell’ambiente, regionalizzare proprietà e gestione dei beni culturali (che, ovviamente, richiederebbe molte risorse…). Tutte richieste largamente immotivate, ingiustificate se non con la massima che tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.
2. Un pendolo impazzito sembra regolare, nel nostro paese, i rapporti tra centro e periferia, che oscilla negli ultimi decenni, alternando stagioni di forte autonomia (le riforme Bassanini sul decentramento degli anni Novanta, la riforma costituzionale del 2001, la legge Calderoli sul federalismo fiscale) a stagioni di ricentralizzazione (essenzialmente i governi degli anni della crisi, da Berlusconi a Monti, da Letta a Renzi, fino ad alcuni provvedimenti di Gentiloni, come l’inattuata clausola per il riequilibrio degli investimenti pubblici tra Nord e Sud).

Quel pendolo ha colpito, a distanza di pochi mesi, la stessa maggioranza politica: appena nel dicembre 2016, aveva proposto agli italiani una riforma costituzionale che, tra i pochi meriti, aveva quello di ricentralizzare alcune competenze strategiche, essenziali alla riaffermazione dell’interesse nazionale e alla definizione delle politiche di sviluppo, correggendo gli eccessi della riforma del titolo V e ripristinando la «clausola di supremazia» dello Stato; ora cedeva alle spinte più autonomistiche e potenzialmente disgregatrici dell’unità nazionale, perseverando nell’errore, già compiuto nel 2001, di pensare di contenere gli avversari inseguendoli sul loro terreno, al punto non solo di perdere, ma di perdersi. Così, il 28 febbraio 2018, siglava con le tre Regioni un accordo preliminare che già conteneva diversi elementi preoccupanti: la durata decennale di un’intesa da rivedere solo con il consenso di entrambe le parti e che per il parlamento sarebbe stata inemendabile (secondo l’interpretazione proposta, smentita da diversi costituzionalisti 5), come si trattasse di un patto tra Stati indipendenti e sovrani; la discussione sull’attribuzione delle risorse – che, con ogni evidenza, possono avere ricadute su tutti i cittadini italiani – demandata a una commissione paritetica tra lo Stato e la Regione interessata; soprattutto, nell’ottica del pur opportuno superamento del criterio della spesa storica, il riferimento per la definizione di «fabbisogni standard» al parametro del «gettito dei tributi maturati nel territorio regionale».

Ogni volta che si mette mano alle istituzioni, in Italiavolano parole grosse. Ora si parla di «secessione», poco fa s’era parlato di «deriva autoritaria». Il rischio più grande, mai abbastanza denunciato, è la «deriva confusionaria». Quale modello di rapporti tra Stato ed enti territoriali ci restituirebbe l’autonomia differenziata? Vediamo: cinque Regioni a statuto speciale, tre ad «autonomia differenziata», quasi tutte le altre che hanno fatto passi formali o informali per chiedere autonomia rafforzata nelle più disparate materie. È un café para todos, direbbero gli spagnoli, nei mille modi diversi in cui in Italia si ordina il caffè. Due Regioni soltanto sono rimaste paghe della loro ordinarietà, come quei signori distinti tra la folla al bancone che ordinano un sommesso «caffè normale»: un piccolo elogio di Abruzzo e Molise prima o poi bisognerà pur scriverlo. Ora, al di là degli aspetti finanziari, cosa resta dello Stato? 6. Peggio che lo Stato minimo, lo Stato «residuale». I ministeri a geografia variabile.

3. La fine dell’unità nazionale, si diceva. E la notizia può apparire alquanto esagerata. A pensarci bene, però, è anche un po’ datata. A 158 anni dall’Unità, l’unificazione economica è sempre lontana dal suo compimento 7. Oltre ai fattori economici, registriamo il consolidamento di un divario nel godimento dei diritti di cittadinanza 8. Nonostante una pressione fiscale superiore al Sud (per effetto delle addizionali locali), la garanzia di livelli essenziali di prestazioni concernenti diritti civili e sociali fondamentali: una «cittadinanza limitata (…) in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia».
I Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), che secondo costituzione lo Stato dovrebbe uniformemente garantire su tutto il territorio nazionale, non sono fissati, e dunque non possiamo con precisione dichiarare di quanto la Repubblica sia venuta meno ai suoi doveri. Laddove invece sono fissati i Livelli essenziali di assistenza (Lea), come nel comparto sanitario, con certezza possiamo affermare che nessuna delle Regioni meridionali, sottoposte a piano di rientro sanitario (Molise, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania) raggiunge gli obiettivi fissati dai Lea. In questo caso, una «cittadinanza negata».
Del resto, lo specchio del generale malessere del Mezzogiorno, ben oltre la mancanza di lavoro, è dato dalla ripresa dei flussi migratori interni ed esterni che negli ultimi quindici anni l’hanno svuotato di oltre mezzo milione di giovani. Si emigra già per godere pressoché di ogni diritto: nel solo 2016 oltre 114 mila meridionali si sono ricoverati nel Centro-Nord, la stragrande maggioranza proprio in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna (e Toscana); l’emigrazione universitaria riguarda 175 mila studenti meridionali che nel 2016-17 si sono iscritti al Centro-Nord. Scelta dettata dalle prospettive lavorative, ma che riflette anche il deterioramento del sistema universitario meridionale, sistematicamente penalizzato negli ultimi anni dietro parametri di presunta neutralità nell’attribuzione delle risorse, spesso incapace di garantire il diritto allo studio, persino l’erogazione delle borse di studio per coloro che risultano idonei. Non è difficile immaginare, alla fine del processo di autonomia differenziata, trasferimenti di residenza ancora più massicci verso quelle regioni: a quel punto, dovranno chiedere anche il controllo delle frontiere.
Potremmo continuare a tratteggiare i contorni di questa disuguaglianza nei diritti, se non conoscessimo l’obiezione: «Il Sud è inondato di soldi pubblici, vengono sprecati o ingrassano clientele, i dipendenti pubblici sono fannulloni, manca la voglia di lavorare». «Non lamentatevi, lavorate di più», dice dunque il ministro dell’Istruzione ai professori meridionali. «Accettate la sfida dell’autonomia, cialtroni», rilancia il governatore della Lombardia. Sprechi, inefficienze e malaffare certo non mancano al Sud, ma nemmeno al Nord: le stime sulla corruzione parlano di un’omogeneità territoriale. Gli affari delle mafie hanno unificato l’Italia più delle istituzioni.
Gli sprechi più gravi sono al Sud, per l’esiguità delle risorse a disposizione. Perché a dispetto dei luoghi comuni, la spesa pubblica è sensibilmente più bassa nel Mezzogiorno, e questo incide inevitabilmente sulla qualità dei servizi. Negli anni, per gli effetti asimmetrici dell’austerità, tale spesa si è molto ridotta al Sud e il trend decrescente non si è interrotto con la ripresa, mentre il Centro-Nord invertiva la tendenza. Anche al netto della spesa previdenziale, in molti settori cruciali dell’azione pubblica, dal lavoro alla formazione, dalla cultura alla ricerca&sviluppo, in cui le Regioni più avvantaggiate chiedono maggiore autonomia, il divario della spesa pro capite nel Mezzogiorno è di oltre 30 punti percentuali (dati Conti pubblici territoriali 2018).
Quanto al personale, anni di retorica scandalistica sull’impiego fisso al Sud e sui forestali siciliani e calabresi – resa solo appena più sopportabile dal genio di Checco Zalone, Quo vado? – hanno finito per celare il divario in termini di dotazione di personale della pubblica amministrazione meridionale. L’Istat registra che il rapporto tra dipendenti pubblici e popolazione residente è molto diminuito (la flessione si è concentrata sul Mezzogiorno, che rispetto al 2001 ne ha 214 mila in meno) ed è addirittura inferiore al Sud (4,7%) rispetto al Nord-Est (4,9%), per non parlare del Centro.
La distanza tra la realtà effettuale di questi numeri e quella percepita sulla base di un pregiudizio storicamente sedimentato non basta certo a rimettere in discussione il senso comune, ma almeno svela l’insostenibilità, per l’unità nazionale e per lo stesso bilancio dello Stato, della pretesa di «regionalizzazione delle imposte» del Lombardo-Veneto. Il paradosso è che una vera e seria attuazione del «federalismo fiscale», persino quello previsto dalla legge 42/2009, la cosiddetta legge Calderoli, che prevede il superamento della spesa storica, con la definizione non solo dei costi standard ma anche dei fabbisogni standard sulla base dei Lep per tutto il territorio nazionale, comporterebbe un deciso guadagno per il Mezzogiorno. Seppure ora alla fine del processo di autonomia differenziata non un solo euro di trasferimento dovesse venire meno alle altre Regioni e seppure gli attuali livelli di servizio dovessero essere preservati, avremmo comunque la cristallizzazione di una cittadinanza «diseguale». Se non la fine dell’unità nazionale, la fine dell’ambizione a perseguirla.

4. «Pensavi solo ai soldi soldi/ Come se avessi avuto soldi», canta la canzone che ha vinto il Sanremo 2019. Anche questa vicenda dell’autonomia differenziata, checché ne dicano gli imbonitori, ruota tutta intorno ai soldi, a «mettere le mani sui propri soldi». Ma di chi sono questi soldi? Per capirlo, il concetto chiave è il «residuo fiscale». Coniato nel 1950 dal premio Nobel James M. Buchanan, questa definizione indicava la differenza tra il contributo che il singolo cittadino fornisce sotto forma di prelievo fiscale alle finanze pubbliche e quanto riceve sotto forma di spesa e servizi, per un’argomentazione tutta tesa alla redistribuzione e all’equità fiscale 9.
Col tempo, questo concetto ha subìto una forte torsione territoriale, è stato piegato a una dimensione regionale che ha finito per snaturarlo e rivoltarne il senso. Nella discussione pubblica, infatti, il «residuo fiscale» è diventato misura dei trasferimenti interregionali, della maggiore o minore «capacità fiscale» dei territori, alimentando egoismi e rivendicazionismi. Si tratta di un calcolo virtuale, perché virtuali sono i trasferimenti tra territori: l’azione redistributiva è compiuta dallo Stato verso i cittadini 10.
Al di là della difficoltà di stima del «residuo fiscale», il suo slittamento dalla dimensione del cittadino a quella del territorio lo rende un concetto alquanto discutibile, il più antinazionale e potenzialmente disgregante. Passata la sbornia regionalista, potrebbe condurre a scoprire che esiste un residuo anche tra la provincia di Milano e quella di Mantova, e che all’interno della provincia esiste un «residuo» tra il capoluogo e il paesino, tra l’area C di Milano e l’hinterland, tra il condominio di un quartiere residenziale e il palazzone di periferia. Insomma, conduce a scoprire la disuguaglianza sociale tra individui, che l’ideologia del territorio prova a malcelare.
Se esiste un «residuo fiscale» positivo in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna e negativo in quasi tutte le altre regioni a statuto ordinario (per quelle a statuto speciale il discorso sarebbe diverso), è semplicemente per il fatto che nelle prime si concentra una maggiore quota di cittadini con redditi elevati, mentre nelle altre, specialmente nel Mezzogiorno, i redditi medi sono più bassi. Peraltro, l’ammontare del residuo fiscale, che si aggirerebbe complessivamente intorno ai 50 miliardi per il Nord, non solo è in costante riduzione dai primi anni Duemila ma è pressoché interamente destinato alla redistribuzione interna 11.
La contabilità di quanto ci guadagnano le tre Regioni e di quanto ci perdono (quasi tutte) le altre, compresa Roma capitale 12, risulta comunque falsata e parziale. Ai fini di una contabilità più equa, si dovrebbe considerare la prima voce di spesa pubblica, quasi sempre omessa dal calcolo, e cioè la spesa per interessi sul debito pubblico, che è sostenuta da tutto il paese mentre la sua titolarità si concentra per l’80% (secondo stime prudenziali) tra le famiglie e tra le banche del Nord 13.
In questa contabilità, poi, ma anche nella discussione, sono totalmente rimossi i consistenti flussi redistributivi interregionali «alla rovescia», da Sud a Nord, che si realizzano in molti modi, a cominciare da alcune politiche pubbliche 14. Mancano i flussi di capitali privati. Il credito nel Mezzogiorno registra costantemente un differenziale negativo tra impieghi e depositi. Ciò significa che il risparmio meridionale è impiegato dal sistema delle grandi banche (ormai tutte del Nord) per finanziare investimenti meno rischiosi e più redditizi nel Centro-Nord 15. E mancano i flussi di capitale umano: la migrazione dei laureati verso il Nord, che negli ultimi quindici anni ha svuotato il Mezzogiorno di circa 200 mila giovani qualificati, determina una perdita secca in termini di spesa pubblica investita in istruzione e non recuperata stimata in circa 30 miliardi (che equivale a più di un intero ciclo di programma di fondi europei) 16.
Secondo le stime Svimez, infine, dei 50 miliardi circa di residuo fiscale, 20 tornano direttamente al Centro-Nord sotto forma di attivazione di domanda di beni e servizi. Complessivamente, nel 2017 la domanda interna meridionale per beni di consumo e d’investimento ha dato luogo a una produzione realizzata nel Centro-Nord di 186 miliardi di euro, circa il 14% del pil. Tuttavia, la complessa rete di rapporti commerciali, produttivi, e finanziari non può ridursi a questa contabilità un po’ misera, di reciproca recriminazione. È la conseguenza del secolare processo di unificazione nazionale, delle correlazioni e dei condizionamenti tra le due aree, per cui i risultati economici e il progresso sociale di ciascuna dipendono dal destino dell’altra. Si parla di dipendenza del Sud mentre si dovrebbe più propriamente parlare di interdipendenza, dei reciproci vantaggi che si stabiliscono tra due aree strutturalmente differenti per molte ragioni ma strettamente integrate, che non sono sistemi a parte e storicamente tendono a crescere (e arretrare) insieme.
5. Tutto questo sfugge al «gioco delle secessioni», che è stato un formidabile diversivo in questi anni per un paese spesso privo di coscienza di sé. La teoria che il Sud dreni risorse dal Nord, frenando lo slancio della «locomotiva d’Italia», ha rappresentato un comodo alibi, con il quale la parte più ricca tendeva sostanzialmente ad autoassolversi dalle proprie responsabilità, nell’illusione che, liberandosi della «zavorra» meridionale, sarebbe tornata a crescere. Invece, se il Sud è come la Grecia, il Nord non è più da tempo come la Baviera.
Nella classifica europea delle regioni in base al reddito pro capite, quelle del Centro-Nord indietreggiano relativamente di più di quelle del Sud: tra il 2007 e il 2016 Lombardia ed Emilia Romagna perdono 11 posizioni, il Veneto 16, il Piemonte addirittura 36; mentre la Campania appena 9, comunque scivolando con il resto del Sud a fondo classifica. La Liguria crolla col suo ponte, il Lazio retrocede e, senza Roma Capitale, di cui pure è evidente la deriva, avrebbe un pil pro capite in linea con il resto del Sud, l’Umbria è entrata ormai a tutti gli effetti, secondo il lessico comunitario, tra le «regioni meno sviluppate». Tutta l’Italia si va facendo Mezzogiorno, nella prospettiva europea.
È stato questo declino del Nord 17 a riesumare, fuori tempo massimo, la questione settentrionale, trascinandosi tutto l’armamentario propagandistico che credevamo archiviato, a partire dal «sacco del Nord»? 18. Non ci resta che registrare il grande paradosso. Mentre la linea della Lega dilaga verso il Sud, ed è già molto oltre l’Abruzzo (dov’è primo partito), «la linea della palma» risale verso nord, avverando la previsione di Leonardo Sciascia, ed è già molto oltre Roma; mentre si ciancia di «interesse nazionale» i semi della discordia civile maturano all’improvviso nel più amaro dei frutti.
La narrazione ostile al Mezzogiorno, che ribalta tutte le ragioni fino al parossismo («è ora di smetterla con queste aree deboli che sfruttano quelle forti»!), ha contribuito a diffondere nei meridionali sentimenti di speculare ostilità. È un risentimento maturato dall’evidenza del Sud abbandonato al suo destino, per cui diventa insopportabile anche la predica moralistica di chi vorrebbe «affamare la bestia» per «responsabilizzarla». È condito di miti deteriori, come il neoborbonismo, e destinato nel migliore dei casi a un ripiegamento nel «rivendicazionismo», che rende inservibile un intero patrimonio culturale e politico maturato in un secolo e mezzo e rinnovato nel dopoguerra dai grandi partiti nazionali: il meridionalismo.
La quasi totalità del ceto professionale meridionale, vasti settori della sua intellettualità, specie giovanile, si nutre quotidianamente di un discorso antirisorgimentale, che mescola la storia di ieri con la politica d’oggi. Ora, di fronte a ciò che a tutti gli effetti potrà apparire come una «vendetta consumata sul Risorgimento, nella sua intenzione unitaria e democratica» 19, perpetrata da parte di chi ne ha avuto i maggiori vantaggi, e «senza nemmeno l’eroismo del brigantaggio», il rischio è che alla fine la secessione la invochi una parte del Sud. Un Sud che, dopo le file per il reddito di cittadinanza e i baciamano di Afragola, si ritroverà con il resto di niente, tra la collera e il disincanto.
La preoccupazione per la secessione «minacciata» al crollo della Prima Repubblica, che ha attraversato «strisciante» tutta la Seconda e «mascherata» ha inaugurato la Terza, ci ha fatto perdere di vista quella già avvenuta: la secessione «passiva», in cui si parlano lingue diverse, al Nord e al Sud, anche all’interno delle stesse parti politiche. Non a caso, le posizioni sull’autonomia differenziata oggi dividono tutti gli schieramenti. Così si smette di essere nazione 20, si consuma la rottura di una comunità politica. È la «territorializzazione della ragione», direbbe Franco Cassano, per cui è difficile tornare a ragionare.
Ragionare ad esempio sul fatto che, tra le cause del declino del Nord, vi è proprio il disinvestimento al Sud, l’affievolimento del motore interno dello sviluppo. È la lezione che avremmo dovuto apprendere dalla nostra storia migliore, quando nel dopoguerra l’intervento straordinario nel Mezzogiorno divenne funzionale allo sviluppo industriale dell’intero paese. O, ancor più, da un presente in cui le regioni del Nord, ex locomotive ora al rimorchio dell’Unione Europea a trazione germanica, al primo rallentamento del commercio internazionale e dunque delle esportazioni tedesche frena bruscamente, inchiodando il pil italiano a una stagnazione che già annuncia recessione.

6. La critica sull’«autonomia differenziata» si è concentrata sui diritti di cittadinanza e i servizi pubblici, ma cosa ne sarebbe delle strategie di sviluppo del paese? A quasi cinquant’anni dall’avvio del regionalismo, è su questo aspetto cruciale che il bilancio appare del tutto fallimentare. Agli storici il compito di individuare i nessi di causa-effetto, che sono molti e assai intricati. Ma è un’evidenza che questo paese sia cresciuto e abbia compiuto il suo salto di sviluppo in una stagione di forte centralizzazione 21, nell’èra della «prefettocrazia» vituperata da Salvemini, affermandosi nel mondo come una grande potenza industriale, mentre con il regionalismo e il decentramento si sia fermato e, privo di una strategia nazionale di sviluppo, sia arretrato 22.
L’illusione, coltivata soprattutto a sinistra, che l’ente regionale avrebbe consentito l’avvio di una «programmazione democratica», più attenta ai bisogni collettivi che non a contrattare al centro il mantenimento dei privilegi in periferia, almeno al Sud si è rivelata drammatica e si è capovolta nel suo contrario. La «regionalizzazione» dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, con l’ingresso delle Regioni nella Cassa del Mezzogiorno, ha contribuito alla sua degenerazione, moltiplicando gli spazi di intermediazione impropria, burocratica e clientelare.
Negli anni Novanta, il processo di decentramento che ha interessato tutte le democrazie europee ha assunto in Italia una dimensione fortemente regionale. Non mancano esperienze virtuose di decentramento, a livello europeo. Quasi ovunque si è affermato un nuovo centralismo regionale. Non è un caso che a pagare le conseguenze dell’austerità, del taglio agli investimenti, in questi anni, siano stati soprattutto gli enti locali.
Oggi dovremmo chiederci: tutto questo processo ha davvero avvicinato i pubblici poteri ai cittadini e al loro controllo democratico? È stato funzionale allo sviluppo? L’evidenza generale è di una proliferazione dei livelli di governo, una sovrapposizione di funzioni e competenze (su cui la Corte costituzionale non smette di fare chiarezza) che ha drasticamente ridotto l’efficienza e l’efficacia dell’intervento pubblico, in particolare per lo sviluppo, e in qualche caso ha condotto alla paralisi. Il progressivo slittamento della Regione, da ente di programmazione strategica a ente di gestione, ha determinato un aumento dei costi della macchina pubblica, al di là di sprechi e malversazioni (con gli scandali che hanno unito il paese, da Sud a Nord). Insomma, esattamente l’opposto di ciò di cui l’Italia aveva bisogno e che la richiesta di federalismo del Nord esprimeva.
L’«autonomia differenziata» segnerebbe il compimento di questo processo degenerativo. Cosa significherebbe attribuire alle Regioni la competenza sulle opere infrastrutturali, o sull’energia, o sulle politiche industriali? Sono tutte materie in cui avremmo bisogno di quella strategia europea che purtroppo manca. E invece rinunciamo ad averla a livello nazionale?
Oggi questa «secessione dei ricchi» sembra in realtà l’ennesimo capitolo di una guerra di cortile tra ultimi e penultimi. Non una prova di forza del Nord, ma di debolezza. È una parte dell’Italia che in Europa si concepisce residuale, e avverando la profezia di Marcello De Cecco si mostra «rassegnata a sacrificare i propri residui centri organizzativi della produzione, integrando la propria industria con quella tedesca, come fornitrice efficiente di parti e componenti», in uno schema che taglia fuori il Sud, nel migliore dei casi destinato a diventare «un enorme parco turistico per le vacanze dei cittadini della Mitteleuropa» 23.

7. Difficile prevedere dove porterà questa autonomia differenziataforse da nessuna parte. Ma comunque ci allontana da ciò di cui avremmo bisogno, la ricostruzione dello Stato.
Il 14 agosto 2018, a Genova, con il crollo del viadotto Morandi che ha spezzato la vita di 43 persone, è caduto l’onore dello Stato italiano. Si dice spesso che questo paese si riscopre nelle grandi tragedie. Sempre più spesso, invece, scopre lo spappolamento delle sue istituzioni. Dopo decenni di sovranità autolimitata dall’ennesimo vincolo esterno, dopo lo smantellamento delle leve di intervento pubblico nell’economia, l’abiura dell’economia mista e la sua liquidazione che buttò via il bambino con l’acqua sporca, la minorità culturale e politica con cui le nostre classi dirigenti hanno interpretato il processo di integrazione europea, bisogna averne consapevolezza: preservare il ruolo di seconda manifattura d’Europa è impossibile senza uno Stato forte, né minimo né residuale.
Il nostro Stato è debole, per ragioni storiche e attuali, e in primo luogo per la mancata tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica. Dunque, la fissazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali da garantire su tutto il territorio nazionale, è prioritaria rispetto a ogni discorso regionalista. La tutela dei Lep, peraltro, equivale a un interesse nazionale: è un presupposto per l’attivazione del «potere sostitutivo» dello Stato sugli altri enti (art. 120 della costituzione). Fin qui, questo non è mai stato realmente attivato, se non con la sanzione «facile» del definanziamento degli interventi, che finisce per far pagare due volte ai cittadini i costi delle inefficienze o delle malversazioni della periferia. Ben oltre il commissariamento, serve uno Stato che agisca, ove necessario, attraverso i suoi bracci operativi, con gli standard di efficienza e di efficacia che pretende siano garantiti da tutti gli organi di governo.
Bisognerà rimettere ordine in tutti questi organi di governo. Il processo di autonomie differenziate, oltre a non dir nulla su un ripensamento complessivo delle Regioni (e delle autonomie speciali, di cui si dovrebbe trarre uno specifico bilancio), aumenta la «deriva confusionaria» perché tace, ad esempio, sul destino delle città metropolitane e sull’incerta sorte delle province. L’abolizione fallita (e un po’ improvvida) di questo ente, oltre a creare un buco nero sul governo di materie fondamentali come la viabilità secondaria e le strutture scolastiche, per cui crollano i viadotti e cadono i cornicioni, ha favorito la proliferazione di una teoria di enti intermedi (Ato idrici e rifiuti, consorzi, autorità di bacino, unioni di Comuni) di cui non si viene a capo, e dunque di stazioni appaltanti, committenze pubbliche, senza nemmeno il personale capace di applicare il nuovo codice degli appalti o di stilare un bando. Abbiamo bisogno di ricentralizzare gli acquisti di beni e servizi da parte delle amministrazioni, per evitare sprechi e corruzione: non per preparare maxigare, che pregiudicherebbero un tessuto produttivo diffuso che vive ancora di committenza pubblica, ma per offrire standard di prezzo, di predisposizione di bandi pubblici, onde avviare un public procurementper orientare verso l’innovazione tecnologica, ambientale e sociale la produzione e i servizi.
Altro che assumere docenti e medici in proprio, come vorrebbe il Lombardo-Veneto. Avremmo bisogno di un investimento nazionale, per immettere risorse umane nella pubblica amministrazione, la più piccola, vecchia e povera di competenze della media Ocse, bistrattata dalle forze politiche di turno, anche per il depauperamento dei suoi corpi tecnici. Non è nostalgia di passato, ma di futuro. Chi si occupa della digitalizzazione, poche decine di persone di ufficio a Palazzo Chigi? Con chi lo costruisci uno Stato strategico, intelligente, innovatore (imprenditore, anche)?
Tutti parlano ormai di investimenti pubblici, e tutti continuano a tagliarli: il centro-sinistra nell’ultima legislatura li ha portati al livello più basso di sempre, i gialloverdi sono riusciti nel miracolo di far peggio, passando dalla follia europea dell’austerità espansiva a quella italica dell’indebitamento recessivo. Ma se persino dopo la stagione più fredda dell’austerità non riusciamo a realizzarli, è per la strutturale perdita di capacità realizzativa, progettuale e dirigenziale, a ogni livello di governo. C’è un problema diffuso di qualità della programmazione e di capacità di progettazione. L’aver «esternalizzato» la maggior parte di queste funzioni, soprattutto a livello regionale, attraverso un sistema di assistenze tecniche in cui si annidano non di rado commistioni improprie, non ha dato grandi risultati. Il governo, nell’ultima legge di bilancio, ha opportunamente recepito la proposta di una struttura nazionale di progettazione. Bisogna realizzarla. Abbiamo molti esempi di strutture, penso all’Agenzia per la coesione territoriale, mai davvero nate per mancanza di risorse (anche umane) adeguate.
Non abbiamo bisogno di politiche industriali e di innovazione diverse per Regione, ma al contrario la necessità di rafforzare il coordinamento strategico delle politiche di sviluppo. Non bastano le cabine di regia, a cui si ricorre ogni volta in cui non si sa bene che fare. Serve una grande agenzia nazionale per lo Sviluppo, che eviti le sovrapposizioni che non ci possiamo più permettere (Investitalia proposta dal governo, Invitalia che ha svolto in questi anni ampie funzioni e che diventa proprietaria della Banca del Mezzogiorno, Ice eccetera). E serve un «Iri della conoscenza» 24, sul modello della Fraunhofer-Gesellschaft tedesca, mettendo in rete le tante realtà pubbliche e private, che consentirebbe di centralizzare le spese per ricerca&sviluppo, presidiare vasti campi di ricerca applicata e trasferimento tecnologico, generare diritti di proprietà intellettuale (condivisi, diffusi e tutelati da un unico soggetto, con costi unitari più bassi).
Infine, un intero armamentario di strumenti di intervento pubblico sull’economia è stato ammassato in un grande magazzino chiamato Cassa depositi e prestiti. Ogni governo ha usato Cdp come una bacchetta magica senza libretto d’istruzioni, senza tracciare mai un percorso trasparente e coerente verso la trasformazione in una vera e propria banca pubblica degli investimenti. L’idea che circola è di una holding, sul modello francese. E servirebbe anche a capire come le grandi aziende partecipate, che peraltro ormai coincidono con le poche grandi imprese rimaste nel nostro paese, concorrano alle strategie di sviluppo nazionale, alla crescita della produttività e del lavoro qualificato. Anche perché l’Italia non può diventare un grande discount d’impresa, per di più gestito dagli altri.
Tutte le emergenze nazionali, dalle infrastrutture al riassetto del territorio, all’istruzione, alla formazione, alla ricerca del modello di specializzazione produttiva, devono essere affrontare con un ripensamento strategico dello Stato, facendo i conti con le diversità dei territori in una prospettiva unitaria e razionale. E solo in questo quadro potrà trovare la sua collocazione il Mezzogiorno utile allo sviluppo nazionale. Anche del Nord che, arrancando, con l’autonomia s’illude di aver trovato una scorciatoia. E può ritrovare un ruolo e uno status Roma Capitale, la cui deriva è il segno più eloquente della disintegrazione dello Stato.
Ricostruire lo Stato è la priorità, nel paese in cui si ciancia di «interesse nazionale» ma rischiano di venire meno le istituzioni che lo sappiano riaffermare in Europa e promuovere nel mondo. E non in chiave di chiusura razzistica e autolesionistica, come ci propone il sedicente sovranismo, ma di apertura, in primo luogo al Mediterraneo, per ridare una collocazione geopolitica ed economica all’Italia, all’altezza di quella che avrebbe per storia e geografia.

Note:

1. G. Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, ebook gratuito, Roma-Bari 2019, Laterza. Per la Svimez, Adriano Giannola e Gaetano Stornaiuolo hanno prodotto uno studio sui gravi rischi e le incongruenze dell’«autonomia differenziata» a partire da un’analisi critica dei «residui fiscali»: A. Giannola, G. Stornaiuolo, «Un’analisi delle proposte avanzate sul “federalismo differenziato”», Rivista Economica del Mezzogiorno, n. 1-2, 2018.
2. L’autonomia differenziata può essere concessa in venti materie di potestà legislativa concorrente (art. 117, terzo comma: tra cui sanità, energia, infrastrutture, rapporti internazionali, credito, politiche industriali eccetera), e in tre materie di potestà legislativa statale (art. 117, secondo comma) tra cui l’organizzazione della giustizia di pace (lett. l), la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali (lett. s) e le norme generali sull’istruzione (lett. n).
3. La Regione Veneto aveva presentato cinque quesiti referendari: il primo intendeva chiedere ai cittadini se volevano che il Veneto diventasse Regione a statuto speciale, gli altri tre quesiti avevano l’obiettivo di fare permanere all’interno della Regione una quota rilevante (80%) delle entrate fiscali riscosse nel territorio, solo l’ultimo faceva riferimento vago alla formula dell’articolo 116 terzo comma. La Corte costituzionale ha convalidando soltanto l’ultimo, bocciando i primi quattro.
4. Tutela e sicurezza del lavoro, istruzione tecnica e professionale; internazionalizzazione delle imprese, ricerca scientifica e tecnologica, sostegno all’innovazione; territorio e rigenerazione urbana, ambiente e infrastrutture; tutela della salute; competenze complementari e accessorie riferite alla gestione delle istituzioni e al coordinamento della finanza pubblica.
5. Riconduce alle modalità di approvazione delle intese con le confessioni religiose non cattoliche il Servizio studi del Senato della Repubblica, Il regionalismo differenziato e gli accordi preliminari con le Regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, Dossier n. 16, maggio 2018. La tesi sull’emendabilità della legge è invece sostenuta, tra gli altri, da M. Villone, «Autonomia, perché non si può blindare la legge», il manifesto, 12/2/2019.
6. Si interroga su questo criticamente E. Galli della Loggia, «Qualche dubbio sulla riforma. Gli errori del regionalismo», Corriere della Sera, 14/2/2019; vedi anche M. Ainis, «La fiera degli egoismi», la Repubblica, 15/2/2019.
7. Per usare una formula cara a P. Saraceno, L’unificazione economica italiana è ancora lontana, Bologna 1988, il Mulino.
8. Le informazioni e le citazioni contenute in questo paragrafo sono tratte dal Rapporto Svimez sull’economia e la società del Mezzogiorno, il Mulino 2018, a cui si rimanda per riferimenti e approfondimenti specifici.
9. Il saggio aveva un titolo eloquente: J.M. Buchanan, «Federalism and Fiscal Equity», American Economic Review, settembre 1950. Lo ricordano A. Giannola, G. Stornaiuolo, op. cit. Su questo vedi anche A. Lepore, «Il federalismo di Lilliput», la Repubblica, ed. Napoli, 9/2/2019.
10. Per un’esaustiva analisi critica delle questioni relative al «residuo fiscale» e alla ripartizione regionale della spesa pubblica, si veda G. Pisauro, Audizione del presidente dell’Ufficio parlamentare di Bilancio in merito alla distribuzione territoriale delle risorse pubbliche, V Commissione della Camera dei deputati, 22/11/2017. Anche il concetto altrettanto ambiguo di maggiore o minore «capacità fiscale» dei territori, introdotto all’articolo 119 della costituzione dall’infausta riforma del 2001, è mitigato dal riferimento «per abitante» ed è inserito nella norma che prevede la costituzione di un fondo perequativo. Di certo, come ha recentemente chiarito la Corte costituzionale con la sentenza n. 69/2016, non può essere la base per fissare precetti di giustizia fiscale e per riorganizzare le politiche pubbliche.
11. A. Giannola, C. Petraglia, D. Scalera, «Residui fiscali, bilancio pubblico e politiche regionali», Economia Pubblica – The Italian Journal of Public Economics, 2017. Vedi anche A. Giannola, C. Petraglia, D. Scalera, «Net fiscal flows and interregional redistribution in Italy: a long run perspective (1951-2010)», in Structural Change and Economic Dynamics, 39, dicembre 2016.
12. Una ricognizione delle stime e delle analisi sulle conseguenze negative per Roma Capitale dell’autonomia differenziata, A. Bassi, «Autonomia, lo Spacca-Italia che svuota Roma», il Messaggero, 2/2/2019.
13. Per A. Giannola, G. Stornaiuolo, op. cit., la spesa per interessi destinata alle famiglie residenti vale al Centro-Nord circa 15 miliardi di euro.
14. Come il saccheggio delle risorse per investimenti destinate al Sud, utilizzati in questi anni come un bancomat per le evenienze più disparate (è il caso, si ricorderà, dei famigerati fondi Fas con cui si pagavano le multe sulle quote latte degli allevatori del Nord, o persino la Scuola Europea di Varese).
15. Senza contare che le banche del Nord in crisi, in questi anni, sono state salvate con i proventi della Società per la gestione degli attivi (Sga), la bad bank del Banco di Napoli, la cui liquidazione meriterebbe storia a sé: una ricostruzione delle vicende della Sga si legga nel Rapporto Svimez 2017 sull’economia del Mezzogiorno, Bologna 2017, il Mulino.
16. Secondo la Svimez, a questo si sommano i vantaggi indiretti, in termini prospettici di aumento della produttività dell’area, e nell’immediato per consumi pubblici e privati annui attivati dall’emigrazione studentesca nelle regioni del Centro-Nord, il cui valore è stimato in circa 3 miliardi di euro l’anno (causando una perdita di pari importo per le regioni meridionali).
17. Sulle vere cause del declino del Nord, è fondamentale la lettura di G. Berta, La via del Nord. Dal miracolo economico alla stagnazione, Bologna 2015, il Mulino.
18. Il riferimento è al saggio, che vorrebbe rendere «giustizia territoriale» ai territori «ricchi» del Nord e «sfruttati» dal Sud, di L. Ricolfi, Il sacco del Nord. Saggio sulla giustizia territoriale, Milano 2010, Guerini e Associati.
19. La definizione è di Adriano Sofri, «Piccola posta», Il Foglio, 9/2/2019.
20. Di «post-nazione» ha parlato I. Sales, «Se il Sud rischia di diventare una post-nazione», Il Mattino, 13/2/2019.
21. Lo ricorda Guido Pescosolido, di cui si suggerisce da ultimo G. Pescosolido, La questione meridionale in breve. Centocinquant’anni di storia, Roma 2017, Donzelli.
22. Per inciso, proprio nel momento di maggiore investimento al Sud, che aveva innescato una dinamica di convergenza con benefici effetti per tutto il paese, i flussi redistributivi interni erano molto bassi: il «residuo fiscale» è esploso proprio dopo l’istituzione delle Regioni. Vedi A. Giannola, C. Petraglia, D. Scalera, Net fiscal flows and interregional redistribution in Italy: a long run perspective (1951-2010), cit.
23. M. De Cecco, L’oro di Europa. Monete, economia e politica nei nuovi scenari mondiali, Roma 1998, Donzelli, p. 23.
24. A. Aresu, G. Provenzano, «La politica industriale è tornata, ora serve un nuovo “IRI della conoscenza”», Rivista Giuridica del Mezzogiorno, 3, 2017, pp. 659 ss.




venerdì 28 giugno 2019

LE EUROPE VISTE DALLA GERMANIA - Le suddivisioni del Vecchio Continente secondo Berlino rivelano alcuni tratti della mentalità strategica tedesca.

da Limes On Line - rivista di geopolitica

Le suddivisioni del Vecchio Continente secondo Berlino rivelano alcuni tratti della mentalità strategica tedesca.
carta di 


La carta riprende una proposta del Comitato permanente per i nomi geografici (STAGN) della Repubblica Federale. Subito colpisce la coincidenza con alcuni confini spostati dal Trattato di Versailles (28 giugno 1919) dopo la prima guerra mondiale.

Nella suddivisione secondo criteri cultural-spaziali, l’Europa centrale (Mitteleuropa) comprende Alsazia, Lorena, Trentino, Alto Adige, parte del Veneto, Friuli, Trieste, Vojvodina, Transilvania e Ucraina occidentale. Tutti territori appartenuti all’impero guglielmino o a quello austro-ungarico fino alla sconfitta nella Grande guerra.

Nella Mitteleuropa rientra buona parte dei paesi oltre l’ex cortina di ferro, ciò che comunemente in Europa occidentale e mediterranea è chiamato Est. Se per Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia l’assegnazione al centro del continente è fatto piuttosto assodato, lo è meno per le tre repubbliche baltiche. Estonia, Lettonia e Lituania figurano comunque nell’Europa centrale poiché per secoli popoli germanici le hanno abitate, fino alla rimozione forzosa dopo la seconda guerra mondiale. Slovenia e Croazia, che di solito sono pensate come balcaniche, sono ricondotte alla porzione centrale del continente. Lo conferma la loro integrazione nell’Ue, più veloce rispetto ad altre nazioni gemmate dalla ex Jugoslavia che ancora attendono l’adesione.

La carta conferma due aspetti cruciali della mentalità spaziale tedesca. Primo, la consapevolezza di non appartenere all’Occidente, ma di rivendicare una posizione centrale nel continente (Mittelage), non soltanto geografica. Secondo, l’esistenza di una sfera d’influenza geoeconomica, costruita mediante il vettore dell’Ue, che ricalca confini storici e culturali degli spazi dominati dai popoli germanici. E che pertanto può essere elevata in sfera d’influenza tout court.

Testo di Federico Petroni.
Inedito a colori di Laura Canali in esclusiva su Limesonline.

sabato 22 giugno 2019

Il Porto Franco Internazionale di Trieste cerniera tra il Gruppo di Visegrad e le Nuove Vie della Seta - Trieste punto di equilibrio tra i paesi del Trimarium ad influenza americana e il grande progetto di Pechino ?


Sul Piccolo odierno viene pubblicato un articolo del bravo Mauro Manzin che illustra l’ annuncio ufficiale che il Porto di Trieste diventerà lo sbocco al mare dell’ Ungheria.
L’ annuncio è stato dato dal ministro degli esteri ungherese nel corso di una riunione dei paesi del "Gruppo di Visegrad": un raggruppamento che guarda esplicitamente agli USA.
E’ significativo che uno dei motivi della scelta è che Trieste verrà coinvolta nelle Nuove Vie della Seta di Pechino.
Un fatto all’ apparenza paradossale ma che indica come il Porto Franco Internazionale di Trieste  possa svolgere un importante ruolo di fulcro e di equilibrio nella competizione internazionale in corso tra USA e Cina.
Scrive il giornale nel riquadro “Via della Seta un valore aggiunto per lo scalo -
Il Porto di Trieste diventa il fulcro di nuovi interessi dal punto di vista logistico internazionale dopo che Pechino ha confermato l’interesse dello scalo

Ecco l’ articolo del Piccolo:

l’annuncio / la firma a luglio
L’Ungheria investe cento milioni sulla logistica del porto di Trieste
Il ministro degli Esteri magiaro Szijjarto ne parla ai Paesi del Gruppo di Višegrad. L’arrivo dei cinesi
di  Mauro Manzin
BUDAPEST. Ne aveva parlato sotto traccia a Trieste durante il summit dei ministri degli Esteri dell’Iniziativa centroeuropea la scorsa settimana a Trieste. Qualche cosa di importante si stava predisponendo ma nulla di ufficiale era trapelato. Ieri, invece, il titolare della diplomazia magiara, Peter Szijjarto ha rotto gli indugi. Lo ha fatto a un incontro sulla logistica dei Paesi del Gruppo di Višegrad. «Trieste sarà il porto marittimo dell’ Ungheria», ha annunciato.
In base a un accordo che sarà firmato a luglio l'Ungheria costruirà, su un territorio di 32 ettari, a Trieste, un centro logistico con accesso al mare, un investimento di 60-100 milioni di euro. «Vogliamo condizioni tali che le imprese ungheresi siano capaci di giungere il centro in 24 ore su strada o ferrovia», ha detto Szijjarto.
"Trieste sarà collegata anche al piano cinese della Nuova Via della Seta", ha aggiunto ancora il ministro aggiungendo ulteriori significati al contratto con lo scalo del capoluogo del Friuli Venezia Giulia.
Si chiuderà così una vicenda iniziata qualche mese fa quando il primo ministro ungherese Viktor Orban, come è nel suo stile, alle difficoltà frapposte dalla Slovenia e dal Porto di Capodistria alla ventilata cooperazione con Budapest senza messe parole rispose a Lubiana: «Come volete, allora vorrà dire che andrò a investire a Trieste». E mai premier fu più di parola. Le ritrosie della Slovenia erano legate al fatto  che i magiari dovevano investire 300 milioni di euro nelle opere di raddoppio della linea ferroviaria Capodistria-Divaccia, ma chiedevano in cambio di poter operare in porto cosa che è risuonata come una vendita dello scalo agli ungheresi decretando quasi una sorta di sollevazione popolare. E, a conti fatti, per Budapest è stato un affarone. Invece di “spendere” 300 milioni di euro l’investimento stimato nel Porto di Trieste sarà di circa 100 milioni di euro, con una zona franca a disposizione e infrastrutture in costante crescita, leggi soprattutto la realizzazione della nuova piattaforma logistica.

La partnership con Budapest può diventare molto utile anche per il Porto di Trieste in quanto Budapest sta investendo moltissimo anche sull’asse infrastrutturale Nord-Sud che dalla Polonia arriva fino in Grecia. A tale proposito l’Ungheria per approntare l’autostrada e la linea ferroviaria che la attraverserà su questi asse investirà fino al 2024 quasi 15 miliardi di euro.
L’iniziativa sta ottenendo un’accelerazione anche nell’ambito dell’Iniziativa dei Tre Mari ( il Trimarium ndr) che proprio nel campo delle infrastrutture ha deciso di creare un fondo per gli investimenti. E Trieste ci sarà, grazie proprio a Budapest.




domenica 7 aprile 2019

IN LIBIA L' ITALIA HA COMMESSO UN SOLO ERRORE: IL SOLITO - Un articolo di Lucio Caracciolo su Limes On Line -


Quando trattiamo il dossier libico finiamo per tripartirlo nel classico schema energia/terrorismo/migrazioni. Il primo affidato all’Eni, gli altri due a intelligence, Difesa e ministero dell’Interno. A Palazzo Chigi e, dietro le quinte, al Quirinale, resta il disperato tentativo di stabilire una rotta italiana.

Splende la pace in Tripoli latina, recando i dromedarii un sacro odore”.

È passato poco più di un secolo da quando Gabriele d’Annunzio così sobriamente cantava la conquista italiana della quarta sponda, su cui Italo Balbo avrebbe poi inventato la Libia. Di latino, o meno aulicamente d’italiano, a Tripoli e in quella che gli atlanti continuano a designare Libia – di fatto uno spezzatino geopoliticoconteso tra milizie, etnie, tribù varie, e dalle potenze esterne che le sponsorizzano ai propri fini – è rimasto davvero poco.

Ora che le truppe del generale Haftar premono su quella che fu la capitale della Libia, dove in pochi metri quadri è asserragliato il nominale governo del pallido al-Serraj, riconosciuto dall’Onu, sostenuto con calante enfasi dall’Italia e boicottato da molti paesi che fingono di appoggiarlo, è d’obbligo una revisione di quanto (non) abbiamo fatto negli otto anni del dopo-Gheddafi. Non cedendo alla tentazione di cavarcela con l’abituale litania anti-francese.

Certo, Parigi non ha mai collaborato con Roma né in Libia né in Tunisia né nel resto di quello che per noi è il Nordafrica Vicino, per i francesi la frontiera strategica che sigilla il loro pré carré imperiale. Peraltro, la Francia continua a pagare il prezzo dell’avventurismo di Sarkozy, che sarebbe finito in catastrofe già nel 2011 se gli Stati Uniti non fossero venuti in suo soccorso. Né si può omettere che persino l’Italia – in contraddizione con i suoi interessi ma in perfetta continuità con l’inclinazione a cercare uno strapuntino al tavolo dei grandi – volle mettere il suo gettoncino militare nello scavo di un vertiginoso buco nero geopolitico a poche miglia marine dalla Sicilia.

In Libia abbiamo commesso un solo errore. Il solito: niente strategia. Quando trattiamo il dossier libico finiamo per tripartirlo nel classico schema energia/terrorismo/migrazioni. Il primo affidato all’Eni, che proprio ieri ha annunciato l’evacuazione del personale italiano in loco; il secondo e il terzo all’intelligence, alla Difesa ma soprattutto al ministero dell’Interno, ormai evoluto in superdicastero onnicomprensivo, lasciando agli Esteri, in fase atarattica, la routine diplomatica. A Palazzo Chigi e, dietro le quinte, al Quirinale, resta il disperato tentativo di stabilire una rotta italiana. Non solo dei singoli soggetti pubblici o privati coinvolti nella mischia libica, ciascuno concentrato su sé stesso.

Ossessionati dalla presunta emergenza migratoria, ne abbiamo fatto l’alfa e l’omega della questione. Con successo, se consideriamo che i libici sbarcati in questi ultimi due anni in Italia si contano sulle dita delle mani e i flussi via Canale di Sicilia sono pressoché nulli. A costo della scomparsa di migliaia di persone affogate nel Mediterraneo, centinaia di migliaia vessate nei lager locali – su questo siamo perfettamente in linea con la “comunità internazionale”.

Oggi constatiamo che l’assenza di strategia ha ridotto al minimo la nostra influenza nella partita libica e più latamente mediterranea, in cui ci giochiamo una quota decisiva di sicurezza e benessere. Dopo esserci cullati nell’illusione che gli Stati Uniti avessero davvero voluto regalarci la gestione di quel rompicapo geopolitico. Quasi fosse privilegio.

Per renderci conto dell’altezza dello scontro, basta considerare il rango delle potenze coinvolte. Mondiali, non solo regionali. Profittando del relativo disimpegno dell’America, della competizione intestina fra apparati militar-burocratici e poteri politici (ieri la Casa Bianca, a smentire i messaggi obliqui di alcune agenzie nazionali, ha informato Haftar di non avergli mai dato luce verde per la presa di Tripoli), russi e soprattutto cinesi si sono affacciati nel “Mare Nostro”. In particolare nel caos libico, dove paiono trovarsi a perfetto agio. I russi armando fino ai denti Haftar, non gratis.

I cinesi tornando in forze nell’ex Libia. Nel contesto della penetrazione da sud-est della sfera d’influenza americana in Eurafrica, imperniata sull’impegno non solo economico e commerciale nell’area di Suez e nel Mar Rosso. Dopo Gibuti, potremmo veder spuntare basi cinesi in pieno Mediterraneo. Il ribollire del colosso algerino, le incertezze sul futuro della monarchia marocchina allargano il gioco all’intera facciata mediterranea africana. Per esempio spingendo l’Egitto a credere di poter finalmente mettere mano, via Haftar, sulla Cirenaica, contando sull’introversione di Algeri.

Forse è tardi, o forse no, ma provare a fissare i nostri interessi nella regione,per recuperare un’intesa pur minimale ma attiva con Washington, Parigi e Berlino su come evitare che diventi campo altrui o caos permanente, parrebbe esercizio dovuto.