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domenica 13 gennaio 2019

OCCIDENTE ADDIO: LA RUSSIA HA SCELTO LA CINA - Conversazione con Sergej Karaganov, presidente del Consiglio di difesa e politica estera russo e preside della School of International Economics and Foreign Affairs presso la National Research University di Mosca - Da Limes on Line a cura di Orietta Moscatelli un articolo da meditare anche per il futuro di Trieste da sempre snodo stra Oriente ed Europa -


Conversazione con Sergej Karaganov, presidente del Consiglio di difesa e politica estera russo e preside della School of International Economics and Foreign Affairs presso la National Research University-Higher School of Economics di Mosca.
a cura di 


LIMESOggi in Russia si parla di svolta verso est come fatto compiuto. È davvero così?
KARAGANOV Tutto è cominciato dieci anni fa. In realtà se ne parlava anche prima, ma l’inizio della fase attuale, che vede concretizzata la svolta verso est della Russia, risale al 2008, quando una serie di studi dimostrò che reindirizzarci verso oriente sarebbe convenuto molto alla Russia. E che non bisognava perdere tempo, eravamo già in ritardo rispetto alla possibilità di imporci, riorganizzarsi su un’arena internazionale del tutto nuova e molto più proficua. Non è stato facile far assimilare questo concetto alla nostra burocrazia, alla nostra élite, in buona parte orientata verso l’Europa. Lo era stata per tre secoli. Inoltre, al di là dell’approccio storico, negli anni Novanta la classe dirigente era diventata molto più dipendente dal punto di vista economico e anche spirituale dall’Europa. Non solo erano stati esportati capitali in Europa, ma l’élite aveva puntato sull’Europa, sull’avvicinamento all’Europa: una scommessa che si era rivelata fallimentare, ma era difficile ammetterlo.

LIMES Quando inizia, concretamente, la svolta verso est?
KARAGANOV Nel 2011, quando Putin inizia a parlarne pubblicamente. Già nel 2012-13 c’è un movimento in questo senso, viene creato un ministero per lo Sviluppo del lontano Oriente (Minvostokrazvitija). Il ragionamento alla base di questo «movimento verso est» riguardava i nuovi mercati su cui posizionarsi e implicava lanciare un processo di sviluppo della Siberia e del lontano Oriente, regioni che più di tutte avevano sofferto negli anni Novanta. Questo mentre si stava capendo che l’Europa era in stagnazione e non poteva alimentare sviluppo. Una presa di coscienza associata peraltro al sospetto che sul versante occidentale sarebbero sorti problemi. Le complicazioni politiche arrivarono dopo, come elemento di second’ordine, anche di terzo, nel senso che il percorso verso oriente della Russia assunse carattere geopolitico solo nel 2013, quando fu chiaro che le relazioni con l’Occidente stavano seriamente peggiorando. Fatte queste premesse, possiamo dire che il movimento verso est ottiene nel 2014 un forte impulso, si rafforza nella dimensione sia geopolitica sia economica con l’arrivo delle sanzioni occidentali e delle relative controsanzioni russe. Tutti fattori che si traducono in una spinta verso altri mercati, esteri e interni. Quattro anni dopo la svolta è compiuta, ma allo stesso tempo il processo è ancora in corso.

LIMES Lei sostiene che la Russia è un paese geneticamente autoritario. Quanto ha pesato questo aspetto nella presa di distanza dall’Europa?
KARAGANOV Affermare che la Russia ha l’autoritarismo nei suoi geni non significa che la Russia abbia una vocazione di potenza autoritaria, che questo paese abbia una natura del tutto autoritaria. Anzi, ci sono forti elementi di democrazia nello sviluppo istituzionale russo, anche nella politica attuale. Possiamo dire che siamo più autoritari perché un territorio come quello della Federazione Russa prima è stato frutto di conquiste, poi è diventato necessario conservarlo, cosa che ha richiesto in passato una gestione centralizzata, necessaria ancora oggi, anche se in minor misura. La tendenza autoritaria del potere russo si è rafforzata dal 2012-13 e in buona misura questo è accaduto perché i nostri vicini di casa europei hanno deciso di darsi al messianismo, hanno cominciato a promuovere in Russia valori morali e religiosi che io definirei posteuropei o anche antieuropei. Solo che la Russia è un paese europeo e noi ci siamo ritrovati a difendere valori europei, mentre gli amici europei facevano pressioni per valori che noi non consideravamo affatto europei. Si è aggiunto quindi un fattore ideologico a contribuire all’allontanamento.
LIMES Il riposizionamento verso oriente è stato dunque una scelta obbligata?
KARAGANOV No, nessuna scelta obbligata. È stato concepito quando i rapporti con l’Occidente erano del tutto difendibili. Pietro il Grande aveva puntato praticamente tutto sullo sviluppo di un percorso europeo per il suo paese, mentre oggi non ci sono illusioni in questo senso. La Russia non è Asia, ma non è neppure Europa. È un paese con molti elementi di cultura europea, vicina a modelli economici di tipo europeo, ma in parte ha una mentalità asiatica e un atteggiamento asiatico verso il potere. Io gli orientali cerco di capirli, ma non li capisco, soprattutto la Cina: ci servirebbero eserciti di orientalisti. In generale si tratta di culture davvero differenti dalla nostra e dico «nostra» perché io sono di cultura europea. Anche se, di nuovo, nella cultura russa ci sono comunque elementi asiatici. Tuttavia, in Oriente vedo il futuro. È molto semplice. Lì tutto è in movimento, tutto cresce e quando torni a casa in Europa ti sembra di essere tornato nella tua vecchia casa abbandonata, in rovina. Ma una casa bellissima. L’Oriente oggi è più pragmatico, meno legato a dogmi e, per quanto possa sembrare strano, ha un atteggiamento molto più aperto e liberale nei confronti dei partner. In Asia sono molto meno inclini a utilizzare le sanzioni per scopi politici. A ovest invece si fa un crescente uso di sanzioni, non solo contro la Russia. L’Occidente ha perso la capacità di prevalere in modo militare e le sanzioni hanno preso il posto di questa opzione.

LIMES Cosa risponde a chi sostiene che se la Russia un giorno verrà attaccata da qualcuno quel qualcuno sarà la Cina?
KARAGANOV Stupidaggini, assolutamente. Negli ultimi cinque secoli noi siamo sempre stati attaccati da ovest, e ci siamo abituati. Se vogliamo tracciare prospettive di lungo corso, certo, tutto è possibile, ma è per questo che la Russia sviluppa Forze armate potenti, semplicemente perché a nessuno venga in mente di aggredirci. Non c’è comunque nulla di simile all’orizzonte, proprio no. Poi, chi ricorda la dominazione mongola per evocare spettri nel futuro non si rende conto che l’Orda ha funzionato da vaccino storico, contribuendo a formare il carattere nazionale e la tradizione politica della Russia. Penso che proprio quei due secoli e mezzo di semidipendenza siano alla base dell’aspirazione russa – così chiara, così forte – alla propria sovranità. Forse proprio per questo in seguito noi siamo stati in grado di sconfiggere tutti i conquistatori europei. Purtroppo in Occidente non hanno mai compreso e non hanno tentato di comprendere la nostra genetica aspirazione alla sovranità, alla libertà di scegliere.

LIMES E come commenta la teoria di un futuro, inevitabile avvicinamento tra Russia e Usa in funzione anticinese?
KARAGANOV È il sogno degli americani e dell’entourage di Trump, ma non siamo stupidi: tra dieci anni, se la Cina si comporterà da potenza egemonica, si uniranno tutti e anche noi ci mobiliteremo per bilanciare, se servirà pure in modo radicale, includendo l’India, la Turchia, potenze regionali. Ora c’è un’azione soft di bilanciamento, diciamo un bilanciamento amichevole. Chi pensa che gli Usa possano prendere il posto della Cina nel rapporto con la Russia di geopolitica non capisce proprio nulla. Gli Usa si stanno ripiegando su sé stessi, noi con la Cina abbiamo più di 4 mila chilometri di confine. E dovremmo litigare con la Cina per amore degli Usa? Certo, molto dipende dalla politica cinese: se cercherà di porsi come forza egemone, nella tradizione dell’Impero del Centro, allora un qualche tipo di avvicinamento con l’Occidente è ipotizzabile. Forse per altre vie. Nel senso che gli Usa tra sette, dieci anni si renderanno conto di avere perso lo status di potenza egemonica, nonché il primato militare. Questo li farà molto allarmare. E forse riusciranno a risolvere i loro problemi interni, quelli che li hanno portati a gonfiare questa idea di minaccia russa. Magari diventeranno un paese più normale. Forse non saremo mai amici, ma una collaborazione costruttiva è possibile. Noi lo vogliamo, anche in questo momento. Pensiamo che relazioni come quelle attuali non facciano i nostri interessi, siano negative. Anche con l’Europa nel tempo vogliamo arrivare a un altro tipo di relazioni, ma a tal fine anche l’Europa deve passare attraverso una sua fase rivoluzionaria e diventare più realista. L’Europa deve capire che i valori sono una grande cosa, ma che molti di questi valori promossi dall’élite europea in parte dell’Europa vengono percepiti con orrore.

LIMES Il partenariato tra Russia e Cina può evolvere verso una vera e propria alleanza?
KARAGANOV Tra Cina e Russia al momento c’è un’alleanza de facto, non de iure. La politica russa sta introiettando questo fatto, come fattore politico ed economico. E credo di poter dire che i cinesi fanno anche più affidamento su di noi, in particolare per quanto concerne la sicurezza. Ma un’alleanza de iure non è possibile, perché né Russia né Cina possono accettare un criterio di parità. Questo aspetto è forte in Cina, che si nutre di una sua specifica cultura, e per la Russia è fondante l’aspirazione alla sovranità: impossibile concedere a chicchessia il diritto di dare disposizioni su base paritaria. Invece il partenariato con la Cina si fonda su una relazione di complementarità, basata sul dinamismo economico cinese e sulla potenza militare di un paese che certo è più piccolo e ha una popolazione molto meno significativa di quella dell’Urss, ma d’altra parte non ha più il fardello delle altre repubbliche sovietiche e dei satelliti socialisti da finanziare. Ora la Russia può permettersi di avere un esercito di dimensioni ridotte ma efficiente, con un quinto della spesa rispetto ai tempi sovietici. Lo abbiamo visto in Siria.

LIMES Cosa prevede per le relazioni con l’Europa, con l’Occidente?
KARAGANOV Credo che la Russia rafforzerà la sua posizione nei confronti dell’Occidente, cosa peraltro in parte già avvenuta. Per 10-15 anni l’Occidente, l’Europa ci hanno guardati come l’allievo difficile, ora il rapporto si è invertito. È un bel problema. I russi si comportano con gli europei come si fa con l’ultimo della classe: quando dice qualcosa al massimo si può ridere, non certo ascoltarlo. I rapporti sono cambiati davvero, in modo radicale. L’Occidente ha commesso un errore strategico all’inizio degli anni Novanta, quando ha deciso di non integrare la Russia, che in quel momento era pronta a entrare nella squadra europea, come parte che avrebbe conservato la sua sovranità. Se l’Occidente avesse acconsentito, oggi il mondo sarebbe diverso. L’Occidente non avrebbe perso la superiorità militare, base della sua potenza in passato. Ma sembra che questo sia un esito definitivo, non c’è via di ritorno.
Tuttavia, in linea di massima noi mettiamo in conto che una volta completata la svolta a est potremo tornare a volgere lo sguardo a occidente. Proprio su questo si basa il concetto della Grande Eurasia, che la Russia appoggia. Una concezione che ingloba anche l’Europa, tramite la creazione di un grande spazio unico, economico e di sicurezza, non più da Lisbona a Vladivostok, ma da Shanghai e Giacarta a Lisbona.
Tutto cambierà, anche la Russia cambierà e credo ci sarà un’evoluzione democratica. Quindi, probabilmente, tra 10-15 anni ci incontreremo di nuovo con l’Europa, solo che l’Europa non sarà più quell’area di democrazia che è stata negli ultimi decenni. L’Europa che ha vissuto sul guanciale della sicurezza fornita dagli Usa e dall’Urss pensava che le cose sarebbero continuate così per sempre e invece si ritroverà a dover competere in un contesto in cui l’Occidente non è più egemonico. Dovrà gestirsi in modo diverso. E vi dirò: molti europei di spicco con cui ho parlato sono assolutamente d’accordo con me.

LIMES Come sarà, secondo lei, il mondo tra dieci anni?
KARAGANOV Sono pressoché certo che tra dieci anni nel mondo ci saranno due centri economico-geopolitici: la Grande America e la Grande Eurasia. Negli ultimi anni abbiamo assistito all’emergere di un centro geoeconomico in Eurasia, sullo sfondo della nuova guerra fredda. Un centro che si sta strutturando attorno a Russia e Cina e che non va visto come una semplice alleanza difensiva, ma piuttosto come un nuovo polo di sviluppo che vuole e può diventare un’alternativa al centro euroatlantico. Per la Russia è inevitabile ritagliarsi il proprio spazio nella grande Eurasia. Al cui centro, certamente, ci sarà la Cina.


mercoledì 9 gennaio 2019

ATTUALITA' E BELLEZZA DELL' IDEA DI IMPERO - Conversazione con Sua Altezza Imperiale e Reale Carlo d’Asburgo-Lorena, capo della Casa Asburgo-Lorena - A cura di Laris Gaiser, dal nuovo numero di Limes -


Dall' ultimo numero di Limes.

Conversazione con Sua Altezza Imperiale e Reale Carlo d’Asburgo-Lorena, capo della Casa Asburgo-Lorena.

a cura di Laris Gaiser


LIMES Altezza Imperiale, la sua famiglia incarna l’idea dell’Europa come impero. Che cosa è rimasto, che cosa potrebbe rinascere dell’ideale asburgico nel nostro continente?
CARLO D’ASBURGO LORENA Mi permetta di reimpostare leggermente la domanda poiché la mia Famiglia rappresenta un impero storico, non uno attuale. La nostra Famiglia ha accettato ciò che la storia ha portato all’Europa e ha trasformato tale eredità in un concetto contemporaneo. Ciò che ancora oggi ritengo sia di grande importanza è la comprensione storica dell’idea stessa di impero che in lingua tedesca si esprime col concetto di Reichsidee, che difficilmente riesce a mantenere il suo profondo significato se tradotto in un qualunque altro idioma. In senso storico si deve riconoscere che l’idea asburgica di impero – la Reichsidee per l’appunto – fu un principio legale di portata sovranazionale che favoriva un approccio liberale e includente nei confronti di ogni nazionalità, minoranza, gruppo etnico o religioso. Così assicurando a tutti, senza preconcetti, di vivere insieme protetti da uno Stato di diritto funzionante, di creare un mercato unico e di arricchirsi reciprocamente grazie alla coesistenza di culture diverse. Mi pare un concetto esemplare a cui l’Europa di oggi dovrebbe ispirarsi.
La Reichsidee è talmente moderna che dovrebbe essere applicata a una struttura altrettanto moderna quale l’Unione Europea. La stragrande maggioranza degli oppositori critica l’Ue poiché la ritiene un sistema datato. Opinione assolutamente ridicola. L’Unione Europea è l’istituzione più moderna al mondo. Sminuire tale struttura definendola antiquata senza offrire soluzioni alternative è altamente irresponsabile. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti, se guardiamo al Regno Unito e alla questione del Brexit. Pertanto il concetto del vivere insieme, delle sinergie tra culture, lingue e religioni differenti, nonché tra i diversi contesti di riferimento di ognuno, è sicuramente un valore storico che andrebbe riscoperto.
LIMES È pensabile una confederazione dei principali paesi europei sul modello del Sacro Romano Impero, con un monarca costituzionale elettivo?
CARLO A questo punto non posso che rifarmi al principio di sussidiarietà che racchiude in sé un approccio dal basso verso l’alto ed è l’esatto contrario di ciò che gli Stati nazionali cercano oggi di proporre. La sussidiarietà è un concetto basato su diversi livelli di responsabilità e pretende che le questioni vengano gestite, risolte il più vicino possibile al cittadino. Purtroppo i politici vedono la sussidiarietà solamente come una divisione dei poteri tra il livello nazionale e quello europeo. Si tratta di un’interpretazione completamente sbagliata. Chi ragiona in questo modo non ha mai capito cosa sia la sussidiarietà. Essa non è un concetto politico, bensì sociale. Al suo interno racchiude la possibilità per alcune parti d’Europa di collaborare anche a livello regionale. Ovviamente, per motivi storici, la zona cui mi permetto di fare direttamente riferimento è quella dell’Europa centrale (Mitteleuropa), regione che per il bene dell’Europa ha bisogno di strutturarsi. Si tratta di un ambiente maturo, con società storicamente capaci di convivere e di crescere insieme. Sono convinto che sarà di fondamentale importanza arrivare a una collaborazione più stretta tra i paesi dell’Europa centrale a livello regionale. E come ribadisco sempre, il Gruppo di Visegrád non è l’Europa centrale. Essa va ben oltre.
LIMESQuindi lei pensa a un’Europa formata da diverse confederazioni macroregionali?
CARLO Io rifuggo dalle categorie politologiche di federazione o confederazione. Chi le usa cerca di inquadrare l’Unione Europea in concetti datati che possono essere efficaci in paesi quali la Svizzera, ma che assolutamente non si adattano all’Europa. La filosofia delle nostre istituzioni va ben oltre. La gente deve comprendere che siamo alla ricerca di un nuovo concetto politico per il nostro continente. Sì, certo, il concetto non si è ancora formato nella sua totalità anche perché dobbiamo perseguire l’idea di un’Unione i cui confini coincidano fisicamente con quelli dell’Europa geografica. Siamo ancora lontani da tale risultato. Solo perseguendo tale strada ritorneremo ad affrontare l’urgenza d’avere un’Europa che sia anche una struttura di sicurezza. Le origini della nostra Unione affondano infatti le radici nella volontà dei padri fondatori di dare vita, dopo la seconda guerra mondiale, a un’entità capace di offrire sicurezza. Tout court. Di qui sarebbero poi dovute derivare le istituzioni economiche e politiche. Spesso ci dimentichiamo di questi inizi e ci spaventiamo nello scoprire che la nostra stabilità è nelle mani degli Stati Uniti d’America. I quali però sempre più spesso hanno priorità assai differenti dalle nostre.
LIMES Lei è uomo d’armi. Ritiene che sia possibile e auspicabile un’Europa emancipata dalla protezione strategica americana?
CARLO Chiunque non si renda conto di ciò o non lo prenda seriamente in considerazione quale traguardo necessario non ha il senso della realtà. Il migliore esempio di come gli interessi statunitensi, anche nel campo della sicurezza, e quelli europei divergano ogni giorno di più è rappresentato dalla questione iraniana. Ritirandosi dall’accordo sul nucleare Washington ha posto l’Europa in una posizione politicamente insostenibile poiché l’Europa è completamente basata sul rispetto dello Stato di diritto cosa che, sono spiacente di doverlo dire, gli Stati Uniti non sono. Ci troviamo di fronte al forte distacco tra le due sponde dell’Atlantico: noi diamo seguito a un trattato che viene rispettato anche da Teheran, mentre gli Usa lo stracciano spingendo un’area già di per sé altamente instabile verso una fase d’ulteriore destabilizzazione geopolitica.
Per comprendere la nostra relazione con gli Stati Uniti non c’è bisogno di riferirsi alla seconda guerra mondiale, è sufficiente pensare a quanto avvenuto durante la creazione dell’euro. Nel decidere le fondamenta della nostra moneta comune abbiamo accettato che parte della gestione dell’euro si basasse sul sistema di comunicazione interbancario Swift. Non abbiamo intravisto la necessità di creare un sistema di comunicazione esclusivamente nostro. Ora con i problemi che abbiamo in Iran ci rendiamo conto che attraverso il sistema Swift Washington è tranquillamente in grado di ricattare l’Europa quanto alla sua relazione con l’Iran. Qualcosa d’assolutamente inaccettabile. Dobbiamo iniziare a pensare in maniera più indipendente, in maniera più europea e non più solo necessariamente in maniera transatlantica.
LIMES Potrebbe disegnare su una mappa i confini della sua Europa ideale, ovvero della Paneuropa?
CARLO So dirle dove sono i confini dell’odierna Unione Europea, ma sinceramente non so dove si trovino i confini dell’Europa. Io ho una visione ampia dell’Europa. Tuttavia sono realista. Non possiamo sorvolare sul fatto che esistono paesi che io vedrei volentieri nell’Unione ma che al momento non sono in condizione di accedervi.
Gli unici confini europei che si possono facilmente tracciare sono quello settentrionale, delimitato dai ghiacci nordici, e quello occidentale, bagnato dall’Atlantico. Gli altri sono di assai più difficile definizione. Non c’è un concetto valido che ci aiuti a tracciarli, in quanto esiste una varietà incredibile di aspetti da prendere in considerazione: aspetti storici, geografici, politici. A seconda delle combinazioni ci si offre un’Europa diversa. Chiunque vada a San Pietroburgo e dica che la Russia non è un paese europeo dovrebbe essere cieco. Ma altrettanto cieco dovrebbe essere colui che andando a Mosca e prendendo in esame la struttura politica delle sue istituzioni affermi di trovarsi in un classico paese europeo. Le strutture moscovite sono fortemente influenzate dalle invasioni mongole e la politica risente dell’eredità dei canati. Ma le persone sono assolutamente europee. Nessun dubbio in merito. Prendiamo poi la Georgia. Anch’essa è un paese completamente europeo. Se passeggiando per Tbilisi o per qualunque altra cittadina chiedete a un georgiano a quale continente senta d’appartenere vi guarderà esterrefatto. Non potrà credere che gli stiate ponendo una domanda tanto stupida. È ovvio che egli si senta europeo. E potremmo fare esempi simili in relazione a tutti i paesi caucasici e a molti transcaucasici. Qui risiede la difficoltà di definire esattamente i confini del nostro continente, ovvero della nostra Unione.
LIMES Che rapporto dovremmo avere con la Russia?
CARLO Dovremmo avere una relazione basata sulla consapevolezza storica. Certi d’aver imparato le lezioni del passato. La Russia è uno Stato egemone, in molti aspetti dittatoriale, che non rispetta nemmeno i propri trattati. Basti pensare solo al fatto che Mosca, nel momento in cui non le conveniva più, ha calpestato le garanzie da essa stessa fornite all’Ucraina quando quest’ultima si fece indipendente. Relazionandoci con la Russia dobbiamo sempre tenere a mente che la sua geopolitica non si basa su un sistema di valori. Pertanto si tratta di un rapporto difficile. Loro sono nostri vicini, con cui abbiamo qualche buona relazione, ma sono vicini complicati con cui è difficile convivere, soprattutto se il vicino ha la tendenza a fagocitarti ogniqualvolta gliene si presenti l’opportunità.
LIMES Cent’anni fa l’impero degli Asburgo è crollato in seguito alla Grande guerra. Quali sono secondo lei le conseguenze ancora vive di quel conflitto?
CARLO Credo sia abbastanza chiaro che le conseguenze della Grande guerra siano oggigiorno assai più presenti e complicate di quelle derivanti dalla seconda guerra mondiale. Le conseguenze del secondo conflitto mondiale sono state accettate, digerite, e i trattati rispettati, mentre è mancato il tempo per implementare i trattati originati dalla Grande guerra. Alcuni di questi trattati comportano ancora oggi conseguenze per noi incredibilmente pericolose. Basti pensare per esempio al trattato di Sèvres, che è all’origine di tante diatribe oggi in Medio Oriente e di numerosi problemi di sicurezza con cui dobbiamo confrontarci.
Molti eventi conseguenti alla Grande guerra non sono stati ancora elaborati. L’Europa ha vissuto in quel periodo alcune delle più incredibili trasformazioni della sua storia e forse sarà necessario ancora molto tempo per approfondire a pieno quanto accaduto. All’epoca sul nostro continente vi erano cinque grandi imperi. Quattro sono stati spazzati via dalla guerra e il quinto, quello britannico, si è sgretolato solo qualche anno più tardi. L’intera struttura del continente è cambiata in maniera drastica. Per comprendere come l’Europa fosse disorientata all’epoca mi permetto sempre di sottolineare che in Austria subito dopo la guerra nessuno credeva che il paese potesse mai tornare a essere uno Stato effettivo, funzionante. Se si studiano i documenti di quel periodo si scopre che in Tirolo le discussioni più importanti erano tutte incentrate su quale strada dovesse intraprendere la regione, poiché nessuno immaginava la possibilità di uno Stato chiamato Austria.
LIMES Se a far crollare tutti quegli imperi è stato il nazionalismo, possiamo sostenere che anche questo appartiene al novero delle conseguenze non elaborate della Grande guerra?
CARLO Certamente. E la questione è relativamente di vecchia data. Il momento distruttivo del nazionalismo ha la sua origine nella rivoluzione francese, che è la radice della stragrande maggioranza dei problemi con cui oggi dobbiamo convivere. Oggi il nazionalismo sta rialzando la testa, ma sono piuttosto fiducioso che i sistemi democratici a cui abbiamo dato vita sappiano gestire il problema. Per il momento non mi sembra che il nazionalismo possa riprendere piede in maniera seria. Alcuni estremisti riescono anche ad entrare nei parlamenti – il che è un bene per la stabilità sociale e politica – senza però poter veramente conquistare il potere.
LIMES In quella guerra l’Italia sconfisse il vostro impero, dopo aver cambiato al volo alleanza. Che sentimenti prova verso il nostro paese?
CARLO Io ho una grandissima ammirazione per l’Italia, per la sua capacità di riuscire a terminare ogni guerra dalla parte dei vincitori. Lo credo seriamente, in tutta onestà. La prego di non interpretare le mie parole in maniera sarcastica.
Io adoro lo stile di vita italiano, se possiamo definirlo così. Si tratta di un modo molto umano di sopravvivere alle avversità, di comprendere la vita e saperne apprezzare le qualità. È questo che veramente, profondamente, ammiro dello spirito italiano.
LIMES Dopo la caduta del Muro si è riscoperta, anche in parti d’Italia, l’idea della Mitteleuropa. Ma mentre prima questa era centrata su Vienna, oggi lo potrebbe forse essere su Berlino. Che differenza c’è?
CARLO È semplicemente questione di punti di vista. Se chiedete cosa sia l’Europa centrale a dei rappresentanti dell’Unione Europea vi risponderanno che si tratta della Germania con qualche appendice nel Sud-Est del continente. Questo è il concetto dominante nelle teste dell’amministrazione europea, che però non ha assolutamente nulla a che fare con il concetto storico di Europa centrale ovvero col concetto di Mitteleuropa come lo vediamo noi da Vienna. Conoscendo la nostra storia e conoscendo i territori in cui si è sviluppata – tendenzialmente quelli che gravitano intorno al bacino del Danubio – sappiamo che si tratta di una regione comprendente diverse popolazioni con tradizioni e princìpi comuni, culturalmente omogenea, in cui tutti hanno sempre saputo lavorare insieme. Pertanto, l’Europa centrale come la vediamo noi, la nostra idea di Mitteleuropa, non ha nulla a che vedere con Berlino. Anzi, dovrebbe essere vista come potenziale contrappeso alla Germania. E non l’intendo in senso negativo. Se assumiamo che Berlino guida al momento la più grande potenza del continente – e fortunatamente una potenza tendenzialmente benevolente ovvero non più aggressiva verso molte parti del continente come in passato – è necessario comprendere che in Europa dobbiamo creare altri centri di potere. Non possiamo dipendere da uno solo.
LIMESRitiene la Germania un gigante benevolo anche dal punto di vista economico?
CARLO Anche. Se consideriamo come diversi paesi del nostro continente siano riusciti a svilupparsi grazie all’economia tedesca, accusarla di non essere benevolente sarebbe davvero inappropriato. Certo, ovvio, ci sono elementi di controllo e di supremazia nel modo in cui la Germania utilizza la propria posizione. Ma è la logica del potere.
LIMES La Germania può guidare l’Europa?
CARLO La Germania sta guidando l’Europa. È un fatto. Mi piace? No, non mi piace. Preferirei di gran lunga un bilanciamento tra diversi interessi che creino un’Europa comune, perché l’Europa è sempre stata forte nei momenti in cui ha saputo dar vita all’equilibrio della potenza invece che essere guidata da una sola persona o da un solo paese. In quei casi le conseguenze non sono mai state piacevoli.
LIMES Lei è stato parlamentare europeo, eletto come indipendente nelle liste del Partito popolare austriaco. Che impressione ebbe di quel parlamento? Insomma, ci si perde tempo o serve a qualcosa?
CARLO Io ho un’impressione molto positiva del Parlamento europeo. Quando ascolto le critiche nei confronti di questa istituzione, sebbene alcune siano effettivamente appropriate, mi rendo conto che nella stragrande maggioranza dei casi sono ingiustificate. Si tratta del parlamento in assoluto più attivo del continente, con il maggior numero di sessioni. Critiche? Spiacevole che non possa approvare leggi direttamente applicabili e che non abbia un diritto d’iniziativa efficiente. Tuttavia, guardando l’altra faccia della medaglia, nei parlamenti nazionali vediamo che la maggior parte del tempo viene dedicata proprio all’implementazione della legislazione europea. Ciò conferma il grande lavoro fatto a Bruxelles e a Strasburgo. Il parlamento europeo ha potere, un potere vero che spesso non vogliamo vedere o a causa di preconcetti negativi o per motivi di opportunità politica.
Purtroppo l’iniziativa legislativa, proprio per la mancanza di un siffatto potere del parlamento, spesso arriva dalla Commissione o dal Consiglio europeo. Questo dovrebbe cambiare. Tra tutte le istituzioni dell’Unione, il parlamento è quella veramente europea! La maggior parte dei suoi membri si considerano sinceramente europei e prendono decisioni in qualità di cittadini europei. Esattamente il contrario di ciò che avviene all’interno del Consiglio, nel quale prevalgono solo le logiche dell’interesse nazionale.
Il Consiglio e la presidenza europea sono le peggiori istituzioni nell’ambito dell’Ue, in quanto non decidono sulla base dell’interesse comune. Certo non voglio generalizzare, ma i fatti parlano chiaro. Secondo la visione dei padri fondatori dell’Europa unita, il Consiglio doveva essere una specie di seconda Camera – per quanto importante – coaudiovante il lavoro del Parlamento. Invece si è appropriato di prerogative legislative ed esecutive che non dovevano appartenergli. Così le cose non possono funzionare.
LIMES L’Europa sta diventando ogni giorno più multietnica, multiculturale, multireligiosa. Fino a che punto possiamo integrare gli stranieri? O dovremmo/potremmo assimilarli?
CARLO Mettiamola in questo modo: chiunque pensi che l’Europa fra vent’anni possa essere uguale a quella di oggi è assolutamente irrealista. Con le immigrazioni in arrivo l’Europa cambierà, ma è compito nostro lavorare affinché l’Europa preservi i suoi valori. Valori che devono rimanere la bussola del futuro sviluppo. Non possiamo permetterci di abbandonare la nostra storia e i nostri princìpi. Dobbiamo realisticamente digerire il fatto che i migranti arriveranno e saranno molti, molti di più di quanto visto fino ad oggi.
Io sono piuttosto sicuro che saremo in grado di gestire il problema. Ma se, e solo se, questo verrà gestito come progetto comune europeo anziché, come fino ad ora, attraverso una miriade di differenti approcci nazionali. Si tratta di un tipico problema che può essere risolto solo all’interno dell’ampio contesto europeo e non in ambiti nazionali. Perfino il caso della Germania ci dimostra che un paese, per quanto preparato, alla fine fatica a gestire tutto da solo. Inoltre, per il bene di tutti e per fare le cose in maniera sensata si deve subito chiarire la differenza tra migranti economici e rifugiati. È nostro dovere, come abbiamo sempre fatto in passato sulla base dei princìpi umanitari che condividiamo, accettare i rifugiati, ma non c’è alcuna necessità umanitaria sulla base della quale si debbano prendere tutti i tipi di migranti economici.
Vede, la direzione nella quale va il mondo oggigiorno mi spaventa un pochino. Credo sia ora di finirla, a causa della dilagante correttezza politica, d’evitare di parlare dei migranti facendoli semplicemente rientrare tutti nella stessa categoria. In tale maniera si arreca danno soprattutto a loro. Dobbiamo distinguere e sulla base delle distinzioni dobbiamo trovare il modo di gestire le varie priorità. Bisogna per esempio chiarire in maniera appropriata cosa significhi o meglio quali siano gli standard minimi per dichiarare sicuro un paese d’origine. In quanto sarà lì che molti migranti dovranno ritornare già solo per il fatto che potrebbe non esserci abbastanza spazio per loro in Europa. Non sarà facile. Sarà molto complicato, ma credo che le migrazioni siano assolutamente gestibili se verranno finalmente considerate un problema europeo.
LIMES Altezza Imperiale, lei pensa di poter un giorno tornare sul trono di imperatore d’Austria-Ungheria? Altrimenti toccherà forse a un suo figlio o nipote? O aspira al rango d’imperatore d’Europa?
CARLO Accidenti, sono davvero dispiaciuto d’aver perso la mia palla di cristallo alcuni giorni addietro e di non riuscire quindi a pronosticare il futuro! Quello che posso dire è di non vedere alcuna delle opzioni elencate dietro l’angolo. Pertanto non me ne occupo. Credo ci siano questioni assai più urgenti da gestire su scala europea o ai livelli a me più vicini, quali quelli della promozione della nostra identità e del nostro patrimonio culturale. Tuttavia, sono solito ripetere che le persone in politica troppo spesso usano due parole che non dovrebbero mai essere utilizzate: sempre e mai. Sono due parole che appartengono solo alle religioni e non hanno nulla da spartire con la politica. Certamente noi non sappiamo cosa ci riserva il futuro e cosa porterà alle future generazioni. Pertanto per me è assolutamente inutile speculare su tali questioni. D’altra parte, ovviamente, noi siamo un’eminente Famiglia politica e intendiamo rimanere tale.


mercoledì 2 gennaio 2019

IL PIANO DELL' ITALIA PER FAR PARTE DELLE NUOVE VIE DELLA SETA (E IL RUOLO DI TRIESTE) - Conversazione con Michele Geraci, sottosegretario presso il ministero dello Sviluppo economico e coordinatore della Task Force Cina.




Conversazione con Michele Geraci, sottosegretario presso il ministero dello Sviluppo economico e coordinatore della Task Force Cina.

a cura di 

LIMES Quali sono le opportunità per l’Italia derivanti dal rafforzamento dei rapporti con la Cina?


GERACI Tra Italia e Cina ci sono potenzialmente grandi sinergie. La più grande deriva dallo sviluppo della Belt and Road Initiative (Bri, o nuove vie della seta, n.d.r.). Potremmo firmare il memorandum d’intesa di adesione all’iniziativa infrastrutturale nei prossimi mesi.Le nuove vie della seta si basano su due rotte fisiche, rispettivamente terrestre e marittima. Il trasporto via acqua è il più conveniente in termini di costi. Il nostro paese ha il vantaggio di trovarsi nel cuore del Mar Mediterraneo, a metà strada tra Africa e Nordeuropa. Possiamo e dobbiamo diventare uno dei terminali della Bri in questo bacino d’acqua. La Cina è già fortemente presente nel Continente Nero, ma è alla ricerca di un paese europeo di riferimento prospiciente a esso con cui collaborare. Questa per l’Italia è un’occasione.
Il porto di Trieste, che beneficia della prossimità al Nordeuropa, potrebbe trovare un accordo con la Repubblica Popolare a breve.

Roma ha proposto a Pechino di includere nelle nuove vie della seta tre nuove rotte: aerea, spaziale e culturale. In ciascuna, l’Italia può dare il suo contributo. Nel primo ambito rientra la possibile partecipazione cinese in Alitalia. Pechino cerca anche uno snodo logistico da cui far operare le proprie compagnie aeree che volano in Africa. Questo ruolo potrebbe essere benissimo svolto dall’aeroporto di Fiumicino a Roma. Nel secondo ambito, rileva il ruolo dell’Agenzia spaziale italiana, quale unica agenzia straniera autorizzata a costruire una componente della stazione aerospaziale cinese. Infine, Cina e Italia hanno molto da condividere nell’ambito culturale. Del resto, abbiamo usi e costumi molto simili. Basti pensare all’importanza che riveste il legame familiare in entrambi i paesi. L’affinità culturale è per noi un vantaggio che incide su tutti gli altri ambiti della collaborazione economica con la Cina, tra cui il settore agroalimentare, quello infrastrutturale e il turismo. Non bisogna dimenticare poi le opportunità che in quel paese offrono rispettivamente il sistema assicurativo, sanitario e pensionistico. La Repubblica Popolare sta invecchiando rapidamente e fra vent’anni avrà problemi demografici simili a quelli dell’Italia di oggi. Possiamo far tesoro della nostra esperienza per fare nuovi affari in Cina.

LIMES Che ruolo può avere il Mezzogiorno nelle nuove vie della seta?

GERACI Al momento il Sud non è dotato delle infrastrutture necessarie per essere integrato nell’iniziativa cinese. Per coinvolgerlo è necessario un approccio diverso rispetto a quello adottato nel Nord Italia: bisogna puntare prima sul software anziché sull’hardware, poiché le attività legate al mondo digitale possono essere avviate più rapidamente e con meno costi rispetto alla costruzione delle infrastrutture. I livelli di questo processo sono tre. Primo, favorire la digitalizzazione delle aziende, per mostrare al mondo cosa vendono. Tutte le imprese italiane che hanno una propensione all’internazionalizzazione devono essere digitalizzate, per rendere il contesto del Meridione appetibile alla Cina. Un imprenditore cinese è più invogliato a investire se trova sul territorio un sistema di e-commerce sviluppato e la rete Internet 5G. A tal fine, vogliamo agevolare la collaborazione sino-italiana nel campo della ricerca tecnologica con aziende come Huawei e Tencent, la quale ha già realizzato un centro per lo sviluppo delle smart cities in Sardegna. Il secondo livello riguarda lo sviluppo del sistema bancario, per favorire la vendita dei prodotti all’estero. Il terzo livello concerne lo sviluppo del sistema logistico, che richiede più tempo. Il denaro proveniente dalla valorizzazione del primo livello potrà essere investito nel secondo e nel terzo. Queste attività possono essere messe in piedi più rapidamente rispetto alla costruzione di infrastrutture e avere un effetto immediato sul territorio.

LIMES Roma e Pechino hanno da poco firmato un memorandum d’intesa per collaborare in paesi terzi. Può indicarcene qualcuno?

GERACI Possiamo lavorare insieme in diversi paesi dell’Africa, quali Etiopia, Eritrea, Gibuti, Egitto, Tanzania, Mozambico e Angola. La Repubblica Popolare ormai ha messo radici nel Continente Nero ma la collaborazione infrastrutturale con le aziende italiane è utile sia per il valore delle nostre conoscenze tecnologiche sia perché la presenza di un partner occidentale rassicura i paesi che ospitano l’investimento. In un certo senso, Pechino può beneficiare del soft power nostrano, che ad esempio in Africa è accolto più favorevolmente rispetto a quello francese, per ragioni storiche. La nostra reputazione all’estero è esattamente ciò che serve a Pechino per superare le perplessità degli altri paesi circa le proprie attività economiche. Italia e Cina vorrebbero anche che la Libia si stabilizzasse politicamente ed economicamente, che non fosse solo un cuscinetto con il resto del Continente. Roma è impegnata direttamente in questo processo, ma l’interesse cinese per questo paese potrebbe avere dei risvolti positivi. Nel Continente Nero, la Repubblica Popolare punta sugli investimenti. Questi facilitano la crescita economica, la quale è un presupposto essenziale della stabilità politica. Proprio ciò che manca in Libia.

LIMES Quali sono le possibili controindicazioni della collaborazione con la Cina?

GERACI Una volta spalancate le porte a Pechino, gli investimenti cinesi potrebbero diventare più predatori. Per questo, l’Italia dovrà essere selettiva, accettando solo quelli che producono aumento del pil, dell’occupazione e la possibile apertura del mercato cinese ai prodotti italiani. Questo è il caso delle operazioni greenfield e brownfield 1, che accrescono la capacità produttiva. Le fusioni e le acquisizioni invece non portano valore diretto all’Italia, solo all’azionista che cede la propria quota.
Nel caso del porto di Trieste, per esempio, potrebbe concretizzarsi un investimento brownfield, che consisterebbe nella costruzione di un nuovo terminal.
Si tratta di un caso diverso rispetto a quello del porto del Pireo (controllato dal gigante della logistica Cosco, n.d.r.), dove i cinesi hanno attuato sia un’acquisizione sia un investimento brownfield. Il secondo ha portato valore. Lo scalo marittimo ha aumentato il traffico del 300% grazie alla presenza cinese.
Se producesse il medesimo impatto in un porto italiano, una simile operazione sarebbe ben accolta, perché aumenterebbe la sua capacità e quindi gli introiti.

La seconda controindicazione è che un maggiore dialogo con la Cina potrebbe inasprire il già complesso rapporto tra Roma e il resto dell’Europa. Inoltre, l’aumento delle attività italiane in Africa potrebbe non essere gradito dalla Francia, che qui storicamente afferma la sua influenza.

L’Italia non rischia invece di cadere nella «trappola del debito» alimentata dagli investimenti cinesi. Su 2.300 miliardi di euro di debito pubblico italiano, il 32% è in mano straniera, prevalentemente tedesca e francese. La Cina non investirà 700 miliardi nel debito nostrano, quindi non si creerà un legame di dipendenza. Invece, il pericolo che alcuni paesi più vulnerabili sul piano economico incappino in un problema del genere offre all’Italia l’opportunità di fare affari con loro collaborando in triangolazione con la Cina. Tale dinamica potrebbe verificarsi in Africa, in Asia centrale e nel Sud-Est asiatico.
LIMES Cosa pensa della crescente presenza militare cinese all’estero, a cominciare da quella a Gibuti?
GERACI Vista la mole delle attività economiche della Repubblica Popolare in tutti i continenti, non bisogna stupirsi se Pechino vuole espandere la sua presenza militare all’estero. Gli Usa del resto hanno diverse installazioni militari in tutto il globo, persino a pochi chilometri dalla costa cinese. Il mondo ormai è bipolare, se non tripolare, e credo dovremmo abituarci a questo genere di sviluppi.

Nota:
1. Le prime consistono nel finanziamento di nuove opere, le seconde riguardano il rifinanziamento del debito contratto dal concessionario per opere già realizzate o in corso di realizzazione.

Dall' ultimo numero di Limes "Non tutte le Cine sono di Xi"
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SEGNALIAMO, INOLTRE, L' USCITA SUL CORRIERE  DELLA SERA DI OGGI 2 GENNAIO, DI UN NUOVO APPELLO, PIU' LETTERARIO E VOLONTARISTICO CHE TECNICO, AL RUOLO DI VENEZIA COME VERO TERMINAL DELLA "NUOVA VIA DELLA SETA" , TEMATICA CHE APPARE DECISAMENTE SUPERATA PER I NOTI PROBLEMI DEL PORTO VENEZIANO DI ACCESSIBILITA' NAUTICA E COLLEGAMENTO ALLE RETE FERROVIARIA EUROPEA. Clicca QUI.



La nuova Via della Seta, un’occasione per Venezia

Il progetto del leader cinese Xi Jinping s’è allargato a dismisura, ma il ruolo della città di Marco Polo resta centrale: un’opportunità da cogliere

di Antonio Armellini


Annunciando nel settembre 2013 la Nuova Via della Seta verso Occidente, il presidente Xi Jinping ne ha tracciato un percorso ideale che, partendo da Pechino, giunge sino a Venezia. L’indicazione non è stata casuale, né tantomeno frutto di suggestioni estetiche. Il personaggio di Marco Polo ha un ruolo fondamentale (ben più che da noi) nell’immaginario cinese: dichiarando di voler ripercorrere a ritroso il cammino da lui fatto più di ottocento anni fa, Xi ha inteso ribadire la determinazione della Cina di affermare un ruolo di grande potenza, e di mercato imprescindibile, al cuore della ritrovata centralità geopolitica dell’Asia. Un messaggio che Marco Polo e Venezia dovevano rendere chiaro.
La Nuova Via della Seta, dapprima marittima dall’Oceano Indiano verso ilMediterraneo, si è rapidamente ampliata in altre direzioni, passando dall’hinterland caucasico verso l’Europa centro-settentrionale, dirigendosi verso l’Africa e da ultima anche l’America Latina. Da una, le Vie sono diventate tante e hanno preso il nuovo nome di Obor («One Road One Belt Initiative»), ma la destinazione è rimasta la stessa. Spinti dalla generosità finanziaria apparentemente illimitata di Pechino, molti paesi si sono lasciati attrarre da faraonici progetti di investimento che rispondevano ai piani cinesi ben più che alle loro priorità di sviluppo e che in più occasioni — dallo Sri Lanka al Pakistan — li hanno portati sull’orlo della bancarotta. Sono in parallelo cresciute le preoccupazioni di europei e americani che, sotto il mantello della cooperazione, Pechino nascondesse un disegno egemonico pericoloso, rispetto al quale era necessario fare molta attenzione nel valutare costi e benefici reciproci. Tutto ciò ha indotto prudenza e qualche pausa di riflessione in più, ma non ha arrestato il cammino di Obor che ha continuato ad andare avanti nella sua strada.
La Via della Seta si presenta oggi come un sistema complesso ancora in evoluzione: fra i tanti, al momento attuale i punti d’arrivo marittimi vanno, nel Mediterraneo, dal Pireo a Marsiglia e ai porti italiani di Savona e Trieste; nel Mare del Nord, da Rotterdam ad Amburgo, mentre Francoforte dovrebbe essere il terminale terrestre da Est. Per ciascuno di essi si porranno delle esigenze diverse che richiederanno una disciplina specifica, ma per le sue dimensioni, le ramificazioni internazionali e le implicazioni politiche Obor nel suo complesso non potrà prescindere in Europa da uno strumento unitario per la gestione coordinata degli aspetti logistici, amministrativi e delle strategie commerciali. Lo pensano i cinesi e a maggior ragione dovremmo volerlo noi, specie alla luce dell’esigenza di correlarne il funzionamento a una visione coerente dei nostri interessi.
C’è folla di candidati per un simile compito. Dal Pireo — ormai a tutti gli effetti un porto cinese — a Rotterdam, Amburgo e Francoforte. Xi però ha parlato di Venezia e non di altro. Il forte valore simbolico del richiamo al personaggio di Marco Polo gli dà l’occasione di porsi come elemento di continuità fra tradizione classica e innovazione, nella rivendicazione di un ruolo di leader incontrastato in grado di guidare la Cina sulle ali della storia verso la sua nuova dimensione globale. Vi sono molte città europee — o italiane — più strutturate e competitive di Venezia, ma essa è la sola in grado di consentirgli una consacrazione cui mostra di tenere personalmente.
Non possiamo lasciar cadere l’occasione. Per l’Italia, si tratterebbe di recuperare centralità non solo nei confronti della Cina — dove ci siamo trovati spesso più a rincorrere che a fare da guida — ma soprattutto in relazione a uno sviluppo chiave per il futuro delle relazioni con l’Asia. Quanto a Venezia, si lamenta sempre il degrado dovuto a una monocultura turistica devastante. Eppure resta un punto di contatto privilegiato verso Oriente. Farne il riferimento politico, amministrativo e commerciale del sistema Obor vorrebbe dire restituirla al suo ruolo storico, sviluppando al tempo stesso la sua vera via di salvezza, di centro di servizi avanzati con forte caratura internazionale. Oltretutto, Venezia non sarebbe per le sue caratteristiche in concorrenza con altre scelte, ma rappresenterebbe un valore aggiunto utile a tutti.
Nella mappa che accompagnava la prima presentazione del progetto, Veneziaappariva con chiara evidenza. Si sarebbe pensato che la risposta sarebbe stata immediata a livello di governo e invece non è successo granché, a parte qualche occasionale accenno, mentre Venezia non ha perso l’occasione di confermare la sua albagia. La destinazione è stata sommersa nelle mappe successive da altre, sempre nuove, ma non è ancora troppo tardi per recuperare. Per quanto altri si stiano muovendo aggressivamente, il vantaggio della Serenissima resta incolmabile. A condizione, s’intende, di volerlo cogliere.