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martedì 17 luglio 2018

IL VERTICE DI HELSINKI È ANDATO MEGLIO A PUTIN - TRUMPUTIN VISTO DAGLI USA e TRUMPUTIN VISTO DALLA RUSSIA - Due articoli di LimesOnLine


1/ TRUMPUTIN VISTO DAGLI USA
[di Dario Fabbri]
Al netto degli annunci fantasiosi di queste ore – per cui ieri sarebbe finita la guerra fredda, oppure sarebbe addirittura cominciato un nuovo ordine mondiale – può essere utile analizzare cosa Donald Trump può aver promesso a Vladimir Putin e cosa può aver ottenuto in cambio. Per stabilire che il summit di Helsinki è stato nettamente più favorevole al leader russo.
Convinto che la Russia non costituisca un problema perché economicamente inconsistente, da tempo Trump vorrebbe utilizzare il Cremlino per contrastare l’espansionismo iraniano in Medio Oriente e incrinare le certezze della Germania, dipendente dagli idrocarburi siberiani. Mentre è meno intenzionato a giocare Mosca contro Pechino, perché la Cina non lo preoccupa sul piano strategico.
Per questo ieri ha probabilmente chiesto a Putin di rinnegare la propria intesa con l’Iran e di distanziarsi da Angela Merkel, pur continuando a rifornire i tedeschi di gas. In cambio avrebbe offerto la sospensione delle sanzioni ai danni di Mosca e la promessa di congelare la questione ucraina – con la Crimea ovviamente destinata a rimanere russa.
Richieste che Putin avrebbe facilmente accolto perché funzionali agli interessi del suo paese, che da sempre riconosce l’Iran come nemico strategico (nonostante il confermato sostegno all’accordo nucleare) e che in questa fase non potrebbe stringere un’alleanza con la Germania nemmeno se volesse (considerata la ritrosia di Berlino).
Il capo del Cremlino sa bene che la Casa Bianca non può incidere sulle penalità imposte alla Russia dal Congresso e che nel lungo periodo gli Stati Uniti proveranno a condurre definitivamente l’Ucraina nel campo occidentale. Ma è altrettanto consapevole che non riceverà dagli americani offerte migliori di questa, peraltro a fronte di nessuno sforzo concreto da parte sua.
Mentre Trump torna da Helsinki con la magra soddisfazione d’essersi misurato con un altro uomo forte del panorama internazionale e d’aver apparentemente sconvolto la politica estera statunitense. Risultati utili a corroborare la sua personale narrazione, ma non paragonabili a quanto può aver incassato il suo interlocutore.

2/ TRUMPUTIN VISTO DALLA RUSSIA
[di Mauro De Bonis]
Su una cosa in Russia sono quasi tutti d’accordo circa l’importanza del vertice di Helsinki tra Putin e Trump: il fatto che ci sia stato. Prova inoppugnabile che Mosca resta attore di prima grandezza nel panorama internazionale, che il suo apporto appare essenziale per lavorare a una stabilità planetaria e che i tentativi di emarginarla per le sue ambizioni e disegni geopolitici sembrano falliti.
Molte le voci caute che, al di là di una vittoria d’immagine assegnata al leader russo durante l’incontro di lunedì, fanno notare come nessun risultato concreto sia stato ottenuto, nessun accordo firmato. Coscienti del peso relativo di cui il leader statunitense dispone in patria per poter decretare l’inizio di una nuova epoca di cooperazione a tutto tondo con la Russia. La quale, per gran parte dell’establishment a stelle e strisce, resta “il” nemico.
Le sanzioni occidentali peseranno sulla Federazione per ancora molto tempo, il Cremlino non rinuncerà al rapporto con una Cina tra le cui braccia è stato spinto da Washington stessa, e non restituirà, come chiarito da Putin, la Crimea. Ma per molta della stampa russa un primo passo è comunque stato fatto. Anche se sarà complicato camminare assieme a un partner mentre questo ti castiga.

lunedì 16 luglio 2018

PERCHÉ LA FRANCIA ATTACCA FINCANTIERI - Le diverse sensibilità di Macron e Salvini non c’entrano nulla. Un articolo di Alessandrfo Aresu per LimesOnLine


Perché la Francia attacca Fincantieri
Il ruolo dell’azienda cantieristica resta al centro delle tensioni tra Roma e Parigi. Le diverse sensibilità di Macron e Salvini non c’entrano nulla.

Nel dibattito per le elezioni presidenziali francesi del 2017, mentre Marine Le Pen lo incalzava con l’accusa di “aver venduto i cantieri dell’Atlantico agli italiani”, Emmanuel Macron rispondeva dichiarandosi estraneo all’operazione e promettendo di difendere in ogni modo gli interessi di Parigi

Il principio pacta sunt servanda, nella prospettiva transalpina, è ovviamente subordinato rispetto alla strategia. Le azioni successive del 2017 hanno confermato la volontà francese di ottenere un accordo in grado di mettere in difficoltà – nel concreto, in minoranza – gli italiani, sgraditi in quanto avversari geopolitici rispetto ai precedenti proprietari coreani finiti in bancarotta. Si spiegano così le notizie, riportate da La Tribune  e amplificate dalla stampa italiana, sui dossier elaborati contro Fincantieri da Adit, società di intelligence economica partecipata dallo Stato francese.

Gli obiettivi ultimi della condotta di Parigi vanno al di là delle diverse sensibilità tra Macron e Salvini.

La strategia per rendere l’Italia subordinata, pur partendo da una posizione di svantaggio, poggia su tre presupposti. Il primo e cruciale elemento è il lungo termine, esplicito nell’accordo: la quota dell’1% in prestito dallo Stato francese che garantisce la maggioranza assoluta di Stx a Fincantieri potrà essere restituita nel 2029 e richiede la verifica di adempimenti nel corso del tempo. In questo monitoraggio, la storica instabilità e litigiosità italiana andrà raffrontata alla forza delle istituzioni francesi.   

Il secondo punto riguarda lo sviluppo della difesa europea: nel corso dei prossimi anni, l’obiettivo francese è inserire l’operazione nel calderone complessivo di questa partita, dove la supremazia militare e nucleare possano garantire il comando di Parigi, salvo improbabili (e sgradite a Washington) fughe della Germania dalla dimensione post-storica in cui abita. A ciò potrà affiancarsi in futuro una mossa francese su Leonardo, in particolare in caso di instabilità di un gruppo che non ha ancora trovato una sua chiara identità.  Il terzo punto, implicito nella prospettiva decennale, è che i francesi non avranno a che fare con Giuseppe Bono per tutta la durata dell’accordo.

Bono, in Fincantieri dal 2002, rappresenta un’eredità positiva della grande impresa partecipata dallo Stato. Si tratta di quell’autonomia manageriale che ha costruito capacità di lungo corso, attraverso mandati molto lunghi in grado di rispondere a un mercato in rapida evoluzione (si pensi, nel suo settore, proprio alla Corea del Sud e alla Cina) al riparo dalla volatilità politica. Nel caso di Telecom, la polverizzazione della nidiata di manager di Ernesto Pascale, figura centrale per la storia delle comunicazioni in Europa e purtroppo dimenticata, è stata una delle cause del declino. Nel caso di Eni ed Enel, parte del successo sta proprio nella capacità di costruire classe dirigente e di realizzare successioni interne. Senza queste caratteristiche essenziali, una grande impresa non può funzionare in uno scacchiere geopolitico.

L’Italia, non avendo una produzione formale di riserve e leve manageriali, corre sempre il rischio di cadere su questo punto e così di indebolire l’interesse nazionale. Secondo Giulio Sapelli, “Giuseppe Bono fa paura ai francesi”; perciò viene attaccato, in termini strumentali e personali. Bono ha lavorato bene, anche grazie a scelte lungimiranti delle istituzioni come la legge navale, per costruire un’azienda italiana scomoda perché “predatore e non preda”. In ogni caso, questo manager di lungo corso non guiderà il gruppo fino al 2029.

La prova del nove dell’interesse nazionale italiano sarà quindi l’unità di intenti in questi anni decisivi, al di là del colore politico, tanto nel presidio delle commesse quanto nella difesa del lavoro di Bono e della sua squadra.


venerdì 13 luglio 2018

L' INCONTRO DI INNSBRUCK TRA AUSTRIA, GERMANIA E ITALIA: MIGRANTI E SOPRAVVIVENZA DELLA UE di Paolo Quercia


Articolo di Paolo Quercia da Limes On Line 

La scelta del periferico Tirolo rispetto alla multiculturale Vienna come sede del primo vertice informale sul tema migratorio dei ministri dell’Interno durante il semestre di presidenza austriaca dell’Unione Europea può essere letta sotto varie angolature geopolitiche.
Quella più evidente di un Tirolo come sottile terra di mezzo tra Italia e Baviera era plasticamente rappresentata dal prevertice tra i ministri di Austria (Kickl), Italia (Salvini) e Germania (Seehofer).
L’incontro trilaterale ha rappresentato la parte più innovativa del vertice. I protagonisti hanno tentato – in buona parte riuscendovi – di smussare le reciproche differenze sul tema migratorio in modo da costruire una posizione comune che unisca la protezione delle frontiere esterne dell’Ue alle migrazioni secondarie infra-Schengen e alle regole di Dublino. Nelle parole di Kickl, “Schengen può essere salvato modificando la politica di asilo dell’Unione Europea e raggiungendo un’effettiva protezione delle frontiere esterne”.
Tuttavia, dei tre paesi del prevertice la sola Germania appare essersi dotata di un piano strategico sull’immigrazione vero e comprensivo: il “Migration Masterplan: misure per l’ordine, il controllo e la limitazione dell’immigrazione”, varato ai primi di luglio. Vienna lo sposa soprattutto nella parte relativa alla costruzione di “luoghi sicuri” per rifugiati e migranti da posizionare nei paesi extra-Ue nei Balcani Occidentali e potenzialmente in Nord Africa, mentre l’Italia lo condivide nella richiesta di una protezione delle frontiere marittime dell’Unione e delle azioni da fare in Libia e nel Sahel.
La maggior parte di queste politiche, tuttavia, non può essere portata avanti dai ministri dell’Interno. C’è bisogno di un supporto delle politiche estere e di sicurezza dei paesi membri e soprattutto di notevoli incentivi finanziari. È dunque chiaro che la soluzione della crisi migratoria – negata dal Commissario europeo Avramopulos e stigmatizzata dal ministro dell’Interno francese Collomb, preoccupato che essa vada a intralciare la politica africana di Parigi, che è anche una politica di sicurezza interna – non poteva essere risolta sulle montagne tirolesi.
Dopo il vertice di Innsbruck essa torna necessariamente a Berlino, Vienna, Roma, Parigi e Bruxelles. Saranno queste le capitali europee in cui nei prossimi mesi si testeranno le capacità dell’Europa di sopravvivere alla più imprevista e critica crisi della sua storia.


giovedì 12 luglio 2018

PECHINO CERCA BERLINO - La Cina cerca la Germania per contrastare gli Usa - L' importanza per il porto di Trieste - Articolo di Giorgio Cuscito


A Berlino, Li Keqiang smorza le pressioni circa la penetrazione di Pechino nell’Europa di mezzo e cerca sostegno contro Trump sul fronte commerciale. La liberazione di Liu Xia gratifica Merkel.

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Pechino sta rilanciando il rapporto con la Germania e l’Ue spinta da due propositi. Primo, respingere le critiche verso la Belt and Road Initiative (Bri, o nuove vie della seta), considerata nell’ultimo anno da diversi paesi europei un pericoloso strumento di penetrazione cinese nel Vecchio Continente. Secondo, trovare sostegno contro gli Usa nell’ambito della guerra commerciale appena iniziata.

Ciò spiega perché tra il 5 e il 10 luglio il premier Li Keqiang abbia prima partecipato al settimo summit “16+1” tra Repubblica Popolare e paesi dell’Europa centro-orientale (acronimo inglese Ceec, di cui cinque non membri dell’Ue) e poi si sia recato in Germania per incontrare la cancelliera tedesca Angela Merkel.

Il mini-tour europeo è stato realizzato strategicamente pochi giorni prima del vertice Nato (dove Trump ha accusato la Germania di essere controllata dalla Russia) e a circa una settimana dal summit Cina-Ue, che si terrà a Pechino il 16 luglio.

L’incontro tra Li e Merkel ha offuscato sul piano mediatico l’evento di Sofia. Merito dell’accento posto sulla necessità di preservare il libero commercio (frecciata a Trump), della tipologia di accordi firmati per l’occasione e dell’arrivo di Liu Xia in Germania. Pechino ha permesso alla moglie del defunto premio Nobel Liu Xiaobo di ricevere cure mediche a Berlino per contribuire alla distensione dei rapporti sino-tedeschi e distrarre (temporaneamente) l’attenzione internazionale dalle tensioni economiche sino-europee.

Li ha cercato di convincere Merkel che Pechino è seriamente intenzionata a favorire la presenza delle imprese tedesche nel mercato cinese. La collaborazione economica tra i rispettivi paesi è solida. La Cina è infatti il principale partner commerciale della Germania e le esportazioni tedesche verso la Repubblica Popolare sono in crescita.

Sono stati approvati 22 progetti durante l’incontro di Berlino. Il gigante dell’industria chimica tedesca Basf dovrebbe costruire entro il 2030 una fabbrica di produzione nel Guangdong per un investimento complessivo di dieci miliardi di dollari. Per la Germania è una buona notizia, visto che solitamente iniziative di questa portata sono realizzate in joint-venture con aziende cinesi. Allo stesso tempo, il buon esito del progetto non è scontato visto che a riguardo è stato solo firmato un memorandum d’intesa, il quale non è vincolante. Alibaba e Siemens costruiranno una piattaforma cloud congiunta per potenziare le risorse tecnologiche dell’industria manifatturiera cinese. Mentre Bmw e Baidu collaboreranno nel campo dello sviluppo delle vetture a guida autonoma.

Questi accordi sono in linea con il piano Made in China 2025 per trasformare la Repubblica Popolare in una superpotenza manifatturiera in grado di competere con gli Usa. Il settore delle autovetture deve essere monitorato con attenzione anche perché le aziende tedesche sono in prima fila per dominare il mercato delle auto elettriche in Cina.

Pechino ha anche invitato Berlino a valutare insieme nuove opportunità economiche in diverse aree del mondo, inclusa l’Europa centro-orientale. La Germania potrebbe accettare il meccanismo di collaborazione trilaterale con la Repubblica Popolare e i Ceec proposto a fine maggio dal governo cinese solo per monitorare meglio le attività della potenza asiatica.

L’Europa di mezzo, incassata fra tre mari (Mediterraneo, Nero e Baltico)è storicamente posta geopolitica tra Germania, Russia, Turchia e Usa: Berlino non rinuncerà alla propria influenza geoeconomica su paesi quali Polonia, Cechia, Slovacchia e Ungheria.

Al “16+1” di Sofia, Li non ha rinunciato al rilancio dell’Europa centro-orientale quale snodo delle nuove vie della seta. Tuttavia ha anche menzionato alcune misure che Pechino adotterà per incrementare le esportazioni di questi paesi verso la Cina e accrescere la credibilità dell’iniziativa. Tra queste, vi sono il rafforzamento dei controlli doganali, zone di dimostrazione della cooperazione economica dei 16+1 (quella sino-ungherese è stata svelata durante il summit) e uno snodo logistico per il commercio digitale.

In futuro potrebbe essere creato anche un centro europeo di formazione per le imprese cinesi sul funzionamento del mercato dell’Ue, il quale dovrebbe aiutarle a partecipare alle gare d’appalto e osservare i regolamenti in vigore.

Ad ogni modo, per ora la presenza economica cinese nell’Europa di mezzo è inferiore a quanto si pensi. Nel 2017 gli investimenti cinesi in quest’area sono stati pari a dieci miliardi di dollari, più del doppio di quelli di sei anni prima. La cifra tuttavia non è alta se paragonata ai 65 miliardi di dollari complessivi elargiti dall’Impero del Centro in tutta l’Ue. Il commercio tra Cina e paesi dell’Europa centro-orientale è stato invece pari a 68 miliardi di dollari, cifra marginale rispetto all’interscambio totale sino-europeo (514 miliardi di dollari nel 2017). Inoltre, l’Ue è ancora il principale partner economico dei paesi dell’Europa centro-orientale.

Pechino vuole che la penisola balcanica diventi la piattaforma di approdo nel Vecchio Continentedei flussi di merci da e per la Cina lungo le nuove vie della seta marittima. I binari della China-Europe Land-Sea Express Line dovrebbero unire il porto greco del Pireo (controllato dalla cinese Cosco) al cuore dell’Europa occidentale passando per Macedonia, Ungheria e Serbia. Nel 2017 l’iniziativa ha subìto delle battute d’arresto legate alla trasparenza e alla sostenibilità della costruzione delle infrastrutture realizzata dalle aziende cinesi.

L’Italia è interessata allo sviluppo di questa rotta perché limiterebbe le sue possibilità di
avere un ruolo di rilievo lungo le nuove vie della seta. I porti di Trieste, Genova, Venezia non possono competere con il Pireo in termini di dimensioni. Tuttavia potrebbero guadagnarsi una fetta di traffico marittimo valendosi della vicinanza geografica all’Europa del Nord e del collegamento con i corridoi del Trans-European Transport Network (Ten-t), che entro il 2030 dovrebbero irrobustire i collegamenti infrastrutturali nel Vecchio Continente.

È probabile che anche i prossimi summit “16+1” siano abbinati ad altri eventi sino-europei per ammortizzare le pressioni mediatiche nei confronti della Cina. Pare invece remota l’ipotesi di renderli biennali. La posticipazione dell’evento darebbe adito a coloro che disapprovano le strategie di Pechino.

Lo scorso aprile, la testata tedesca Handelsblatt aveva affermato che tutti gli ambasciatori dei paesi Ue tranne quello ungherese avevano firmato un documento contro la penetrazione commerciale cinese in Europa e che questo era stato realizzato in preparazione dell’imminente vertice Cina-Ue. Anche alla luce di questa notizia, il summit potrebbe dirci se Berlino e Bruxelles sono realmente soddisfatte degli sforzi fatti da Pechino per recuperare la loro fiducia.

Le comuni tensioni con gli Usa potrebbero favorire un riavvicinamento, ma difficilmente le perplessità veterocontinentali circa i possibili usi da parte di Pechino delle nuove vie della seta saranno superate nel breve periodo.


giovedì 5 luglio 2018

L’EUROPA DI MEZZO PUNTA SU TRIESTE E SUL NORD-EST, ROMA NON CONTA NULLA - articolo di Laris Gaiser sull' ultimo numero di Limes


L' ultimo numero di Limes "Quanto vale l' Italia" oltre all' interessante articolo di Laris Gaiser, che pubblichiamo integralmente sotto, fa diversi riferimenti a Trieste anche nell' Editoriale.
Contiene numerosi articoli utili per comprendere l' attuale complessa situazione europea da quello sull' Alto Adige- Sudtirol a quelli dei rapporti con Berlino e l' Euro.
A Trieste il numero è esaurito in edicola ma è ancora disponibile per nostri lettori alla Libreria Einaudi.
Link alla versione elettronica su LimesOnLine: clicca QUI



L’EUROPA DI MEZZO PUNTA SU TRIESTE E SUL NORD-EST, ROMA NON CONTA NULLA

L’Italia ha tentato dopo la guerra fredda di giocare un ruolo nella Mitteleuropa, ma con bavaresi, austriaci, sloveni e croati non si è mai intesa. Il sogno sfiorito dell’Alpe Adria. Lo scalo giuliano come porto di Monaco, con o senza vie della seta.
di Laris Gaiser


1. Con lo spazio geografico compreso tra le Alpi e il Danubio l’Italia ha sempre avuto un rapporto schizofrenico. Nella regione un tempo dominata dall’impero multiculturale degli Asburgo il Bel Paese ha sempre malvisto l’esistenza di un attore geopolitico predominante ovvero di un soggetto statale concorrente, ma al tempo stesso non ha mai posto le basi per stabilirvi in maniera concreta il proprio interesse.

Durante il Risorgimento Vienna era il nemico e per allontanarla Gioberti e Balbo spiegarono che le si poteva anche riconoscere un risarcimento nei Balcani, in cambio del Lombardo-Veneto nonostante anche quelli fossero storicamente legati agli interessi italici 1. Il delinearsi della lotta per l’Unità d’Italia tenne conto delle idee dei due pensatori la cui temporaneità risolutiva tuttavia si sarebbe palesata più tardi nell’incapacità da parte dei governi romani di comprendere

che uno scambio realpolitico pretende la responsabilità di riconoscere a tutte le controparti la propria zona di influenza, unica soluzione possibile per instaurare delle relazioni equilibrate.
Per togliere all’impero asburgico la componente italiana e arrivare a Trieste e a Trento si combatté fino alla prima guerra mondiale. Vienna fu forzata a gestire i rimasugli dell’impero ottomano a sud di Zagabria. Come potenza vincitrice nella Grande guerra, ovvero nella quarta guerra d’indipendenza, Roma abbracciò con gioia il principio di autodeterminazione dei popoli proposto da Woodrow Wilson – ed entusiasticamente sostenuto da Lenin in altri lidi – per sminuzzare il vecchio rivale asburgico, per qualche decennio perfino alleato nella Triplice Alleanza, specchio della carenza di orientamento strategico e della brama di riposizionamento in quello che fu il grande lago di Venezia. Quello sminuzzamento poteva essere interpretato da Wilson come la realizzazione dei princìpi di libertà e democrazia a stelle e strisce per disfarsi di strutture monarchiche incompatibili con il destino manifesto della futura potenza egemone dell’Occidente, mentre per l’Italia era il modo migliore per tentare d’applicare il principio del divide et impera in una regione di per sé caratterizzata da storiche diversità culturali, politiche ed economiche.
A cento anni dalla fine della prima guerra mondiale è oramai lampante che l’Italia non ha saputo affermarsi nell’entroterra del lago veneziano e nelle antiche regioni romane del Norico e della Pannonia. L’Italia unita non ha mai trovato sintonia con un mondo in cui l’inno imperiale – non a caso intitolato Inno del Popolo – poteva essere cantato ufficialmente in tredici lingue diverse, tra cui anche il friulano, e nel cui parlamento ognuno aveva il diritto di esprimersi nella parlata più familiare. Tra l’Italia e lo spazio dell’Europa centrale furono forse proprio gli inni a divenire le cartine di tornasole delle incomprensioni. Senza mai accennare a un nemico esterno, ma chiedendo all’Altissimo d’infondere saggezza al sovrano, quello austro-ungarico prevedeva che «alte imprese fian compite se concordia in noi sarà». I protagonisti del Risorgimento rispondevano con il Canto degli Italiani, il quale ancora oggi ricorda che «l’Aquila d’Austria le penne ha perdute». Insomma, per entrare in relazione con uno spazio geopolitico eterogeneo come quello centroeuropeo le cui numerose nazioni oggi indipendenti tanto devono al rispetto delle varie culture garantito in passato dall’aquila bicipite, l’Italia non si è presentata con tutte le carte in regola e le cose non sono migliorate col passare degli anni.
La sua contemporanea incapacità di comprensione dell’Europa centrale si è esplicitata con gravità alla morte dell’ultimo principe ereditario, Ottone d’Asburgo-Lorena, avvenuta nel 2011. In occasione degli imponenti funerali pubblici a Vienna e a Monaco, cui sono intervenute decine di autorità politiche e di capi di Stato, l’Italia non ha inviato una propria delegazione ufficiale. Non ci sono stati rappresentanti della penisola ad assistere all’imponente cerimonia, ad ascoltare la popolazione cantare l’inno imperiale e ad assistere esterrefatti all’omaggio reso al feretro di fronte alla cattedrale da parte del rabbino di Monaco di Baviera con la recita del Kaddish, del gran mufti di Sarajevo con la preghiera del commiato e da parte dell’Austria (a Vienna il rito è stato celebrato dal cardinale arcivescovo, Christoph Schönborn) con lo schieramento del picchetto d’onore dell’Esercito repubblicano. Il funerale ha rappresentato la fotografia perfetta del peculiare approccio mentale dei popoli dell’Europa di mezzo nei confronti del potere. Tale peculiarità risiede nel fatto che il rappresentante dell’unità deve saper essere anche il garante delle diversità, di cui nessuna tanto grande da poter prevalere sull’altra. Nonostante l’imperatore d’Austria fosse il defensor fidei della cattolicità per eccellenza, detentore per secoli del diritto di veto sull’elezione papale, tutte le religioni e culture erano capaci di rendere omaggio alla sua funzione.

2. Negli ultimi cento anni i governi italiani hanno provato con la diplomazia o con la guerra a inserirsi in questa regione, ma con poco successo. Tale crisi d’influenza pare destinata a perpetuarsi anche nel prossimo futuro.
Comprendendo il cambiamento che aleggiava nell’aria verso la fine della guerra fredda, Roma provò a inserirsi nel cuore del Vecchio Continente dando vita nel 1989 alla Quadrangolare insieme alla Jugoslavia, all’Ungheria e all’Austria. L’esperienza avrebbe potuto dare anche frutti interessanti sul terreno dell’influenza geopolitica qualora al disfacimento della Jugoslavia il governo italiano non si fosse mostrato incapace d’intendere la storia e l’allora ministro degli Esteri De Michelis, ideatore della Quadrangolare, non si fosse fatto superare per visione strategica dal collega tedesco Hans-Dietrich Genscher 2. La totale mancanza di sostegno da parte di De Michelis ai processi dissolutivi del comunismo nell’Europa centrale è ancora oggi tra le gravi colpe che molti leader politici della regione ascrivono all’Italia. La Quadrangolare lentamente si trasformò in Iniziativa Centroeuropea. Con i suoi odierni diciotto Stati membri è diventata nulla di più che un altro dei numerosi fori internazionali di discussione e cooperazione nei quali l’Italia cerca di contrastare l’influenza tedesca nell’Europa centrale, orientale e balcanica e di cui l’esempio più recente è rappresentato dal Processo di Berlino, strategia intergovernativa lanciata da Angela Merkel per rafforzare le infrastrutture e integrare le economie del Sud-Est europeo.
Divisa tra il desiderio di imporsi e quello di dividere lo spazio a oriente di Trieste in modo da eludere il problema del doversi misurare con un soggetto autorevole, l’Italia non ha mai saputo presentarsi come un partner credibile ai paesi della Mitteleuropa ed è da questi stata, conseguentemente, sempre rifiutata anche a causa dell’ingombrante grandezza, rispetto a nazioni contenute in dimensioni territoriali e demografiche medie, come anche a causa dell’incapacità di comprenderne le peculiari caratteristiche.
L’Europa di mezzo comunque non disprezza l’Italia. Non esiste un rapporto come quello fra tedeschi e italiani, definito fin dai tempi dei viaggi di Goethe con l’adagio secondo il quale i tedeschi amano gli italiani, ma non li stimano. Tutti i popoli della Mitteleuropa apprezzano sinceramente l’Italia per la sua cultura e, contrariamente ai tedeschi, guardano sempre con simpatia alla sua capacità politica nel trovare soluzioni e compromessi. Se i tedeschi pensano che l’Italia sia un sistema destinato a fallire, gli austriaci son convinti che l’Italia troverà sempre un modo per sopravvivere. Nonostante ciò, nel suo insieme, la Mitteleuropa non considera il Bel Paese un partner strategico in alcuna delle varie combinazioni di cooperazione geopolitica, economica o militare che in questi anni si stanno facendo strada tra le élite di potere della regione.
Come evidenziato nel numero di Limes «Trimarium, tra Russia e Germania» (12/2017), nello spazio tra Monaco di Baviera, Mar Baltico, Mar Adriatico e confini occidentali della Federazione Russa sono numerose le iniziative di collaborazione che si stanno impostando tra le varie capitali. Le idee presentate dai vari Stati o da leader politici sono eterogenee. Variano da collaborazioni geopolitico-economiche su vasto raggio quali il Trimarium, appoggiato dagli Stati Uniti come cordone sanitario anti-russo e bilanciamento anti-tedesco, a proposte di unione, ispirate dall’esperienza del Benelux, tra i soggetti statali con un passato comune sotto la Corona asburgica 3. Per ora l’esperienza più concreta di tali piani è stata l’istituzionalizzazione della Collaborazione di difesa centro-europea (Cedc) che dal 2010 riunisce Austria, Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Croazia. Il minimo comun denominatore di tutti questi progetti, indifferentemente dal loro grado d’implementazione, è rappresentato dal fatto che l’Italia non ne fa mai parte.

3. Negli anni della guerra fredda, per i paesi della regione la speranza in un futuro prospero e pacifico, tanto nelle discussioni politiche e di governo quanto in quelle spesso semiclandestine – poiché critiche del regime – nei salotti familiari, era rappresentata dal progetto dell’Alpe Adria. Ricordo le sere in cui mio nonno, a metà degli anni Ottanta, nella sua casa della Stiria meridionale facente parte della Jugoslavia socialista, apriva con grande cura la carta geografica dell’Alpe Adria, introdotta di soppiatto dall’Austria, la poggiava sul tavolo di casa e mi descriveva l’agognato futuro. Un’area di cooperazione dalla Baviera al litorale dalmata riunificante popoli dalle comuni tradizioni storiche ed economicamente sinergici comprendente anche buona parte del Settentrione italiano. Oggi dell’Alpe Adria non è rimasto quasi nulla. Giusto un’alleanza di cui le regioni italiane del Nord-Est non fanno più parte, con sede a Klagenfurt e con la missione di connettere attori istituzionali, dalle associazioni di categoria alle Regioni, in una rete d’interessi capace di proporsi per qualche finanziamento europeo 4. Triste fine per un’idea di libertà che tanta speranza aveva ispirato a comuni cittadini e politici visionari. Nonostante il progetto fosse già da anni agonizzante, il colpo finale gliel’ha dato proprio l’Italia con l’abbandono del Gruppo di lavoro Alpe Adria da parte del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia nel 2012.
Le giunte regionali di Venezia e Trieste hanno provato nel primo decennio degli anni Duemila a cavalcare l’idea di un’Euroregione transfrontaliera con Slovenia, Austria e Croazia, ma non sono mai riuscite a contestualizzare seriamente il progetto soprattutto a causa della sempre latente azione di sabotaggio delle iniziative di politica estera delle Regioni da parte del governo di Roma 5. Il timore onnipresente nei palazzi romani è che le regioni settentrionali possano forzare l’interpretazione della costituzione e col tempo effettivamente conquistare un’autonomia eccessivamente prossima all’indipendenza. I progetti di Euroregione e di cooperazioni transfrontaliere fino a oggi proposti mostrano chiaramente che il Nord-Est vede nell’Europa centrale l’opportunità per rilanciarsi e rifarsi dell’isolamento forzato della guerra fredda. I legami con Vienna e Monaco di Baviera non sono solo storia. Proprio per scongiurare tali scenari, l’Italia ha impiegato ben tre anni a recepire il regolamento dell’Unione che nel 2006 istituiva i Gruppi europei di collaborazione territoriale (Gect), mentre sulle possibilità offerte dai Gect il Veneto e il Friuli-Venezia Giulia hanno riversato l’idea dell’Euroregione. Insieme alla Carinzia, ma stavolta senza Slovenia e Croazia, hanno dato vita all’Euregio Senza Confini con cui, prendendo ad esempio il funzionamento dell’Europaregion tra Tirolo, Trentino e Alto Adige, tentare di realizzare diversi progetti di collaborazione transfrontaliera 6.
Nonostante il potenziale teorico di collaborazione, siamo ancora assai lontani dai fulgidi esempi di cooperazione transfrontaliera quali il Pamina, che fin dagli anni Ottanta include tre regioni al confine tra Francia e Germania e più di 500 municipalità, offrendo infrastrutture, mercato del lavoro, servizi e amministrazioni bilingui comuni 7.

Durante l’impero asburgico ben due ferrovie collegavano Vienna a Trieste: la Ferrovia Sud che passava per Lubiana e la Transalpina che dal Regno ceco poteva portare persone e merci fino al porto franco dell’impero passando per la valle dell’Isonzo e per Gorizia. Oggi, nel 2018, le ferrovie fisicamente esistono ancora ma nessun treno va più direttamente da Vienna a Trieste. Da Lubiana i treni diretti verso l’Italia si fermano sul Carso, prima del confine. Si tratta di una situazione assurda, sorta nel 2009 quando Trenitalia ha deciso di sopprimere tutte le corse verso Vienna poiché poco lucrative, mentre ostacolava la concorrenza austriaca proponendo costi di passaggio sulle proprie infrastrutture eccessivamente alti. Ma soprattutto è una realtà che denota la perifericità dell’Italia da un sistema che era logisticamente assai più connesso perfino durante la guerra fredda.
Il porto di Trieste, la cui struttura logistica d’epoca imperiale ha ispirato la costruzione della più grande base di una Marina militare al mondo, quella di Norfolk, voluta nel 1917 da Woodrow Wilson, dal novembre 2017 è nuovamente porto franco. I carichi sono in crescita. Il traffico container è aumentato del 26% nel 2017 e del 13% la movimentazione ferroviaria. La concorrenza del porto di Capodistria, specializzato soprattutto nei container, con fondali di sette metri (meno profondi che a Trieste) e menomato dalla mancanza di un collegamento ferroviario adatto con l’entroterra – la cui costruzione dopo vent’anni di liti politiche e contenziosi giudiziari inizierà comunque in questi giorni – è in sensibile diminuzione.
Trieste attira. E attira soprattutto, di nuovo, l’Europa centrale di cui è lo sbocco a mare per antonomasia, sperando di poter attrarre anche i futuri flussi delle nuove vie della seta tanto propagandate dalla Cina. Per eludere il collo di bottiglia della rete ferroviaria slovena in direzione di Vienna si sta investendo sulla ferrovia Pontebbana tra Trieste e Klagenfurt e sulla rinnovata amicizia con la Baviera verso la quale dal porto triestino parte il 40% del fabbisogno petrolifero tedesco e il 100% di quello bavarese. Lo scorso anno, in occasione della Transport Logistic, la più grande fiera di logistica del pianeta, il ministro bavarese per l’Ambiente Marcel Huber e il suo collega per i Trasporti Joachim Herrmann hanno sottolineato che Trieste è il porto di Monaco di Baviera e che il potenziale del sistema intermodale, ovvero la frequenza dei treni, deve essere aumentata. L’allora presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia Debora Serracchiani ha condiviso tali auspici proponendo una sempre più fattiva applicazione dell’intesa tra la sua Regione e il Libero Stato di Baviera firmata nel 2016, in base alla quale le due entità prevedono di rafforzare le collaborazioni nel campo dei trasporti, dei cluster, della connettività, delle attività produttive e dell’agricoltura 8.
In Baviera, dopo decenni di migrazione interna, la struttura sociale è assai cambiata. Il confluire negli ultimi vent’anni di milioni di persone, attirate dal benessere economico, soprattutto dalle regioni dell’ex Repubblica Democratica Tedesca, ha leggermente annacquato le passioni autonomiste del Libero Stato e la sua tendenza a rientrare in collaborazioni istituzionalizzate dell’Europa centrale escludenti la Germania nel suo intero. Ma questo non ne ha stravolto l’attrattiva economica, sulla quale i paesi della Mitteleuropa continuano a contare. E se Trieste è il porto di Monaco di Baviera, lo è ancora di più dell’Europa centrale nel suo insieme, dato che le merci in arrivo dall’Oriente vi giungono con cinque giorni di anticipo sui carichi inviati ai porti del Nord Europa.

4. L’Italia nel suo insieme non fa parte dell’Europa centrale. Da quando esiste come Stato unitario non è mai riuscita a inserirsi nell’ingranaggio politico-sociale mitteleuropeo. A onor del vero non è mai stata considerata quale attore di rilievo per gli equilibri dell’Europa centrale nemmeno dagli altri grandi della Terra, quando ragionavano sugli assetti geopolitici della regione. È il caso di Winston Churchill, che sfidando la fascinazione di Roosevelt nei confronti di Stalin, durante la seconda guerra mondiale sognava una grande federazione dell’Europa centrale e finanziava attraverso l’MI6 (servizi segreti militari) il Club federale dell’Europa centrale con sedi a Londra e a Roma, ma non assegnava all’Italia alcun ruolo di rilievo nei progetti di ricostituzione di un entità statale transdanubiana capace di fornire stabilità al continente e contenere al tempo stesso la minaccia sovietica 9.
Dell’Europa centrale invece fanno parte e saranno economicamente da questa sempre più attratte le terre un tempo unite nel Regno Lombardo-Veneto insieme a Gorizia e a Trieste, ovvero il vecchio litorale austriaco. Il resto del territorio nazionale rientrerà invece in quell’Europa occidentale che non comprende la Mitteleuropa. Anzi la tratta, come dichiarato a maggio dal ministro degli Esteri austriaco Karin Kneissl alla Conferenza sulla sicurezza dell’Europa centrale tenutasi a Vienna, con saccenza e arroganza. Un atteggiamento frutto di tradizioni e sviluppi storici diversi che secondo Erhard Busek – presidente dell’Istituto per la regione del Danubio dell’Europa centrale, già vicecancelliere austriaco – dovrebbero indurre la costituzione all’interno dell’Unione Europea di una seconda «capitale», oltre a Bruxelles: Cracovia 10Trieste sarebbe il porto di questa seconda capitale anche qualora i flussi commerciali cinesi tardassero ad arrivare. Nonostante la strategia delle vie della seta sia stata da tempo lanciata, dalla documentazione cinese non è ancora chiaro quale possa divenire in futuro il porto di approdo nel Mediterraneo del Sud. E gli investimenti infrastrutturali cinesi nei Balcani, con i quali si sarebbe dovuto collegare il porto del Pireo a Belgrado e a Budapest, tanto decantati in un recente passato, attendono ancora la prova dei fatti e della sensatezza economica.
Tuttavia, pur se le vie della seta non dovessero mai giungere nel Golfo dell’Alto Adriatico – o ancor meglio se vi riuscissero – da Trieste potrebbe anche partire un progetto geopolitico in senso contrario. Nei secoli le regioni dell’Europa centrale hanno esportato il vetro verso l’impero celeste. Perché non pensare a una via del vetro, favorevole agli interessi europei, in direzione dell’Oriente?
A (ri)fare l’Europa centrale saranno le infrastrutture e le opportunità economiche. Non fosse per il rigurgito sovranista degli ultimi anni che abbraccia indistintamente tutte le capitali europee, l’Italia non dovrebbe temere la realizzazione di quella che una volta veniva definita l’Europa delle Regioni. Dovrebbe invece gioire per il fatto che l’estrema periferia orientale del paese, congelata economicamente e socialmente per quasi cento anni, ricominci a respirare e mostrare il proprio potenziale. Un potenziale che in passato aveva raggiunto i suoi massimi splendori nel momento in cui la Mitteleuropa costituiva una parte essenziale degli equilibri planetari, e il Lombardo-Veneto con Trieste e Gorizia ne erano la parte più ricca e logisticamente essenziale.

Note:
1. Cfr. V. Gioberti, Il governo federativo, Roma 2003, Gangemi; C. Balbo, Delle speranze d’Italia, Firenze 1855, Felice Le Monnier.
2. Sul fallimento della politica legata alla Quadrangolare si veda anche L.V. Ferraris, «Dal Tevere al Danubio: l’Italia scopre la geopolitica da tavolino», Limes, «La guerra in Europa», n. 1-2/1993.
3. Si veda L. Gaiser, «La Slovenia batte la Croazia e diventa perno adriatico dell’Europa filoamericana», Limes, «Trimarium, tra Russia e Germania», n. 12/2017.
4. Per una visione storica del valore assegnato all’Alpe Adria si vedano S. Devetak, «The Alpe-Adria as a Multinational Region», Slovene Studies Journal, vol. 10, n. 1/1988; A.G.V. Hyde-Price, The International Politics of East Central Europe, Manchester 1996, MUP. In merito alla configurazione dell’Alleanza Alpe-Adria si possono trovare delle informazioni basilari alla pagina: goo.gl/n3XT9F
5. Sui contrasti che hanno minato il progetto di Euroregione si veda E. Nadalutti, The Effects of Europeanization on the Integration Process in the Upper Adriatic Region, Cham 2015, Springer International Publishing.
6. Informazioni sull’Euregio Senza Confini si possono trovare al sito del Comitato europeo delle Regioni: goo.gl/bDV3iN e al sito ufficiale: goo.gl/9vGYXj
7. Cfr. L. Gaiser, «Vox clamantis in deserto», Radio Ognjišče, 24/4/2017, disponibile alla pagina goo.gl/s7NoZD. Cronologia del progetto Pamina disponibile su goo.gl/Pcq5ij
8. Testo dell’Intesa disponibile su goo.gl/CSb5kh
9. Si vedano J. Levy, The Intermarium: Wilson, Madison & East Central European Federalism, Boca Raton FL 2007, dissertation.com; L. Gaiser, «Replacing Self-Determinism: Finding a Way Beyond Central Europe’s Frictions and Its Slovenian Legacy», Res Novae, vol. 1/2018.
10. Dichiarazione di Erhard Busek in occasione della tavola rotonda tenutasi alla Conferenza sulla sicurezza dell’Europa centrale (Mesc), Vienna, 15/5/2018.

Laris GAISER – Membro dell’Itstime presso l’Università Cattolica di Milano e Senior Fellow al centro studi Globis dell’Università della Georgia (Usa). Insegna Geoeconomia e Geopolitica all’Accademia diplomatica di Vienna.