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domenica 7 aprile 2019

IN LIBIA L' ITALIA HA COMMESSO UN SOLO ERRORE: IL SOLITO - Un articolo di Lucio Caracciolo su Limes On Line -


Quando trattiamo il dossier libico finiamo per tripartirlo nel classico schema energia/terrorismo/migrazioni. Il primo affidato all’Eni, gli altri due a intelligence, Difesa e ministero dell’Interno. A Palazzo Chigi e, dietro le quinte, al Quirinale, resta il disperato tentativo di stabilire una rotta italiana.

Splende la pace in Tripoli latina, recando i dromedarii un sacro odore”.

È passato poco più di un secolo da quando Gabriele d’Annunzio così sobriamente cantava la conquista italiana della quarta sponda, su cui Italo Balbo avrebbe poi inventato la Libia. Di latino, o meno aulicamente d’italiano, a Tripoli e in quella che gli atlanti continuano a designare Libia – di fatto uno spezzatino geopoliticoconteso tra milizie, etnie, tribù varie, e dalle potenze esterne che le sponsorizzano ai propri fini – è rimasto davvero poco.

Ora che le truppe del generale Haftar premono su quella che fu la capitale della Libia, dove in pochi metri quadri è asserragliato il nominale governo del pallido al-Serraj, riconosciuto dall’Onu, sostenuto con calante enfasi dall’Italia e boicottato da molti paesi che fingono di appoggiarlo, è d’obbligo una revisione di quanto (non) abbiamo fatto negli otto anni del dopo-Gheddafi. Non cedendo alla tentazione di cavarcela con l’abituale litania anti-francese.

Certo, Parigi non ha mai collaborato con Roma né in Libia né in Tunisia né nel resto di quello che per noi è il Nordafrica Vicino, per i francesi la frontiera strategica che sigilla il loro pré carré imperiale. Peraltro, la Francia continua a pagare il prezzo dell’avventurismo di Sarkozy, che sarebbe finito in catastrofe già nel 2011 se gli Stati Uniti non fossero venuti in suo soccorso. Né si può omettere che persino l’Italia – in contraddizione con i suoi interessi ma in perfetta continuità con l’inclinazione a cercare uno strapuntino al tavolo dei grandi – volle mettere il suo gettoncino militare nello scavo di un vertiginoso buco nero geopolitico a poche miglia marine dalla Sicilia.

In Libia abbiamo commesso un solo errore. Il solito: niente strategia. Quando trattiamo il dossier libico finiamo per tripartirlo nel classico schema energia/terrorismo/migrazioni. Il primo affidato all’Eni, che proprio ieri ha annunciato l’evacuazione del personale italiano in loco; il secondo e il terzo all’intelligence, alla Difesa ma soprattutto al ministero dell’Interno, ormai evoluto in superdicastero onnicomprensivo, lasciando agli Esteri, in fase atarattica, la routine diplomatica. A Palazzo Chigi e, dietro le quinte, al Quirinale, resta il disperato tentativo di stabilire una rotta italiana. Non solo dei singoli soggetti pubblici o privati coinvolti nella mischia libica, ciascuno concentrato su sé stesso.

Ossessionati dalla presunta emergenza migratoria, ne abbiamo fatto l’alfa e l’omega della questione. Con successo, se consideriamo che i libici sbarcati in questi ultimi due anni in Italia si contano sulle dita delle mani e i flussi via Canale di Sicilia sono pressoché nulli. A costo della scomparsa di migliaia di persone affogate nel Mediterraneo, centinaia di migliaia vessate nei lager locali – su questo siamo perfettamente in linea con la “comunità internazionale”.

Oggi constatiamo che l’assenza di strategia ha ridotto al minimo la nostra influenza nella partita libica e più latamente mediterranea, in cui ci giochiamo una quota decisiva di sicurezza e benessere. Dopo esserci cullati nell’illusione che gli Stati Uniti avessero davvero voluto regalarci la gestione di quel rompicapo geopolitico. Quasi fosse privilegio.

Per renderci conto dell’altezza dello scontro, basta considerare il rango delle potenze coinvolte. Mondiali, non solo regionali. Profittando del relativo disimpegno dell’America, della competizione intestina fra apparati militar-burocratici e poteri politici (ieri la Casa Bianca, a smentire i messaggi obliqui di alcune agenzie nazionali, ha informato Haftar di non avergli mai dato luce verde per la presa di Tripoli), russi e soprattutto cinesi si sono affacciati nel “Mare Nostro”. In particolare nel caos libico, dove paiono trovarsi a perfetto agio. I russi armando fino ai denti Haftar, non gratis.

I cinesi tornando in forze nell’ex Libia. Nel contesto della penetrazione da sud-est della sfera d’influenza americana in Eurafrica, imperniata sull’impegno non solo economico e commerciale nell’area di Suez e nel Mar Rosso. Dopo Gibuti, potremmo veder spuntare basi cinesi in pieno Mediterraneo. Il ribollire del colosso algerino, le incertezze sul futuro della monarchia marocchina allargano il gioco all’intera facciata mediterranea africana. Per esempio spingendo l’Egitto a credere di poter finalmente mettere mano, via Haftar, sulla Cirenaica, contando sull’introversione di Algeri.

Forse è tardi, o forse no, ma provare a fissare i nostri interessi nella regione,per recuperare un’intesa pur minimale ma attiva con Washington, Parigi e Berlino su come evitare che diventi campo altrui o caos permanente, parrebbe esercizio dovuto.


sabato 23 marzo 2019

IL TESTO UFFICIALE DEL MEMORANDUM TRA IL PORTO FRANCO INTERNAZIONALE DI TRIESTE E LA CCCC CINESE -


ACCORDO DI COOPERAZIONE fra AUTORITA’ DI SISTEMA PORTUALE DEL MARE ADRIATICO ORIENTALE – PORTI DI TRIESTE E MONFALCONE E CHINA COMMUNICATIONS CONSTRUCTION COMPANY
Questo Accordo di Cooperazione (l’"Accordo") definisce gli intenti di fondo fra:
- l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, Porti di Trieste e Mofalcone, con il proprio quartier generale a Trieste, in Via K.Von Bruck n.3, definita nel seguito come AdSPMAO.
- la China Communications Construction Company, un’impresa strutturata e costituita secondo le norme della Repubblica Popolare Cinese, avente la propria sede principale al N.85 di Via Deshengmenwai, Distretto Xicheng, Pechino, definita nel seguito come CCCC;
con riguardo alla loro cooperazione in varie sfere dello sviluppo e gestione di infrastrutture, in Italia e in altri paesi; ad entrambe, CCCC e AdSPMAO, si fa riferimento nel seguito come “Parti”.
CONSIDERATO CHE: - la Cina ha individuato la CCCC fra i soggetti chiave per lo sviluppo della cooperazione fra Cina e UE in tema di infrastrutture e trasporti, attraverso l’inserimento della CCCC nella “EU-China Connectivity Platform”, nella quale AdSPMAO è attivamente e ufficialmente coinvolta, nell’ambito del Pilot Expert Group on Pilot Projects”;
- il comitato Inter-governativo Italia-Cina, in occasione della IX Sessione del Comitato stesso tenutasi il 25 gennaio 2019 a Roma, ha riconosciuto, come elemento meritevole di interesse di ambedue i paesi, il progetto dello snodo ferroviario di Trieste (“Trihub” project) presentato dall’AdSPMAO e ufficialmente inserito nella EU-China Connectivity platform, per la sua valenza di opportunità di rinforzo della portualità italiana nei confronti dei potenziali dell’entroterra dell’Europa Centrale e Orientale;
Parte A: L’impresa CCCC, posseduta dallo Stato Cinese, è una delle più grandi imprese mondiali del settore delle infrastrutture, quotata alle borse di Hong Kong e Shanghai.
CCCCè ed è presente in 155 paesi,con un fatturato annuale di gruppo superiore ai 90 miliardi di Dollari USA, dimostrando quindi il possesso di elevato “know-how” nel settore delle infrastrutture di trasporto;
CCCC e le proprie sussidiarie sono impegnate principalmente nell’attività della progettazione, costruzione, finanziamento e gestione di infrastrutture di trasporto, dragaggi, sviluppo urbanistico e di zone industriali, produzione di meccanica pesante..
CCCC è uno dei pionieri leder nell’Iniziativa Belt and Road (BRI), l’iniziativa consistente nella realizzazione congiunta della “Silk Road Economic Belt” e della Maritima Silk Road del 21 secolo (Belt and Road Initative BRI), iniziata dal Presidente Cinese Xi Jinping, nell’ottobre 2013.
Parte B: AdSPMAO amministra, promuove e sviluppa i porti del Mare Adriatico Orientale (Trieste, con le proprie zone franche, e il porto di Monfalcone).
Il sistema ferroviario e il trasporto intermodale rappresentano un essenziale vantaggio competitivo di natura strategica per AdSPMAO che gestisce, in cooperazione con altri portatori di interesse aventi natura pubblica, lo sviluppo dell’infrastruttura ferroviaria all’interno del porto e, attraverso soggetti controllati, nodi ferroviari/intermodali collocati nella regione portuale.
AdSPMAO coopera, a vari livelli e in conformità al ruolo di promotore e coordinatore che la legislazione portuale attribuisce alle Autorità di Sistema, con tutti i portatori di interesse rilevanti, per supportare lo sviluppo di impianti e servizi ferroviari/intermodali, lungo i percorsi che connettono il porto ai principali mercati dell’entroterra, in Italia e in altri paesi.
AdSPMAO ha, fra i propri obiettivi strategici, lo sviluppo di collaborazione strutturale – anche mediante imprese controllate da AdSPMAO - con terminali intermodali chiave collocati nella propria area di mercato per i servizi ferroviari merci, in particolare nei paesi dell’Europa Centrale e Orientale;
Nella cornice della “Belt and Road Initiative”, AdSPMAO è fortemente interessata a esplorare opportunità di cooperazione con primarie imprese cinesi possedute, anche in una prospettiva di interesse pubblico, dallo Stato Cinese, com’è CCCC, le quali operino nel settore dello sviluppo e gestione di infrastrutture;
AdSPMAO, nell’ambito della UE-China Connectivity Platform ha preentato il progetto “Trihub” consistente in un piano integrato di rinforzo del sistema infrastrutturale ferroviario nell’area compresa fra Cervignano del Friuli, Villa Opicina e Trieste, sviluppato in collaborazione con il gestore della rete ferroviaria italiana (Rete Ferroviaria Italiana S.p.a. – RFI
***
Con riguardo all’interesse comune:
a) a migliorare – attraverso progetti qualificati, investimenti e gestione infrastrutturale di alta qualità - il potenziale ferroviario/intermodale dei porti di Trieste e Monfalcone, in termini di capacità ferroviaria e ampiezza/qualità di servizi intermodali, sia nella regione portuale dell’Adriatico Orientale sia nel retroterra ferroviario merci dell’Europa Centrale e Orientale;
b) e, più in generale, a incrementare le reciproche opportunità riguardanti attività condotte in collaborazione, in Europa e in Cina;
dato che le parti desiderano congiuntamente sviluppare le loro attività economiche secondo quanto definito in questo Accordo;
le Parti si accordano su quanto segue.
I. Obiettivi di Cooperazione
Le Parti condividono, in particolare, che vi sono grandi opportunità, utili agli interessi comuni di ambedue le parti, per stabilire relazioni cooperative volte a esplorare opportunità di supportare, in collaborazione, lo sviluppo di progetti qualificati, di investimenti e di gestione altamente qualificata di infrastrutture, finalizzata a incrementare il potenziale ferroviario/intermodale dei porti di Trieste e Monfalcone.
Ia. Progetti in Italia
Con riferimento alle infrastrutture ferroviarie localizzate in Italia, nella regione portuale del Mare Adriatico Orientale, le parti richiamano il comune interesse allo sviluppo del Progetto “Trihub” ufficialmente inserito nell’iniziativa “EU/China Connectivity Platform” e, quindi, sono d’accordo nel pianificare passi concreti capaci di velocizzare, in collaborazione con il gestore italiano della rete ferroviaria (Rete Ferroviaria Italiana – RFI), l’implementazione del progetto TRIHUB, focalizzandosi in particolare su quelle componenti (es. stazioni) nelle qual obiettivi pubblici e privati potrebbero convenientemente convergere. Specifica attenzione sarà prestata alle opportunità relative alla pianificata “piattaforma ferroviaria intermodale di Servola”e alla nuova piattaforma ferroviaria intermodale di Aquilinia (quest’ultima inclusa in un area sotto diretto controllo di AdSPMAO), collocate nell’area del porto di Trieste.
Ib. Progetti condivisi nell’Unione Europea
Con riguardo a altre infrastrutture ferroviarie/intermodali collocate nel retroterra portuale, le parti si richiamano al comune interesse allo sviluppo di impianti intermodali (“terminali inland”) localizzati in aree chiave del mercato geografico obiettivo dei porti dell’Adriatico Orientale. Considerato che CCCC è coinvolta nello sviluppo di un nuovo impianto intermodale a Kosiče (Slovacchia), e che AdSPMAO ha, fra i propri obiettivi strategici, lo sviluppo di forme di collaborazione con importanti terminal intermodali collocati nel retroterra portuale, le Parti desiderano valutare opportunità di sviluppare forme strutturali di cooperazione con riferimento a questo specifico progetto.
Ic. Progetti condivisi in Cina
Inoltre, le Parti sono d’accordo di esplorare e valutare le possibilità di sviluppare forme di cooperazione, anche di natura strutturale, su progetti (ad esempio relativamente a sviluppi immobiliari logistici/industriali) e su altre attività localizzate in Cina, aventi per obiettivo la facilitazione del commercio, dei flussi logistici e, più in generale, le opportunità economiche di interesse dei due paesianche nella prospettiva della promozione di dialogo e collaborazione fra sistemi imprenditoriali locali.
II. Perimetro della cooperazione e meccanismo cooperativo.
(1) Le Parti confermano entrambe di stabilire una collaborazione di lungo periodo e di ampio raggio in tema di sviluppo infrastrutturale. Gli obiettivi di cooperazione specificamente stabiliti sono da considerare come un punto di partenza per eventuali ulteriori attività collaborative nel campo delle infrastrutture di trasporto.
(2) Le parti si impegnano a creare buone condizioni per la cooperazione, di onorare gli impegni, assicurando l’interesse reciproco.
(3) Nella prospettiva di implementazione concreta di questo Accordo, AdSPMAO potrà prendere in considerazione anche le opportunità di collaborazioni attraverso proprie società partecipate, nel rispetto della normativa nazionale italiana e comunitaria.
(4) Tutte le decisioni e le attività relative all’attuazione, affidamento e implementazione dell’Accordo dovranno essere pienamente conformi alla legislazione nazionale italiana e comunitaria e alle regole in vigore nell’Unione Europea.
(5) Subito dopo l’esecutività di questo Accordo, un “Gruppo di Lavoro Congiunto” dovrà essere formato per riunirsi regolarmente, valutare e coordinare la cooperazione oggetto di questo Accordo.
(6) Entro tre mesi dalla firma di questo Accordo, le parti dovranno definire un programma operativo più dettagliato, con una “road-map”, finalizzato all’implementazione dell’Accordo. In questo processo, con riferimento agli aspetti relativi al progetto “Trihub”, il gestore dell’infrastruttura ferroviaria italiano sarà coinvolto ufficialmente.
(7) Questo Accordo che costituisce una dichiarazione di intenti dovrà essere interpretato in accordo con il desiderio delle Parti di cooperare e con i principi della correttezza e della fiducia. Qualunque controversia derivante da questo accordo o relativa alla sua interpretazione, dovrà essere risolta attraverso consultazioni amichevoli fra le due Parti.
(8) Questo Accordo dovrà essere predisposto come documento trilingue in inglese, cinese e italiano e in caso di qualunque discrepanza fra le versioni cinese e italiano, prevarrà la versione inglese. Ambedue le Parti produrranno duplicati (2) rispettivamente, e ogni parte dovrà conservare un (1) originale. Questo accordo assume validità non appena firmato e timbrato.

giovedì 21 marzo 2019

XI JINPING IN ITALIA: OBIETTIVI E POSSIBILI CONSEGUENZE DELLA VISITA un articolo di Giorgio Cuscito per LimesOnLine



Il presidente cinese dovrebbe assistere all’adesione di Roma alle nuove vie della seta. Cinquanta le intese in ballo. Infrastrutture e 5G gli argomenti più delicati. Usa e Ue non resteranno a guardare.



La visita del presidente cinese Xi Jinping in Italia sarà un passo fondamentale nei rapporti tra Roma e Pechino.

Xi arriverà a Roma il pomeriggio del 21 marzo e il giorno dopo incontrerà l’omologo Sergio Mattarella, visiterà Camera e Senato e parteciperà al business forum congiunto bilaterale. Il 23 mattina dovrebbe firmare con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte il "famigerato" memorandum di adesione alla Belt and Road Initiative (Bri, o nuove vie della seta) e assisterà alla conclusione di una serie di intese tra enti italiani e cinesi. Xi si recherà poi a Palermo, formalmente per una visita privata. Il 24 mattina il presidente cinese lascerà la Penisola per recarsi nel Principato di Monaco e in Francia.

L’Italia ha affermato che l’obiettivo del memorandum è rafforzare i rapporti esclusivamente sul piano economico e che il documento non è vincolante sul piano legale. Eppure agli occhi degli Stati Uniti il gesto ha un forte valore simbolico, poiché appoggeremmo esplicitamente il progetto geopolitico cinese. Altri membri dell’Unione Europea (per esempio Grecia, Portogallo e Malta) hanno sottoscritto il documento, ma la caratura strategica dell’Italia è superiore: è un paese del G7, è posizionata nel cuore del Mar Mediterraneo e soprattutto ospita diverse basi militari Usa e Nato. Di qui le proteste di Washington, che pretendeva di essere consultata da Roma prima di compiere un simile passo. Soprattutto ora, che la competizione tra Usa e Cina sul piano economico, tecnologico e militare si fa più marcata.

È probabile che Roma e Pechino firmino una versione edulcorata del documento per non indispettire ulteriormente gli Usa e i paesi europei.

Il dibattito in Italia sull’adesione alla Bri è emerso tardivamente. Roma ha dato segno di voler far parte dell’iniziativa già nel 2015, quando è diventata uno dei 57 membri fondatori dell’Asian infrastructure investment bank (Aiib), che finanzia le infrastrutture lungo le nuove vie della seta. Due anni dopo, l’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni è stato l’unico leader del G7 a partecipare al primo forum della Bri, ipotizzando futuri investimenti cinesi a Genova e Trieste. Queste manovre hanno spinto le autorità portuali a cercare con insistenza partner nella Repubblica Popolare.
Il governo Lega-Movimento 5 Stelle ha intensificato i viaggi ufficiali in Cina. Basti pensare a quelli del sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci (a capo della task force Cina), del ministro dell’Economia Giovanni Tria ad agosto e quello del vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio a settembrea novembre.

Germania, Francia e Regno Unito intrattengono con la Cina relazioni economiche di dimensioni nettamente superiori. Da quando Xi è diventato segretario del Partito comunista nel 2013 ha visitato Berlino, Parigi e Londra, ma mai Roma. Inoltre, nessuno di questi governi ha firmato il memorandum sulle nuove vie della seta. Tale accortezza lascia intendere quanto sia delicato compiere un simile gesto. La scorsa settimana (mentre l’Italia organizzava il viaggio di Xi) la Commissione Europea ha definito la Repubblica Popolare un “rivale sistemico” e ha proposto un piano d’azione in dieci punti per dare maggiore equilibrio ai rapporti con Pechino sul piano commerciale e tecnologico. Lasciando intendere che il nuovo corso della collaborazione sino-italiana affronterà un contesto sfavorevole.

Il memorandum e gli accordi

Durante la visita di Xi, i principali enti italiani pubblici e privati potrebbero concludere con gli omologhi cinesi fino a 50 intese. Infrastrutture e tecnologia sono argomenti di fondamentale rilievo.

A margine del vertice, i porti di Genova e Trieste potrebbero avviare delle collaborazioni con aziende cinesi quali China communications construction company (Cccc) e China Merchants. I due scali marittimi ambiscono ad incanalare quantità maggiori dei flussi commerciali tra Oriente e Occidente. Genova dovrebbe formare con Cccc una società che aiuti nelle fasi di appalto di alcune opere relative al porto. In una conversazione con Limes, il presidente dell’autorità portuale di Trieste Zeno D’Agostino ha detto che quest’ultima non rinuncerà alla gestione del porto, come avvenuto nel caso del Pireo in Grecia. Un eventuale investimento potrebbe riguardare la costruzione di un nuovo molo o della piattaforma logistica.
E' annunciata la firma di un accordo di massima tra Autorità Portuale di Trieste e la CCCC riguardante il potenziamento dei collegamenti ferroviari del Porto con l' Europa. E' denominato "Trihub" e si realizza nell' ambito dei progetti della UE.

Visita privata a parte, non è chiaro quale sia il reale proposito del viaggio di Xi in Sicilia. Palermo è la città natale di Mattarella e di Geraci, che ha di fatto gestito il dossier cinese. Una delle ipotesi è che la Cina sia interessata al porto della città. Indirizzare gli investimenti (non solo) cinesi nella valorizzazione del Sud Italia sarebbe in linea con i nostri interessi nazionali. Sia per migliorare qui la qualità della vita sia per restituire un ruolo strategico alla Penisola quale ponte tra Europa e Africa.

Il memorandum potrebbe comprendere la collaborazione nel campo delle telecomunicazioni. A prescindere dalla sua esplicita menzione, è bene notare che già da qualche anno i giganti tecnologici cinesi Huawei e Zte collaborano con enti pubblici e privati italiani per la sperimentazione del 5G sul nostro territorio. Gli Usa hanno in più occasioni affermato che la Cina si serve delle due aziende per condurre attività spionistiche all’estero – ossia quello che Washington fa servendosi dei colossi informatici californiani quali Google, Facebook e Apple.
Huawei ha aperto in Italia due centri per l’innovazione congiunta nel campo delle smart and safe cities: laboratori dove si progettano le soluzioni per elevare il grado di efficienza e di sicurezza nelle città del futuro. La Cina impiega l’intelligenza artificiale anche per migliorare le capacità operative delle proprie Forze armate e il già capillare sistema di monitoraggio della popolazione.

La rinuncia alla collaborazione con la Cina in quest’ambito sarebbe quantomeno frettolosa. Germania, Francia e Regno Unito conducono sperimentazioni simili e non hanno ancora sbarrato la porta alla tecnologica cinese. Si potrebbero preservare i progetti in corso ed elaborare cornici legali e cibernetiche tali da proteggere i nostri interessi – come deciso dal Consiglio dei ministri del 20 marzo – e tranquillizzare gli Stati Uniti. La stessa Apple ha dei data center in Cina e Pechino ha certamente preso provvedimenti per tutelare le proprie infrastrutture critiche.

Il vertice sino-italiano potrebbe favorire una maggiore collaborazione con l’Aiib. È tuttavia improbabile che gli investimenti cinesi facciano cadere l’Italia nella cosiddetta trappola del debito. A differenza di quanto possa accadere in paesi come Gibuti, Pakistan o Malaysia, difficilmente Pechino potrà far leva sull’eventuale finanziamento del nostro debito pubblico per acquisire asset strategici.

Secondo Reuters, Cassa Depositi e Prestiti potrebbe raggiungere un accordo per l’emissione dei cosiddetti “panda bond”, obbligazioni in yuan destinate a investitori della Repubblica Popolare che finanzierebbero così le imprese italiane attive in Cina.

Xi cercherà anche di rafforzare il soft power della Repubblica Popolare in Europa. In tal senso sono rilevanti sia lo scambio epistolare tra il presidente e il Convitto nazionale di Roma sia l’articolo da lui firmato sul Corriere della Sera. Xi ha invitato gli studenti dell’Istituto Confucio a recarsi studiare in Cina e a contribuire alle relazioni sino-italiane, come dei “Marco Polo della nuova era”. Soprattutto, nell’articolo sulla testata italiana, Xi sottolinea che “l’amicizia tra Italia e Cina si condensa in una forte fiducia strategica”. Insomma per Pechino la collaborazione intavolata con Roma va ben oltre la questione strettamente economica: servirà per lucidare il marchio cinese agli occhi del mondo.

Un incontro informale tra Xi e papa Francesco è improbabile. Bergoglio avrebbe già dato la sua disponibilità, il ministero degli Esteri cinese sostiene di non saperne nulla. Pechino e Santa Sede non intrattengono ufficialmente relazioni diplomatiche e i rapporti sono storicamente complessi. Lo scorso settembre, le due parti hanno firmato un accordo provvisorio e riservato sulla nomina dei vescovi in Cina. Pechino ha rinunciato a un frammento di sovranità, lasciando che la nomina sia formalmente attribuita al pontefice. La Repubblica Popolare spera che un rinnovato rapporto con il Vaticano migliori la propria immagine internazionale, ma una visita di Xi presso la Santa Sede potrebbe essere prematura per entrambe le parti. Realizzare un incontro lontano dal Vaticano sarebbe più semplice.

Il viaggio di Xi inciderà certamente sulle reazioni degli Usa e dei paesi europei. Qualora l’Italia non trovasse un’intesa con gli Usa e Bruxelles sul grado di cooperazione pratica con la Cina, potrebbe operare in un contesto geopolitico inospitale. Per esempio, Washington potrebbe allentare la collaborazione con Roma in tema di intelligence o convincere le principali agenzie di rating (tutte statunitensi) ad alimentare la sfiducia dei mercati nei confronti del nostro paese. Danneggiando quindi la nostra economia e vanificando gli sforzi fatti da Roma per diventare uno snodo rilevante delle nuove vie della seta.

mercoledì 20 marzo 2019

IL PRESIDENTE XI JINPING PUBBLICA UN SUO ARTICOLO SUL CORRIERE DELLA SERA - "UN PATTO STRATEGICO CON L' ITALIA" - IL TESTO INTEGRALE



Domani inizia la visita di Stato in Italia di Xi Jinping. Per l’occasione, il presidente della Repubblica popolare cinese ha scritto un articolo in esclusiva per il Corriere nel quale si sottolinea l’antica consuetudine di amicizia tra i due Paesi e i numerosi campi nei quali la cooperazione può ancora crescere.

«Italia-Cina, l’ora di nuovi accordi»
di Xi Jinping

Sono molto lieto, in un momento di grande fermento e rinnovamento come quello attuale, di aver accolto l’invito del presidente Mattarella ad effettuare una visita di Stato in Italia.
Nel 2011 venni a Roma per partecipare alle celebrazioni per i «Centocinquant’anni dell’Unità d’Italia» e nel 2016 ho nuovamente varcato il confine italiano facendo scalo in Sardegna.
Lo stile di vita e il modello industriale italiano che integra antico e moderno, classicità e innovazione, mi ha profondamente colpito. Essere ancora una volta qui sul suolo del Bel Paese e incontrare i miei cari amici italiani mi fa sentire estremamente a mio agio.
L a Cina e l’Italia sono rispettivamente emblema della civiltà orientale e occidentale e hanno scritto alcuni dei più importanti e significativi capitoli della storia della civiltà umana. L’Italia è la patria dell’antica civiltà romana e la culla del Rinascimento e il suo patrimonio di grandi monumenti, di capolavori artistici e letterari è ormai diffusamente noto in Cina. I contatti tra le due grandi civiltà, cinese e italiana, affondano le loro radici nella storia.
Già più di duemila anni fa, l’antica Via della Seta ha permesso il collegamento tra l’antica Cina e l’antica Roma, nonostante le grandi distanze che le separavano.
La dinastia Han inviò Gan Ying in missione alla ricerca di ciò che chiamavano «Da Qin» o «Grande Qin» che si riferiva proprio all’impero romano, mentre nei componimenti del poeta Virgilio e del geografo romano Pomponio Mela si trovano molteplici citazioni del «Paese della seta».
In seguito, il «Milione» di Marco Polo scatenò la prima «passione per la Cina» della storia occidentale e il suo autore divenne un pioniere dei contatti tra la cultura orientale e quella occidentale, modello a cui si ispirano ancora oggi gli ambasciatori dell’amicizia.
Giunti all’epoca moderna, seguendo le orme lasciate dai predecessori sulla strada dell’amicizia, i rapporti bilaterali tra Cina e Italia hanno vissuto molti rinnovamenti che hanno portato sempre nuove opportunità. Nel 1970 la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica Italiana hanno instaurato le relazioni diplomatiche, e nel 2020 ne celebreremo il 50esimo anniversario. Dopo l’allacciamento delle relazioni diplomatiche, a prescindere da quali tempeste hanno interessato la scena internazionale, i due Paesi sono stati un esempio di cooperazione di mutuo vantaggio basata su fiducia reciproca e sulla stretta cooperazione tra Paesi con sistemi sociali, background culturali e fasi di sviluppo diversi.
L’amicizia tradizionale tra Italia e Cina è solida ed è riuscita a rinnovarsi sempre nel corso della sua lunga storia divenendo una colonna portante per il rapido e stabile sviluppo dei rapporti bilaterali.
L’amicizia tra Italia e Cina si radica in una ricca eredità storica. I contatti in più di duemila anni hanno gettato le basi del rispetto reciproco e dell’apprendere l’uno dall’altro, della fiducia reciproca e della mutua comprensione, concetti che si sono trasformati nei garanti stabili e continuativi della tradizionale amicizia che ci accomuna.
Di fronte alle evoluzioni e alle sfide del mondo contemporaneo, i due Paesi fanno appello alla loro preziosa e lunga esperienza e immaginano insieme gli interessanti scenari capaci di creare un nuovo modello di rapporti internazionali basati sul rispetto reciproco, sull’uguaglianza e la giustizia e sulla cooperazione di mutuo vantaggio, costruendo un futuro condiviso dell’umanità. L’amicizia tra Italia e Cina si condensa in una forte fiducia strategica. I leader dei due Paesi hanno sempre guardato e sviluppato i rapporti bilaterali con un approccio strategico e una visione lungimirante. Da quando, nel 2004, i due Paesi hanno istituito il partenariato.
 Nel 2018, l’interscambio commerciale bilaterale ha superato la soglia dei 50 miliardi di dollari e gli investimenti bidirezionali cumulativi hanno superato i 20 miliardi.
Il Made in Italy è divenuto sinonimo di prodotti di alta qualità, la moda e l’arredamento italiani incontrano pienamente il gusto dei consumatori cinesi; la pizza e il tiramisù piacciono ai giovani cinesi. I due Paesi hanno raggiunto traguardi importanti nella cooperazione in ambiti come i satelliti e l’aviazione civile; la Settimana Cina-Italia della Scienza, della Tecnologia e dell’Innovazione, le pattuglie congiunte tra le forze dell’ordine e le attività di formazione calcistica sono state accolte molto positivamente dai popoli dei due Paesi. L’amicizia tra Cina e Italia si tramanda in forti scambi culturali.
I popoli cinese e italiano hanno sempre mostrato grande interesse nello studio della cultura l’uno dell’altro. Un professore cinese iniziò a tradurre la Divina Commedia di Dante all’età di settant’anni e l’opera si rivelò talmente ardua che solo dopo 18 anni, sul letto di morte, riuscì a completarla.
In Italia i sinologi sono numerosi e hanno svolto il ruolo di ponte nei rapporti tra Cina ed Europa a partire dalla prima grammatica della lingua cinese scritta per l’Occidente da Martino Martini a «Italia e Cina» di Giuliano Bertuccioli e Federico Masini: tutti hanno aiutato a far rimanere sempre viva la passione per la sinologia nella penisola italiana. La letteratura Il noto scrittore italiano Alberto Moravia ha scritto: «Le amicizie non si scelgono a caso ma secondo le passioni che ci dominano».
Il mondo odierno sta subendo profondi cambiamenti mai visti in un secolo, di fronte a ciò la storia ci affida la responsabilità di innalzare i rapporti sino-italiani e portarli a un nuovo livello e di tutelare insieme la pace, la stabilità e di far crescere la prosperità.
Io desidero, con questa mia visita, di tracciare, insieme ai leader italiani, le linee guida dei rapporti bilaterali e di condurli nella nuova era. Siamo pronti, insieme alla controparte italiana, a sviluppare ulteriormente il partenariato strategico globale, a stringere maggiormente i legami ai massimi livelli e a rafforzare la cooperazione a tutti i livelli tra i nostri governi, parlamenti, partiti ed enti locali; a rafforzare la comunicazione politica, a promuovere la fiducia e i matching strategici, a continuare a comprendere e a sostenere a vicenda gli interessi e i temi più cari alla controparte e a gettare le basi politiche dei rapporti bilaterali.
Siamo pronti, insieme alla controparte Italiana, a costruire  insieme la Belt and Road — la Nuova Via della Seta, sviluppando appieno i punti di forza storici, culturali e geografici che la cooperazione tra i due Paesi sotto l’egida della Belt and Road può portare. Impegnandoci a collegare l’idea di interconnessione e connettività propria dell’iniziativa Nuova Via della Seta ai progetti italiani di «costruzione dei porti del Nord» e «investire in Italia» al fine di creare una nuova era per la Belt and Road in settori come la marina, l’aeronautica, l’aerospazio e la cultura.
Siamo pronti, insieme alla controparte italiana, ad ampliare i settori della cooperazione fattiva. La Cina continuerà ad ampliare la sua apertura con strumenti come l’organizzazione, su base annuale, di eventi come la China Import Expo che permettono di condividere le grandi opportunità che il mercato cinese presenta con i Paesi del resto del mondo, Italia compresa. Italia e Cina possono sviluppare il potenziale di cooperazione in settori come la logistica portuale, il trasporto marittimo, le telecomunicazioni e il medicofarmaceutico e incentivare le rispettive aziende ad avviare progetti di cooperazione nei mercati terzi per realizzare una cooperazione di mutuo vantaggio e che risponda agli interessi di tutti.
Siamo pronti, insieme alla controparte Italiana, a stringere ancora di più i contatti in ambito umanistico-culturale. Cina e Italia, in quanto Paesi che detengono il maggior numero di siti Unesco al mondo, vantano ricchissime risorse turistiche e culturali. I due Paesi devono rafforzare i gemellaggi tra i loro siti Unesco e incoraggiare la co-organizzazione di mostre d’arte ed esposizioni dei patrimoni culturali, la co-produzione di opere cinematografiche e audiovisive da parte degli istituti e organizzazioni culturali.
Dobbiamo consolidare l’insegnamento delle nostre lingue, promuovere gli scambi tra persone in modo da apportare un nuovo e maggiore contributo alla diversità culturale mondiale e all’incontro, all’apprendimento reciproco tra universi culturali diversi.
Siamo pronti, insieme alla controparte Italiana, a rafforzare il coordinamento sull’agenda internazionale e in seno alle organizzazioni multilaterali. La Cina è disponibile per consolidare la comunicazione e la sinergia con l’Italia in seno alle Nazioni Unite, al G20, all’Asem e all’Organizzazione Mondiale del Commercio su tematiche come la governance globale, il mutamento climatico, la riforma dell’Onu e del Wto e altre questioni rilevanti, al fine di tutelare gli interessi comuni, promuovere il libero scambio e il multilateralismo e proteggere la pace e la stabilità mondiale e consentire uno sviluppo fiorente.
Ripercorrendo la storia degli ultimi 50 anni è evidente come i rapporti sino-italiani abbiano radici profonde e abbiano già ottenuto numerosi risultati.
Guardando alla nuova era, la cooperazione sinoitaliana ha un futuro roseo e prospettive di sviluppo ampie. Il popolo cinese è ansioso di unire le forze con gli amici italiani per coltivare insieme il terreno dei rapporti bilaterali e far sì che possa giungere a una nuova e più ricca fioritura e che l’amicizia tra Cina e Italia possa rinnovarsi costantemente.



lunedì 18 marzo 2019

TRIESTE CELEBRA GLI ASBURGO E I 300 ANNI DI PORTO FRANCO - Articolo di Laris GAISER originariamente pubblicato su La Verità


Articolo di Laris GAISER originariamente pubblicato su La Verità (clicca QUI)
il 18 marzo di trecento anni fa l’imperatore
Carlo VI d’Asburgo segnava il destino di Trieste donandole la patente di porto franco.
Grazie a quella provvidenziale decisione e alla successiva strategia di sviluppo commerciale esplicitamente sostenuta anche da
Maria Teresa e da Giuseppe II un piccolo borgo divenne una delle più fiorenti e ricche città d’Europa.
Dal 1719 fino alla prima guerra mondiale, con cui l’Italia l’ha strappata al suo entroterra di riferimento, Trieste ha influito pesantemente sullo sviluppo dei rapporti geoeconomici mondiali e soprattutto sullo sviluppo dei rapporti con l’Oriente a causa della cui importanza furono proprio le compagnie triestine a proporre per prime la costruzione del canale di Suez quando francesi ed inglesi ragionavano ancora di collegamenti ferroviari tra il Cairo ed il Mar Rosso.
Con l’annessione all’Italia la città, come prognosticato all’epoca da
Luigi Einaudi, perse il senso della sua esistenza.
Ancora peggiore fu il periodo della guerra fredda in cui Roma e i suoi alleati non avevano alcun interesse a favorire la vivacità del locale porto che inevitabilmente avrebbe sostenuto i sistemi produttivi dei Paesi socialisti centroeuropei.
Oggi, grazie al crollo del comunismo e al rifiorire dell’economia nella regione, Trieste sta ritornando protagonista.
Le persone celebrano i fasti passati discutendo animatamente su come rilanciare il futuro e Il periodo pre-unitario non è più un tema politicamente scorretto.
Proprio la settimana scorsa i cittadini hanno partecipato ad un referendum pubblico per scegliere il monumento da erigere a Maria Teresa. Un tallero gigante con la sua effige sarò posto nel cuore del quartiere da lei voluto alle spalle del porto. Il Comitato per l’erezione della statua, guidato da
Massimiliano Lacota, che ha raccolto i fondi necessari, spera si possa così rendere omaggio alla regina che di Trieste fece una metropoli vivace e magari anche mandare un messaggio, non proprio velato, a Roma.

Il porto, la cui struttura logistica d’epoca imperiale ha ispirato la costruzione della più grande base di una marina militare al mondo, quella di Norfolk, voluta nel 1917 da
Woodrow Wilson, da novembre 2017 è nuovamente porto franco.
I carichi sono in crescita. Il traffico container è aumentato nel 2018 del 49% in confronto al 2016 e del 13% la movimentazione ferroviaria trasformando lo scalo giuliano nel primo porto ferroviario d’Italia.
Nel 2016 in occasione della manifestazione Transport Logistic, la più grande fiera logistica del mondo, il ministro bavarese per gli affari federali e progetti speciali
Marcel Huber ed il suo collega per i trasporti Joachim Hermann hanno chiesto che il potenziale del sistema intermodale, cioè la frequenza dei treni, venisse aumentata sottolineando come Trieste sia il porto della Baviera da cui passa il 40% di tutto il fabbisogno petrolifero tedesco ed il 100% di quello bavarese.

L’ Autorità portuale negli ultimi anni ha favorito l’inserimento sui moli di diverse realtà straniere tra cui il Belgio, la Danimarca, l’Iran sperando che i contatti instaurati con Pechino potessero farlo divenire il terminale naturale della futura via della seta dato che ormeggiando a Trieste, anziché nei grandi porti del Nord Europa, le merci raggiungono il cuore del continente con cinque giorni d’anticipo.
L’Italia unita non ha mai trovato la sintonia col mondo esistente alle spalle di Trieste diviso e al tempo stesso unito per secoli dagli idiomi tedeschi, slavi ed ungherese in cui l’inno imperiale – non a caso intitolato Inno del Popolo – poteva essere cantato ufficialmente in tredici lingue diverse, tra cui anche il friulano, e nel cui parlamento ognuno aveva il diritto di esprimersi nella parlata più familiare.
Tuttavia, in questi ultimi anni pareva che la tendenziale mancanza di iniziativa geopolitica di Roma nei confronti dell’Europa centrale potesse favorire il dinamismo commerciale autoctono dei triestini e la loro disperata voglia di ritornare ai fasti del passato.
In questo contesto la firma del memorandum di cooperazione tra l’Italia e la Cina potrebbe però portare molti più danni che benefici facendo ritornare Trieste nuovamente ostaggio di giochi geopolitici sui quali ha ben poco controllo.
Nel molto probabile caso in cui gli Stati Uniti d’America, del cui impero siamo un tassello non irrilevante e con i quali non abbiamo avuto l’accortezza diplomatica di discutere preventivamente un nostro eventuale ingaggio all’interno del progetto commerciale cinese, dovessero optare per una pesante rappresaglia politico-economica nei confronti del Belpaese Trieste ne risentirebbe pesantemente.
Oltre le colline carsiche e lungo il litorale adriatico, Washington è impegnata a lanciare il progetto del Trimarium, cioè di un nuovo sistema di contenimento politico ed infrastrutturale della Russia e della Cina.
Trieste, dialogando con Washington, avrebbe tanto da guadagnaci. Potrebbe perfino divenire un dormiente cavallo di Troia occidentale nel cuore del sistema geopolitico Cinese esattamente come, a parti invertite, accaduto per il Pireo. Qualora il governo riuscisse a comprendere l’importanza dei giochi in atto rivedendo la propria postura disporrebbe di Trieste per sostenere gli alleati senza rinunciare, piratescamente, agli investimenti orientali.
Si tratterebbe di trovare e comunicare un bilanciamento degli interessi a cui la storia italiana non è del tutto estranea se si pensa ai rapporti trattenuti da Roma, con il silente beneplacito americano, durante la guerra fredda con molti Paesi geopoliticamente scomodi.






mercoledì 13 marzo 2019

PECHINO CERCA ROMA, MEGLIO NON PERDERE L’ULTIMO TRENO - Articolo di G.Cuscito sull' ultimo numero di LImes


L' articolo e' pubblicato sull' ultimo numero di Limes uscito il 5 marzo, prima dello scoppio delle note polemiche.
Stiamo organizzando un incontro con Giorgio Cuscito dopo la visita di Xi Jinping per commentarla. Presumibilmente sarà i primi di aprile.



L’adesione alla Belt and Road Initiative rilancerebbe il ruolo della Penisola sulle due sponde del Mediterraneo, se non valicassimo le linee rosse fissate da Washington per i suoi clienti. Un paese europeo tramite con l’Impero del Centro potrebbe far comodo agli Usa.
di 


L’Italia è diventata un tassello rilevante nella competizione tra Stati Uniti e Cina in Europa. A fine marzo, il presidente della Repubblica Popolare Xi Jinping visiterà la Penisola e Roma firmerà il memorandum di adesione alla Belt and Road Initiative (Bri, o nuove vie della seta). La sottoscrizione del documento, non vincolante sul piano legale, favorirà gli investimenti cinesi nelle infrastrutture italiane, a cominciare da quelle portuali del Settentrione. Soprattutto, l’Italia diventerebbe il primo paese del G7 a sposare ufficialmente il progetto geopolitico lanciato da Xi nel 2013 per accrescere l’influenza dell’Impero del Centro nel mondo.



La Repubblica Popolare vede da tempo nella Penisola un rilevante partner economico, dotato di una posizione strategica nel cuore del Mar Mediterraneo e a pochi chilometri dal ricco Nord Europa. Dopo un anno di contatti intensi con Pechino, Roma aveva deciso di siglare il memorandum già lo scorso novembre a Shanghai, a margine della prima esposizione internazionale per le importazioni del­la Cina.

All’ultimo momento, il governo italiano ha fatto un passo indietro, probabilmente su pressione degli Usa. Washington non gradisce gli investimenti cinesi nella Penisola, sua area di influenza. Ed è preoccupata perché l’Italia collabora con la Repubblica Popolare nello sviluppo del 5G, la connessione mobile ultraveloce da cui a breve dipenderà la comunicazione tra utenti e la gestione dell’«Internet delle cose», che permette di monitorare e utilizzare qualunque oggetto collegato al Web.

Ciò rende critiche infrastrutture che prima non erano tali, ampliando notevolmente il concetto di sicurezza nazionale 1. Gli Usa vogliono impedire ai colossi cinesi Huawei e Zte di esportare le proprie infrastrutture nel mondo, convinti che Pechino se ne serva per attività di spionaggio. Più in generale, Washington non vuole permettere a queste compagnie di alimentare l’influenza cinese all’estero.

Gli Usa non hanno fornito pubblicamente prove concrete delle loro accuse, ma le loro pressioni verso gli altri paesi occidentali hanno cominciato a produrre risultati. Canada, Australia, Nuova Zelanda, Polonia, Repubblica Ceca hanno di fatto chiuso la porta alla tecnologia made in China. L’intelligence del Regno Unito ha definito invece le attività di Huawei «gestibili» 2. L’opinione di Londra, anello fondamentale dell’alleanza dei Five Eyes a guida statunitense, influenzerà il dibattito in Europa.

Al momento, Roma non intende seguire i moniti di Washington. A febbraio il ministero dello Sviluppo economico (Mise) ha smentito la notizia diffusa dalla Stampa secondo cui il governo italiano avrebbe intenzione di bandire Huawei e Zte.

Per il Mise non sono ancora emerse criticità per la sicurezza nazionale 3, anche se da tempo le attività del colosso tecnologico sono oggetto d’interesse dell’intelligence nostrana. Non a caso il vicepresidente del Consiglio italiano Luigi Di Maio ha detto che il ministero istituirà una struttura per monitorare la sicurezza dei dati trasferiti attraverso la rete di quinta generazione.

Washington non rinuncerà all’influenza esercitata sull’Italia e cercherà di ostacolare qui le attività cinesi. Magari facendo leva sul fatto che Roma punta sui finanziamenti americani per sostenere il debito pubblico una volta che la Bce porrà fine al quantitative easing. Allo stesso tempo il governo italiano non vuole restare indietro nello sviluppo del 5G e intende accogliere più investimenti della Repubblica Popolare, dopo che per trent’anni non è stata in grado di sfruttare a proprio vantaggio il dialogo con Pechino.

Se l’Italia riuscisse ad approfondire la collaborazione economica con la Cina senza intaccare il legame strategico con gli Usa, potrebbe rilanciarsi quale soggetto geopolitico sulle due sponde del Mar Mediterraneo e non subire passivamente il confronto tra le due prime potenze al mondo.

Il 5G della Cina in Italia
Nella Penisola, Huawei ha lanciato diverse iniziative focalizzate sull’impiego della rete 5G nelle città del futuro, in cui l’intelligenza artificiale ottimizzerà la connettività infrastrutturale e i sistemi di sicurezza. Tali attività sono in linea con il grande piano di urbanizzazione attuato da Pechino per aumentare i consumi interni, migliorare la qualità della vita degli abitanti e preservare la stabilità interna potenziando il monitoraggio.

A Pula (vicino Cagliari) il colosso cinese gestisce un centro per l’innovazione sulle smart & safe cities insieme al Centro di ricerca, sviluppo e studi superiori in Sardegna (Crs4). La rilevanza dell’infrastruttura è parsa evidente sin dalla sua apertura, tre anni fa, quando Xi in persona ha fatto tappa a Cagliari per celebrare l’iniziativa insieme all’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Un secondo polo per l’innovazione è stato attivato a Catania e si concentra sull’Internet delle cose. A Segrate, Huawei possiede un centro globale di ricerca e sviluppo dedicato alle microonde e ne costruirà un secondo nel cuore di Milano riguardante gli utilizzi della tecnologia nel campo della moda e del design.



Huawei ha anche lanciato due progetti per testare la rete 5G in ambiti quali sanità, industria, turismo, sicurezza, smart energy, mobilità e trasporti. Il primo, avviato lo scorso anno a Milano insieme a Vodafone, prevede tra le varie attività l’uso di droni per la pubblica sicurezza in collaborazione con il Politecnico, Intellitronika (basata a Roma), la Polizia municipale e Italdron (basata a Ravenna). I dispositivi dovrebbero trasmettere video in diretta in qualità 4K alla centrale di polizia 4.

La seconda area di test è stata creata nel 2017 a Bari e Matera insieme a Fastweb e Tim, con un investimento complessivo pari a 60 milioni di euro. Il progetto coinvolge 52 partner, tra cui 7 centri universitari e di ricerca, 34 imprese e 11 pubbliche amministrazioni. In questa cornice, Bosch e Leonardo hanno sviluppato nell’area portuale di Bari un programma con telecamere, droni e accessi dotati di riconoscimento facciale e una piattaforma centralizzata di comando e controllo 5. Acea e Huawei hanno firmato un memorandum d’intesa nell’ambito delle smart & safe cities e hanno avviato un progetto pilota per il monitoraggio intelligente dell’area del Colosseo a Roma.

Zte ha aperto due aree di sperimentazione 5G presso Prato e L’Aquila. Nella seconda città, gestisce un centro di innovazione con l’Università presso il Tecnopolo d’Abruzzo. Inoltre, a febbraio ha annunciato l’apertura di un laboratorio per la sicurezza e si è detta favorevole alla realizzazione di un sistema di certificazione per garantire l’affidabilità delle sue infrastrutture.
Open Fiber, controllata da Enel e Cdp Equity, impiega invece la tecnologia di Huawei nello sviluppo della connessione in fibra ottica a 200 giga della rete nazionale Zion, che coprirà 270 città italiane. Il test del tratto tra Roma e Firenze è avvenuto un anno fa.

La rinuncia a tutti i progetti in corso d’opera danneggerebbe economicamente il paese e rallenterebbe lo sviluppo della connessione di nuova generazione nel nostro paese. Senza contare che il governo italiano dovrebbe fare i conti con le resistenze delle compagnie di telecomunicazione. Infine, dovremmo rivolgerci a Nokia ed Ericsson, uniche aziende in grado di competere con le omologhe cinesi nel 5G.
Alti e bassi del rapporto sino-italiano
La collaborazione con la Cina è oggetto di dibattito nelle stanze del potere italiano. Lo indicano la mancata adesione alla Bri a novembre, i dubbi sul se e quando Xi avrebbe visitato l’Italia e le voci sul possibile bando della tecnologia cinese poi smentite dal governo. Già in passato l’Italia ha avuto diversi ripensamenti circa i rapporti con la Repubblica Popolare e ha perso importanti opportunità per ampliare con essi il suo raggio d’azione geopolitico 6.

Per esempio, ci siamo tirati indietro riguardo alla partecipazione allo sviluppo di Shanghai quando la megalopoli era in piena espansione. Poi abbiamo respinto al mittente le proposte d’investimento cinesi nei porti di Taranto e Gioia Tauro, perdendo l’occasione di diventare snodo della Bri prima che Xi lanciasse ufficialmente l’iniziativa nel 2013. È sfumata anche l’opportunità di realizzare in Italia un centro di formazione dei vertici burocratici cinesi in collaborazione con la Scuola centrale del Partito comunista. L’occasione era ghiotta: avremmo potuto costituire un punto di contatto tra Occidente e Oriente sul piano culturale e politico, una piattaforma utile (anche agli Usa) per comprendere la strategia cinese. Questi passi falsi hanno certamente danneggiato la nostra immagine agli occhi di Pechino.

Eppure tra il 2000 e il 2016 l’Italia è stata la terza meta europea degli investimenti cinesi dopo il Regno Unito e la Germania. Alcuni di questi hanno coinvolto nostre aziende d’interesse strategico. Per esempio, State Grid Corporation detiene il 35% di Cdp Reti che controlla Snam e Terna (le principali aziende operanti nel settore energetico), mentre Shanghai Electric possiede il 40% di Ansaldo Energia. Tra il 2017 e il 2018, gli incontri tra le delegazioni italiane e cinesi si sono intensificati. Le missioni nella Repubblica Popolare di Di Maio, del ministro dell’Economia Giovanni Tria e del sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci (a capo della nuova Task Force Cina) hanno determinato nuovi accordi economici.

Il Fondo strategico per gli investimenti e la China Investment Corporation (Cic, primo fondo sovrano cinese) hanno consolidato la loro collaborazione per condurre investimenti congiunti. Banca d’Italia ha creato un portafoglio in renminbi per investire in titoli di Stato cinesi. Cassa depositi e prestiti ha firmato un accordo preliminare con Bank of China per agevolare le esportazioni delle imprese italiane nella Repubblica Popolare. Infine, Roma e Pechino hanno firmato un memorandum di collaborazione nei paesi terzi, su cui basare potenziali attività congiunte in Africa e nei Balcani. Tria ha incontrato i vertici del Fondo per le vie della seta e della China Construction Bank che – insieme alla Cic – sono tra i principali strumenti con cui la Repubblica Popolare investe all’estero.
Negli ultimi tre anni, i porti di Trieste, Venezia e Genova hanno intensificato le iniziative individualiper accogliere gli investimenti cinesi e ampliare le proprie infrastrutture. Solo nel primo scalo marittimo si parla in maniera concreta di un’operazione imminente da parte della Cina, mentre l’unica presenza azionaria del Dragone si rintraccia nel terminal di Vado Ligure, di cui il gigante della logistica Cosco e il porto di Qingdao controllano rispettivamente il 40% e il 9,9%. Nulla si è mosso nei porti del Sud, forse anche perché i cinesi non hanno dimenticato il modo in cui sono stati accolti qui vent’anni fa. Lungo la rotta terrestre della Bri l’Italia poteva fare certamente di più, in attesa che il Corridoio mediterraneo e quello Reno-Alpi del Trans European Network-Transport entrino in funzione nel 2030. Nel corso di due anni, sono stati inaugurati in successione tre collegamenti con Chengdu, rispettivamente da Mortara, Busto Arsizio e Melzo, località intorno a Milano. Lungo le prime due rotte, i treni merci hanno raggiunto la Cina senza fare ritorno, probabilmente per problemi legati ai costi di trasporto. Ci si augura che la terza, attivata a gennaio, riscuota maggiore successo.

L’Italia come soggetto geopolitico
L’adesione dell’Italia alle nuove vie della seta non implicherebbe la sua rinuncia al legame strategico con gli Usa. Paesi europei e atlantici come Grecia, Portogallo e Ungheria hanno appoggiato ufficialmente il progetto senza che gli Usa si stracciassero le vesti. La Germania pretende da Pechino investimenti più trasparenti nel Vecchio Continente, ma resta sempre il suo principale partner veterocontinentale e Duisburg è uno dei punti di approdo più rilevanti delle merci cinesi. Soprattutto, altri alleati degli Usa hanno di fatto già sposato le nuove vie della seta. Nel 2021, la Cina prenderà il controllo del nuovo terminale del porto israeliano di Haifa a pochi chilometri da una base militare a stelle e strisce. Le Filippine, che ospitano diverse installazioni americane, hanno firmato il memorandum di adesione qualche mese fa. Il Giappone vuole sviluppare con la Cina dei progetti congiunti nel Sud-Est asiatico nonostante la loro storica rivalità. Eppure, le compagnie telefoniche nipponiche stanno prendendo in considerazione di non impiegare la tecnologia 5G cinese. Al pari di queste potenze, l’Italia può instaurare una cooperazione pragmatica con la Repubblica Popolare, plasmandola sul proprio interesse nazionale.
Roma potrebbe servirsi del dialogo con Pechino per ricevere più investimenti, potenziare il ruolo della Penisola nei flussi commerciali mondiali e incrementare la presenza italiana nel fiorente mercato della Repubblica Popolare. Tanto più che l’investimento cinese nel Pireo potrebbe rivelarsi meno produttivo del previsto. Lo sviluppo della ferrovia che dovrebbe collegare il porto greco al Nord Europa procede a rilento a causa anche della scarsa trasparenza dei progetti sviluppati dalla Repubblica Popolare nei Balcani. L’importante è che la partecipazione dell’Italia sia attiva. Ciò implica un monitoraggio più attento contro gli investimenti stranieri in settori d’interesse strategico e l’orientamento – ove possibile – della collaborazione sino-italiana negli ambiti e nei limiti in cui conviene al nostro paese.
Le operazioni nei porti del Settentrione sono importanti, ma il potenziamento delle infrastrutture terrestri e marittime del Mezzogiorno è una priorità nazionale, poiché stimolerebbe la crescita della parte meno abbiente del paese.
Inoltre, sarà necessario prendere le misure legislative necessarie per assicurarci che la collaborazione tecnologica con la Cina non danneggi la nostra sicurezza nazionale e quella delle basi Usa che ospitiamo. Magari circoscrivendola ad alcuni settori, per non attirare le ire di Washington.
L’Italia può servirsi delle nuove vie della seta anche per svolgere un ruolo più attivo in Europa e in Africa. A Pechino serve un mediatore veterocontinentale nel dialogo con Bruxelles, che vuole elevare la soglia di monitoraggio nei confronti degli investimenti cinesi e pretende una maggiore apertura del mercato del Dragone alle aziende occidentali. La Cina è senza dubbio la potenza economicamente più radicata nel Continente Nero grazie a commercio, aiuti e investimenti. Tuttavia, Pechino ha bisogno di un paese occidentale affacciato sul Mar Mediterraneo con cui collaborare per elevare la qualità dei suoi progetti e risultare più affidabile ai paesi africani. Se riuscissimo a combinare l’expertise e l’attenzione allo sviluppo locale delle imprese italiane che operano all’estero con l’approccio più massiccio e invasivo di quelle cinesi, accresceremmo le nostre attività in Africa.
Anche l’approfondimento della cooperazione in chiave sicurezza sarebbe opportuno. Nel continente, l’Esercito Popolare di Liberazione impiega migliaia di soldati nelle missioni di peacekeeping e a Gibuti dispone della sua unica base militare ufficiale all’estero. Nel 2018, Pechino ha anche ospitato il primo forum Cina-Africa per la sicurezza e la difesa e potrebbe usarlo in futuro come piattaforma per istituzionalizzare i rapporti militari sino-africani. L’instaurazione di un dialogo con la Cina sul fronte securitario potrebbe servire a mitigare l’instabilità sul versante meridionale del Mediterraneo. O perlomeno ci permetterebbe di seguire più da vicino le attività di Pechino a pochi chilometri dai nostri confini.
Infine, la cooperazione pragmatica con la Repubblica Popolare consentirebbe all’Italia di assumere una postura propositiva nei rapporti con Washington. Usa e Cina faticano a capirsi e la loro competizione accelera pericolosamente. In un futuro non lontano, la prima potenza al mondo potrebbe aver bisogno di un paese euromediterraneo che funga da tramite con l’Impero del Centro.

NOTE

1. Cfr. A. Aresu, «Geopolitica della protezione», Limes, «La rete a stelle e strisce», n. 10/2018, pp. 71-83.

2. Cfr. D. Sevastopulo, D. Bond, «UK says Huawei is manageable risk to 5G», Financial Times, 17/2/2019.
3. Cfr. «Huawei e ZTE, nessun blocco per il 5G», mise.gov.it, 7/2/2019.
4. Cfr. «Il Politecnico partner strategico nella sperimentazione 5G a Milano», polimi.it, 9/11/2018.
5. Cfr. «Leonardo a bordo del progetto Bari Matera 5G», leonardocompany.com, 28/6/2018.
6. Cfr. F. Sisci, «Le quattro occasioni offerte da Pechino a Roma, naturalmente sprecate», Limes, «Quanto vale l’Italia», n. 5/2018, pp. 247-252.