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sabato 7 ottobre 2017

Altro che Kosovo: l’Europa sulla Catalogna non ha un piano B- Articolo di Limes On Line in esclusiva

Carta di Laura Canali del 2015

Bruxelles è con Rajoy, ma la tutela dell’integrità territoriale e la paura dell’effetto domino la frenano. Difficile che l’Unione Europea sia protagonista nella crisi tra Barcellona e Madrid.

La questione catalana è insidiosa per l’Europa. Benché sia infatti all’apparenza gestibile, nasconde contraddizioni insormontabili. Si tratta di un similconflitto in cui l’Unione Europea è presa alla sprovvista e del quale molti Stati membri temono un effetto domino. Non c’è un piano B. E non è la prima volta.

L’Ue può fare ben poco con gli strumenti di cui dispone. “Manca la volontà politica” dichiarano alcuni eurodeputati di sinistra e Verdi, sostenitori a oltranza delle cause dei diritti civili, chiedendo: “ma la Commissione cosa fa?”. La Commissione Europea risponde per bocca del suo numero due, il giurista olandese Frans Timmermans: “Sebbene siamo contro la violenza, a volte lo Stato di diritto deve essere preservato attraversato un uso proporzionato della forza”.

In buona sostanza è un appoggio all’azione dell’esecutivo di Rajoy e alla posizione della corona. Non è un caso che nella mattinata di giovedì anche Angela Merkel abbia espresso pieno sostegno alle autorità centrali spagnole.

I nazionalisti catalani sono dunque sempre più isolati. Non gli resta che l’appiglio del “dialogo” suggerito da Timmermans e accettato a denti stretti dal Partido popular (Pp), al governo a Madrid. Ma la frattura resta e rappresenta un problema grave per la sicurezza e la stabilità europee, nonostante le istituzioni che contano abbiano fatto quadrato a difesa del legittimismo dello Stato-nazione. Jean-Claude Juncker e Donald Tusk, presidenti rispettivamente della Commissione e del Consiglio Ue, hanno conversato con il premier Rajoy. Gli hanno rinnovato l’appoggio, scuotendo il capo per la domenica animata e più muscolare del previsto.

Linguaggio che i catalani non hanno apprezzato; si aspettavano infatti un messaggio di “preoccupazione per l’operato delle forze di polizia spagnole” nel giorno del referendum, definito “illegale” dalla Commissione Europea.

Tentennando di fronte all’eventualità di una dichiarazione d’indipendenza senza ritorno, il presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont, affronta l’isolamento internazionale da parte dell’Occidente che conta, mentre sente il tintinnare di manette. Atto di forza che Madrid potrebbe fare per attentato alla costituzione, soprattutto dopo il discorso del re Felipe IV.

La Zarzuela (residenza del re di Spagna, ndr) non concede nessun dialogo e parla chiaramente di “slealtà, illegalità e azione ai margini del diritto” riferendosi al governo catalano, senza nemmeno citare l’operato delle forze dell’ordine spagnole negli scontri del primo ottobre. Conseguenza: le opinioni pubbliche europee cominciano ad avere una certa simpatia nei confronti della causa catalana.

Le istituzioni europee sono preoccupate perché le due parti non parlano e perché, mentre Barcellona chiede una mediazione internazionale, Madrid la respinge al mittente, rispondendo che la democrazia spagnola possiede tutti gli strumenti giuridici, istituzionali e politici per mediare da sè.

L’integrità territoriale della Spagna non è negoziabile. Per l’esecutivo del Partido popular i fatti di Barcellona e dintorni sono opera di un nazionalismo facinoroso da sanzionare codice penale alla mano. Il Pp, dove ancora pesa l’impronta di Aznar, sente la missione di conservare il patrimonio tradizionale e storico nazionale e monarchico come simbolo dell’unità. È un partito costituzionale liberal-conservatore. E per il liberalconservatorismo del paese iberico l’unità nazionale è sacra.

Un esempio su tutti: quando José-Maria Aznar era al governo, non esitò (senza preavviso) a mandare le truppe a riprendere possesso del Perejil, un isolotto spagnolo a una manciata di miglia dalle coste marocchine rivendicato dal regno nordafricano, per sloggiare una guarnigione inviata da Rabat.

Juncker, Tusk, Tajani e altri leader europei sanno dunque con chi hanno a che fare. Si conoscono tutti da un decennio o forse più.

La Spagna in questo senso è un osso duro, esattamente come lo sarebbe la Francia. Infatti il presidente Macron tace, dopo quanto è accaduto domenica scorsa; l’ultima volta che ha parlato è stata venerdì 29 settembre a Tallinn dicendo: “Rajoy ha tutta la mia fiducia”.

Ecco perché la crisi è grave. La volontà separatista dei catalani, al di là del rumore che possono fare i nazionalisti, è impossibile da quantificare. Sicuramente i consensi per la causa indipendentista sono saliti dopo le randellate e la mancanza di dialogo da parte di Madrid.

Questo a Bruxelles lo sanno. Ma nessuno ha la benché minima intenzione di chiedere a Rajoy di concedere un referendum costituzionale, come David Cameron con la Scozia. L’eurodeputato ecologista belga, Philippe Lamberts, fotografa efficacemente la situazione affermando che “la Commissione deve mediare, ha tutto lo spazio per farlo. Infatti le due parti non si parlano da tre anni”.

È vero, la società catalana e quella del resto del paese iberico sembrano non capirsi più. Diffidano gli uni degli altri, non solo i leader, ma le rispettive popolazioni. I catalani – paradossalmente, soprattutto i non nazionalisti – si sentono incompresi e addirittura insultati dal fatto che in altre regioni non capiscano come ci si possa sentire orgogliosi di essere catalani e spagnoli allo stesso tempo. Il discorso del monarca non ha fatto altro che aumentare la frustrazione proprio tra i non separatisti.

Il problema è la totale mancanza di volontà di ascoltare la controparte. Perché negoziare significa cedere qualcosa, e a Madrid sono convinti che non sia possibile. I toni sono estremi, anche se nei corridoi delle istituzioni europee nessuno ha il coraggio di fare paragoni con l’ex Jugoslavia; sarebbe effettivamente sproporzionato. Lo fa solo qualche commentatore che tira fuori il KosovoL’esempio dell’ex provincia serba di etnia albanese è riportato periodicamente da chi vuole ridisegnare i confini europei a Est (Crimea), a Ovest (Catalogna) e chissà dove domani. Proprio questo “chissà dove domani” spaventa Bruxelles.

Poi ci sono gli altri “inconvenienti”. Certamente i toni nelle vie delle città spagnole sono preoccupanti per chi in Europa pensa che una riconciliazione sia possibile. “A por ellos!!!” gridava la folla ammassata con le bandiere nazionali sul ciglio delle strade, nelle altre regioni di Spagna. Incitavano le colonne della Guardia Civil, dirette verso la Catalogna, a castigare i catalani. Insomma, una specie di spedizione punitiva contro una provincia ribelle. Azioni e atteggiamenti frutto di anni, addirittura secoli, di incomprensioni narcotizzate da un benessere improvviso, che altrettanto all’improvviso è evaporato lasciando macerie sociali, anche a causa dei ben noti “compiti a casa” imposti dalla Commissione Europea.

Le istituzioni europee questa volta si devono misurare con una richiesta di autodeterminazione nell’Eurozona. E questo accade in una democrazia giovane, fiore all’occhiello delle politiche di coesione, a modern democracy come tuona sarcastico Nigel Farage nell’emiciclo di Strasburgo.

Altro che Kosovo. Lì, la scelta di campo era facile: da una parte chi si voleva separare lo faceva nel nome dell’internazionalismo liberale – almeno stando alla vulgata del clintonismo – mentre dall’altra c’era il frusto nazionalcomunismo balcanico. Eppure nelle ferite di quella recisione sanguinaria si sono sviluppati i germi di altre crisi esplose nel corpo dell’Occidente, come per un debito karmico, una quindicina d’anni dopo. Chiunque oggi infatti voglia mettere in dubbio l’ordine internazionale costituito invoca il Kosovo come giurisprudenza. Lo ha fatto Putin per dare forza legale alla separazione della Crimea, lo fa oggi chi vorrebbe autorizzare la nascita di un nuovo Stato tra i Pirenei e il Mediterraneo, a spese dell’integrità territoriale spagnola.

A Madrid lo avevano previsto. Infatti la Spagna non solo non riconobbe l’indipendenza del Kosovo, ma ritirò pure le proprie truppe dalla Kfor non appena la comunità internazionale ufficializzò il ruolo di Priština come capitale di uno Stato a tutti gli effetti.

La Spagna è anche un membro della Nato. Un suo conflitto intestino, con una separazione tumultuosa di una parte consistente del paese, quella oltretutto più prospera, porterebbe a un conflitto in piena Europa occidentale. Come sarebbe una Spagna senza Catalogna? Certamente meno europea e più atlantica. La regione di Barcellona è una specie di trait d’union storico e culturale tra la penisola iberica e il resto del continente.

La Catalogna è sempre stata la più europea di tutte le regioni spagnole, anche e soprattutto ai tempi del franchismo. Non per niente l’Europa viene utilizzata e esibita da entrambe le parti. Tutti i catalani ne vanno orgogliosi, senza distinzione. Solo che alcuni – i nazionalisti – vogliono la separazione per lasciarsi alle spalle un fardello storico e finanziario, mentre i lealisti aspirano a continuare a godere di questo status di modernizzatori di un paese intero e plurale.

Anche sull’Europa Barcellona e Madrid sono in lotta, ma la contesa è su chi è più euro-entusiasta dei due. Il messaggio che arriva dalle tre istituzioni europee è di fermo sostegno a una democrazia con pesi e contrappesi moderni e funzionanti. Mentre dicono chiaramente ai nazionalisti catalani che in caso di separazione la nuova repubblica dovrà iniziare un processo di adesione come qualsiasi altro Stato che desideri far parte dell’Unione Europea.

Ci vorrebbero anni e la Spagna, forte dell’appoggio internazionale, metterebbe un veto permanente all’ingresso della Catalogna nell’Ue.

Al Consiglio c’è chi la prende sul ridere dicendo: “beh, la Catalogna potrà forse entrare nell’Unione qualche anno dopo Serbia e Kosovo”. La candidatura dei due paesi balcanici, candidati Ue, è bloccata perché la Serbia non vuole riconoscere il Kosovo. Con tempismo eccezionale il presidente serbo Alksander Vucic ha accusato l’Occidente di doppiopesismo nel considerare illegale il referendum catalano, al contrario di quanto fece con la secessione del Kosovo.

L’impressione generale è che una volta isolati i nazionalisti catalani, la crisi possa essere sedata nel breve periodo. Ma se prevarrà la calma, si tratterà comunque di un vulcano attivo assopito.

Ecco perché, più che immaginare sensali di alta diplomazia internazionale dai nomi altisonanti, come dice l’esperta di mediazione dei conflitti Antje Herrenberg, “sarebbe necessaria e unicamente percorribile una mediazione da parte delle società civili spagnola e catalana”. È infatti molto difficile che le parti ricorrano alle armi.

La Chiesa cattolica, l’episcopato e il Partito nazionalista basco si sono già fatti avanti.

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