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lunedì 4 settembre 2017

IL NUOVO TEST NUCLEARE DELLA NORD COREA CONFERMA LE DIFFICOLTA' USA A GESTIRE LA SITUAZIONE


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Il sesto test nucleare della storia della Corea del Nord, più che una novità, fornisce molte conferme.
La prima è che P’yongyang prosegue imperterrita a potenziare il proprio arsenale di armi di distruzione di massa. Non è chiaro se la detonazione di domenica nel sito di Punggye-ri sia stata causata – come il regime afferma – da un ordigno all’idrogeno: di certo è stata diverse volte superiore a quella registrata nel quinto test nordcoreano.
Nemmeno la pretesa di Kim Jong-un – suffragata anche dal ministro della Difesa della Corea del Sud – di possedere una testata miniaturizzata caricabile su un missile balistico intercontinentale in grado di colpire gli Stati Uniti continentali giunge come una novità alle orecchie dell’intelligence a stelle e strisce, che a inizio agosto era arrivata alla stessa conclusione. C’è più incertezza sull’effettiva capacità di raggiungere il Nord America, ma sempre Washington stima che al massimo P’yongyang compirà questi salti tecnologici entro il 2018.
Un’altra conferma risiede nelle scarse opzioni a disposizione dell’amministrazione Trump non solo per risolvere, ma anche per sgonfiare le tensioni sulla penisola coreana. Il sesto esperimento nucleare mette a nudo l’impalpabilità della deterrenza sin qui condotta da Usa e alleati: la scorsa settimana le rispettive Forze armate avevano condotto massicce esercitazioni militari in risposta al lancio di un missile sui cieli del Giappone, solo per essere sbeffeggiate con una nuova provocazione nel fine settimana.
Il presidente non ha cambiato approccio e continua a menare sferzate retoriche a destra e a manca. Incurante del bersaglio: ha definito “canaglia” P’yongyang, “grande minaccia e imbarazzo per la Cina, che cerca di aiutare ma con scarso successo” e ha attaccato le intenzioni di “accomodamento” di Seoul con i nordcoreani, i quali “capiscono una cosa soltanto” – senza specificare cosa. Sulla Corea del Sud pende la spada di Damocle della sospensione del trattato di libero scambio con gli Usa – sgradito a Trump – contro il parere di apparati e consiglieri presidenziali.
Alle 15 ora italiana si riunirà il Consiglio di Sicurezza dell’Onu per discutere l’opportunità di nuove sanzioni alla Corea del Nord. La guerra economica pare l’unica – ma zoppicante: vedi la riluttanza cinese – alternativa all’opzione militare.
Il margine tra Washington e P’yongyang per negoziare un accordo “all’iraniana” – ossia che rinvii di una decina d’anni il nuovo round – ci sarebbe anche. Come ripetono i funzionari Usa, il loro dilemma strategico risiede non nella Bomba coreana in sé, ma nella possibilità che quest’ultima possa essere lanciata sul loro territorio continentale. In via teorica, Kim potrebbe rinunciare dunque alla missilistica intercontinentale per vedersi riconosciuto lo status di potenza nucleare.
Il problema è che manca la calce per tenere assieme l’eventuale intesa: non solo la reciproca fiducia, ma anche il fatto che tale accordo soddisferebbe solo Washington, non i suoi alleati nell’area, lasciati a fronteggiare l’imperscrutabile regime nordcoreano.

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