DIBATTITO SU QUESTIONI INTERNAZIONALI PER UNA CITTA' INTERNAZIONALE

venerdì 17 novembre 2017

CHE COSA È COSA NOSTRA - In occasione della morte di Totò Riina, dall' archivio di Limes -


La pax mafiosa è un segno di forza: le cosche controllano oggi gran parte del territorio siciliano. Regole, tecniche e limiti di un peculiarissimo potere criminale che l’anno scorso ha ‘fatturato’ 30 miliardi di euro. Le nuove frontiere degli uomini d’onore.

1. «CHI È IL TERZO CHE SEMPRE TI CAMMINA ACCANTO? Se conto siamo soltanto tu ed io, insieme. Ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca, c’è sempre un altro che ti cammina accanto». È così la Sicilia, waste land segnata dal giogo mafioso che si riverbera nelle parole del tuono. Bella, meravigliosa e terribile, terra desolata che non sempre concede di sapere con chi si parli o cammini, perché da più di due secoli c’è sempre un quid in più. Un’ombra è pronta a materializzarsi e chiedere – o chiudere – il conto: la mafia.
Dalle formazioni protomafiose del periodo prerisorgimentale all’imperio nelle campagne gestito mediante il controllo del latifondo, la mafia ha fatto irruzione in tutti i grandi agglomerati urbani. Leonardo Sciascia l’aveva previsto: «Se dal latifondo riuscirà a migrare e consolidarsi nelle città, se riuscirà ad accagliarsi intorno alla burocrazia regionale, se riuscirà ad infiltrarsi nel processo d’industrializzazione dell’isola, ci sarà ancora da parlare, e per molti anni, di questo enorme problema». Qualche anno dopo, il «maestro» di Racalmuto corresse il tiro, perché la mafia era persino andata al di là delle sue già fosche previsioni: «È diventata fenomeno più vasto, indefinibile e – visibilissima nei suoi molteplici effetti – invisibile nella sua gestione, nei suoi capi, nei suoi legami, nelle sue connivenze e protezioni. Droga e traffico d’armi l’hanno fatta dilagare in ogni parte del mondo».
Potrebbe esaurirsi qui ogni tentativo di analisi del fenomeno della mafia nel Terzo millennio. Sono in molti a sostenere che per più di un aspetto Cosa Nostra è ormai imbattibile, poiché gran parte delle sue ramificazioni hanno il volto rassicurante di una fittizia e superficiale legalità. Una soluzione comoda: chi vuole può chiudere gli occhi, chi brama può speculare ed arricchirsi.
Ecco perché «la mafia ha vinto ed io sono un sopravvissuto. La mafia si è infiltrata nei principali ingranaggi economici, specie nei grandi lavori pubblici, ha tessuto nuovi legami con le forze politiche e continua a fare i suoi affari indisturbata. La pace mafiosa regna perché Cosa Nostra non ha più bisogno della violenza per assicurare il suo predominio; è già riuscita ad eliminare, uccidendoli o mettendoli fuori gioco, la maggior parte dei giudici e dei poliziotti che la minacciavano». Giugno del 2000, la presa d’atto di uno Stato incapace di fronteggiare il crimine organizzato – se non addirittura del tutto sconfitto – reca in calce la firma di Ferdinando Imposimato, magistrato che in carriera più volte ha incrociato le trame di Cosa Nostra, coordinando, tra l’altro, le indagini sulla banda della Magliana e quelle sul finto sequestro del banchiere Michele Sindona. Una provocazione, quella di Imposimato, utile però a dimostrare l’esistenza di un conflitto ancora aperto per il controllo del territorio: la battaglia principale si gioca in Sicilia, dove la mafia s’è innestata progressivamente nel territorio, impiantandovi il suo modello criminale e i suoi codici subculturali.
Per capire quanto incida oggi questo fenomeno nella percezione della Sicilia e dei siciliani, basta ricordare che «mafia» è il termine italiano più conosciuto all’estero, soprattutto è il più utilizzato dai media quando parlano dell’Italia e degli italiani.
Secondo il teorema reso celebre da Luciano Violante, la storia della mafia va suddivisa in cicli di dieci anni. È questo il lasso di tempo orientativo che servirebbe alle cosche mafiose per cambiare pelle, obiettivi e strategie, adattandosi – e in certi casi anticipando – gli scenari sociali, economici e politici. L’ennesimo ciclo della mafia siciliana s’avvia a compimento, un ricambio generazionale dei vertici dell’organizzazione è in atto. Cosa Nostra prepara l’ennesima mutazione. Oggi la chiamano «mafia invisibile», dissimulando per novazione ciò che Sciascia aveva pronosticato mezzo secolo prima. Tutti sanno che c’è, ma chi non vuol vedere o finge di non capire può tranquillamente sostenere di non intuirne la presenza. La mafia è sommersa, ed è – per usare la metafora del procuratore di Palermo Pietro Grasso – «come una goccia d’olio che cade su una tela e si diffonde impregnando del tutto la trama del tessuto». Cosa Nostra ha rinunciato allo scontro armato per dedicarsi agli affari, leciti e non. Ha solo un punto debole: «È fatta di uomini e come in ogni vicenda umana, ad ogni inizio seguirà anche una fine». Così amava ripetere Giovanni Falcone.
Come ogni organizzazione segreta, la mafia siciliana possiede i suoi riti e le sue regole. Il suo profilo territoriale è composto da un’articolazione per mandamenti sulle nove province della Sicilia. Il rito di affiliazione mafiosa è un sincretismo religioso ed esoterico, mutuato – secondo gli storici – dalle regole carbonare e massoniche e da alcuni aspetti estremi del cattolicesimo, ai limiti della prassi inquisitoria.
Il mondo mafioso ha una «regola» informale, una sorta di codice costituzionale che stabilisce diritti, doveri e comportamenti degli affiliati. È probabile che si tratti esclusivamente di una tradizione tramandata oralmente, anche se, a metà degli anni Novanta, il collaboratore di giustizia Salvatore Facella suggerì ai magistrati palermitani l’esistenza di un codice scritto di Cosa Nostra. Sarebbe stato redatto da un avvocato siciliano nel periodo della repressione fascista del superprefetto Cesare Mori. Per Facella, la riscrittura, l’emendamento di uno o più punti di quel presunto codice segreto sarebbe stato alla base della guerra di mafia degli anni Settanta.
All’inizio degli anni Novanta, l’Arma dei carabinieri stilò un rapporto a uso interno per stimare la situazione mafiosa in Sicilia: uno dei primi tentativi di censimento dell’universo di Cosa Nostra. I dati raccolti riportavano la presenza di 142 «famiglie» – la cellula di base dell’organizzazione mafiosa – operanti nella regione, ognuna con uno specifico territorio di pertinenza. L’esercito mafioso veniva quantificato in circa 3.600 unità. La valutazione dell’Arma vedeva concordi i magistrati impegnati nel contrasto al crimine organizzato di stampo mafioso. Ma si trattava di una pericolosa sottovalutazione dell’impatto delle cosche mafiose sulla società siciliana. Il rapporto, infatti, limitava il suo campo di indagine solo a coloro che avessero prestato il giuramento di fedeltà all’organizzazione, ovvero agli affiliati nel senso stretto del termine. Si tralasciava il tentativo di quantificare l’inquinamento della società, le palesi connivenze e le contiguità.
La capacità militare ed economica di Cosa Nostra stava per mostrarsi in tutta la sua forza distruttiva. Un moloch gigantesco, in grado di contrapporsi frontalmente allo Stato, che si autolegittima come interlocutore in grado di chiedere condizioni per una coesistenza.

2. A distanza di quindici anni da quella stima effettuata dall’Arma, la rete mafiosa non solo non appare per nulla indebolita, ma continua ad espandersi a macchia d’olio. Cinquemila è il numero supposto dei presunti affiliati. Ma sommando adepti, conniventi e sostenitori occasionali si arriva sino al decuplo. Il drappello di malviventi è diventato esercito. C’è voglia di mafia.
Pessima riproduzione dei gironi danteschi, la struttura relazionale della mafia si articola in cerchi concentrici. Nel più piccolo di essi, vero e proprio «zoccolo duro » dell’organizzazione mafiosa, trovano posto gli affiliati. Sono all’incirca quei cinquemila individui indicati nelle relazioni delle forze dell’ordine e della magistratura. Già più ampio il secondo «girone», una componente connivente che consente la ramificazione degli uomini d’onore in tutti i principali gangli della società. Sono i parenti diretti degli affiliati: una dimensione in cui vedute e comportamenti sono improntati in tutto e per tutto ai codici imposti dall’uomo d’onore. La macchia d’olio si espande con il cerchio successivo, composto da individui della criminalità non associata, il cui obiettivo finale è raggiungere l’affiliazione alle cosche. Nella schiera successiva troviamo la microcriminalità: gioco d’azzardo, spaccio di stupefacenti, ricettazione. Un nucleo di manovalanza criminale a basso prezzo e disponibile sul mercato.
Infine, il sistema di connessione più importante: l’area grigia, la borghesia mafiosa. Per gli investigatori l’ordito della cupola mafiosa è capace di infiltrarsi e gestire cointeressenze in ampi segmenti di ogni categoria professionale. L’adesione alla volontà mafiosa è condizionata, in questa cerchia, dalla concreta possibilità di ottenere vantaggi immediati. È il canale di penetrazione nel mondo legale ed in quello della politica. In questa specifica dimensione operano i «colletti bianchi», professionisti nel riciclaggio e nel reinvestimento dei capitali di provenienza illecita.
Anche sotto il profilo operativo la struttura dei raggruppamenti mafiosi è profondamente diversa dal modulo dei tradizionali clan criminali. Il nucleo centrale è rappresentato allegoricamente dalla cosca, la foglia del carciofo in dialetto siciliano. Al centro del sistema c’è il mafioso, « lu trunzu ri l’omini », il torso del carciofo attorno al quale – in un sistema di relazioni di parentela, amicizia, amicizia strumentale o semplice clientela – ruotano le foglie. Che possono essere singoli individui o interi nuclei familiari e non necessariamente in contatto tra loro. Ulteriore classica distinzione si effettua tra l’alta e la bassa mafia. Gli uomini d’onore, vincolati dal patto d’omertà e di rispetto reciproco, sono inseriti nella prima fascia, riservando a semplici esecutori materiali, criminali di piccolo cabotaggio e giovani disoccupati gli spazi della bassa mafia.
Grazie alle informazioni ottenute con le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, uno dei primi collaboratori di giustizia, venne svelata anche la dimensione territoriale di Cosa Nostra e la sua articolazione in mandamenti e commissioni, su base provinciale, interprovinciale e regionale.
Ne emerse il ritratto di una rete sociale e territoriale così articolata da disporre persino di un proprio volto «istituzionale», capace di incidere sulle scelte politiche di una popolazione. «I voti condizionati dalla mafia? Non meno di 450 mila. In Sicilia una carica elettiva su dieci potrebbe risultare condizionata dal suffragio che, direttamente o indirettamente, gli organismi mafiosi possono fornire»: era il 1995 quando Gian Maria Fara – direttore di Eurispes – snocciolò i suoi dati su mafia e politica. Passarono pochi giorni e nessuno vi prestò più attenzione. «Oggi questi dati sono ancor più precisi e li confermo», dice Fara. E le motivazioni addotte sono così semplici da scoraggiare: «Ogni unità mafiosa è un potenziale moltiplicatore di consenso. I conti sono presto fatti».
Soprattutto, sembrerebbe che l’introduzione del sistema maggioritario abbia involontariamente rafforzato la capacità di espressione politica delle organizzazioni criminali. Il maggioritario rende più facile serrare i ranghi in occasione di competizioni elettorali. Prima i voti venivano distribuiti tra tutte le forze politiche dell’intero arco costituzionale, con l’eccezione delle ali estreme. La maggiore concentrazione si realizzava nei confronti di quei partiti considerati architrave del sistema politico ed amministrativo. «È anche ovvio che sia stato così», sostiene Fara, «perché non va dimenticato che la mafia è un sistema criminale dedito al profitto e ha sempre cercato di individuare i migliori interlocutori presenti sul mercato politico».

3. Appunto, il profitto prima di tutto. Stilemi pseudoculturali e relazioni politiche a parte, il conto economico delle mafie italiane ammonta a più di 100 miliardi di euro. Un giro d’affari più che raddoppiato negli ultimi dodici mesi, per Cosa Nostra, ‘ndrangheta, camorra e Sacra corona unita, le «quattro cupole» nostrane: un fatturato pari al 7,5% del prodotto interno lordo dell’Italia. A Cosa Nostra tocca quasi un terzo del tesoro criminale. Le principali voci all’attivo sono il narcotraffico (18,2 miliardi di euro), l’infiltrazione nel sistema delle imprese e il controllo degli appalti pubblici (6,5 miliardi di euro).
Non è facile fare i conti in tasca a Cosa Nostra. Al più si possono ipotizzare delle stime. Ci provano reparti specializzati delle forze dell’ordine, istituti di ricerca nazionali come Censis ed Eurispes ed anche i dipartimenti di economia di università straniere, tra cui gli atenei di Amsterdam e Pittsburgh. Incrociando tutti i dati disponibili è possibile ricostruire, con un discreto grado di attendibilità, la storia economica degli ultimi quindici anni di mafia in Italia.
Emerge la crescita esponenziale dei risultati finanziari: il crimine paga. Alla fine degli anni Ottanta, il prodotto di Cosa Nostra siciliana raggiungeva «appena» i 6 mila miliardi di lire. Un primo picco di crescita si registra tra il 1990 ed il 1994: il fatturato, in quel lasso di tempo, oscilla tra i 12 ed i 15 mila miliardi di lire. Nel biennio successivo i dati forniti dal ministero dell’Interno portavano il risultato economico a 23,5 mila miliardi di lire, per sfondare il tetto dei 30 mila miliardi tra il 1998 ed il 1999.
Il cambio di valuta ha notevolmente rafforzato gli affari del crimine organizzato italiano e di Cosa Nostra: 18,5 miliardi di euro nel 2002, poco più di 22 l’anno successivo. L’ultima stima fotografa un risultato economico di circa 30 miliardi di euro per l’anno 2004. E se il fronte delle entrate è sempre contraddistinto dal segno positivo, altrettanto rosea è la situazione delle uscite. Con una sola eccezione. A cavallo tra il 1994 ed il biennio successivo, nel periodo coincidente con una maggiore capacità di repressione del fenomeno criminale da parte dello Stato a seguito delle stragi mafiose, l’area di costi della mafia superava di gran lunga le entrate. Una perdita secca di 40 miliardi di lire al mese. Anche per questo la mafia si è inabissata: lo scontro frontale e violento con lo Stato si era dimostrato controproducente anche sotto il profilo dei risultati finanziari.
L’utile netto generato dagli affari mafiosi rappresenta mediamente il 35% del conto economico complessivo. Fra le voci di spesa che incidono maggiormente ci sono gli «stipendi» da garantire agli affiliati (7,5%). Vengono garantite sostanziose indennità ai latitanti ed alle famiglie dei mafiosi detenuti in carcere. Particolarmente costosi risultano gli investimenti in tecnologia e servizi (il 9% viene utilizzato per pagare auto blindate, acquistare armi, clonare telefoni cellulari e versare i «premi» ai fiancheggiatori). Non supera il 3% il costo della corruzione degli apparati istituzionali.
Tutto lascia presagire che il fatturato generato dal crimine organizzato – sia di Cosa Nostra che dell’intero sistema criminale italiano – possa continuare a crescere. La lettura del bilancio di Cosa Nostra spa dimostra che la quota di fatturato mafioso legata ai traffici è una funzione diretta di propaggini e relazioni internazionali. Relazioni con altre organizzazioni criminali di stampo mafioso che vengono agevolate anche dalla capillare presenza di Cosa Nostra: oltre allo storico rapporto con le famiglie statunitensi, l’allarme per la penetrazione mafiosa tocca quasi tutte le regioni italiane. La rete di relazioni estere degli uomini d’onore può contare su basi strategiche in Gran Bretagna, Germania, Spagna, Francia, Belgio e Turchia, sul versante europeo. Canada, Venezuela, Brasile, Australia e Bolivia sono le sponde intercontinentali più visibili.
Inoltre, è più di un’ipotesi investigativa la collaborazione tra mafia siciliana e ‘ndrangheta. Sono relazioni che si spiegano soprattutto nell’ottica di un business sempre più globale.
Il business mafioso generato in Italia è solo una minuscola goccia nel fiume di denaro realizzato, anno dopo anno, dal crimine organizzato: 1.500 miliardi di dollari, ovvero più del 5% del valore netto della produzione complessiva mondiale.
Un flusso di denaro enorme che scorre nelle arterie del mercato globale, creando sempre maggiore interconnessione tra le multinazionali del crimine. Questa somma di denaro è talmente imponente da rendere difficile che il mercato legale vi rinunci. D’altronde, uno studio dell’Inter Access Risk Management – compagnia tedesca che si occupa di tutelare le banche internazionali da eventuali frodi – dimostra che almeno metà di quei 1.500 miliardi di dollari è investito nel mercato finanziario americano e che l’80% delle joint-venture a capitale straniero registrate a Wall Street è ritenuto a rischio di infiltrazione criminale.
La risposta dello Stato alla crescita esponenziale della multinazionale Cosa Nostra spa è racchiusa nei dati della Direzione investigativa antimafia (Dia) sul valore dei sequestri e delle confische effettuati tra il 1992 ed il 2003. Il totale ammonta rispettivamente a 617,54 milioni di euro (273 milioni di euro sequestrati ex articolo 321 codice di procedura penale più 342,5 milioni di euro sequestrati ai sensi della legge 575/65) e 25,2 milioni di euro di confische (ai sensi della legge 575/65). Un altro dato importante per comprendere la dimensione economica dei sistemi criminali è quello relativo alla capitalizzazione. Secondo le stime della Direzione nazionale antimafia – aggiornate al 2003 – il capitale immobilizzato delle mafie italiane si aggira sui mille miliardi di euro.
Tra le poste iscritte nel bilancio della mafia, c’è un particolare tipo di crimine che connota sui territori le attività della mafia «invisibile». Nonostante non sia la principale tra le voci nell’attivo di Cosa Nostra, l’estorsione è uno dei momenti di più immediata percezione dell’invasività e del controllo del territorio da parte delle famiglie mafiose. Testimonia l’egemonia su un quartiere, l’ossequio dovuto agli uomini d’onore in ragione della protezione fornita. È la cartina al tornasole della pressione intimidatoria delle cosche. Ovvio che si tratti di una forma persecutoria: sono proprio coloro che offrono protezione a minacciare i potenziali utenti del servizio offerto. In termini di marketing è il classico esempio di bisogno indotto.
La leva utilizzata per conquistare quote di mercato è il monopolio della violenza, prerogativa degli organismi statali. Il meccanismo per acquisire clienti è abbastanza semplice. Di solito il primo «esattore» si presenta con una scusa banale, magari sostenendo di essere il funzionario di un ente statale, mandato per un controllo. Una lunga presentazione condita da sottintesi si conclude con l’invito a cercare l’amicizia «giusta». Se il messaggio non viene recepito dal potenziale utente del servizio di protezione, allora iniziano gli atti intimidatori, con una progressione sempre più cruenta. L’eliminazione fisica dell’imprenditore che non vuole soggiacere al taglieggiamento è da evitare finché possibile.
Eppure, nonostante numerose indagini testimonino come una percentuale imbarazzante dei commercianti e degli imprenditori in Sicilia venga soggiogata dal racket delle estorsioni, nelle ricerche condotte dalla Confindustria il pizzo è solo il sesto problema per gli operatori economici che decidono di investire in Sicilia. Il racket delle estorsioni è considerato ormai un costo d’esercizio sopportabile.
L’altra faccia dell’estorsione è l’usura. Il ricorso al credito usuraio viene sostenuto ed incoraggiato dagli esponenti delle cosche che indirizzano i «clienti» inadempienti o in difficoltà. Ovviamente anche i fornitori dell’usura fanno parte, direttamente o indirettamente, della rete mafiosa. Si condiziona il libero confronto tra concorrenti, privilegiando le imprese meno efficienti, più facilmente esposte al rischio di penetrazione mafiosa. Il commerciante che subisce estorsione può facilmente cadere in tentazione e decidere di affidare le proprie sorti imprenditoriali ai suoi carnefici.
L’estorsione e l’usura sono i primi due livelli – su base territoriale – della penetrazione mafiosa nel circuito legale dell’economia. Il terzo passo consiste nell’acquisizione diretta di imprese o strutture commerciali da parte delle famiglie mafiose, direttamente con propri affiliati o più discretamente con dei prestanome. Il cerchio perfetto si chiude, le strutture acquisite vanno utilizzate anche per rendere liquidi ed immediatamente disponibili i profitti illeciti. È la forma più elementare tra i sofisticati meccanismi utili a riciclare il denaro sporco.

4. «Se noi avessimo la possibilità di confiscare per intero i beni della mafia, non avremmo bisogno di manovre finanziarie e rientreremmo tranquillamente nei parametri di Maastricht», ha recentemente sostenuto il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Antonio Laudati. E ha aggiunto: «Studi recenti hanno portato ad accertare che l’indotto delle attività mafiose dà lavoro al 10% della popolazione siciliana. Ciò dimostra in maniera lampante la gravità del problema rappresentato dalla mafia moderna e dalla sua trasformazione. Oggi la mafia predilige le attività nelle quali guadagna molto e rischia di meno. Così accanto al tradizionale traffico di droga si occupa di contrabbando, di immigrazione clandestina, della contraffazione dei prodotti, attività rispetto alle quali non c’è più il tradizionale rapporto vittima-aggressore. Il nuovo modello di impresa della mafia ha l’obiettivo di offrire prestazioni illecite a persone consenzienti, a persone che le richiedono. Il problema di fondo è che una mafia che guadagna tanti soldi rappresenta un pericolo ancora maggiore. Non ha più bisogno di uccidere o di intimidire, ma compra».
Artefice di questo mutamento di rotta è Bernardo Provenzano, settant’anni appena compiuti di cui più di quaranta da latitante. È l’ultimo dei «corleonesi», la cosca storica che scalzò dai vertici dell’organizzazione mafiosa le antiche e consolidate famiglie palermitane, e annoverò tra le sue file boss sanguinari come Luciano Liggio e Totò Riina.
Per gli inquirenti c’è una data che segna l’avvento al vertice mafioso di Bernardo Provenzano: 15 gennaio 1993. Quel giorno si insediava alla procura della Repubblica di Palermo Gian Carlo Caselli. Quel giorno una squadra del Ros capitanata da Sergio De Caprio, più noto come Ultimo, assicurò alla giustizia Totò Riina, il principale tra gli ideatori delle stragi di Falcone e Borsellino. Il successo di quella cattura eccellente venne immediatamente velato da una ridda di polemiche ancora non sopite. Chi aveva collaborato alla cattura del capo di Cosa Nostra? Perché nessuno perquisì il suo ultimo rifugio? Quesiti ancora aperti, che saranno al centro del processo che vedrà alla sbarra il prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, e il tenente colonnello Sergio De Caprio.
Le cronache degli ultimi mesi sono contraddittorie. Oltre a dirci che la mafia gode di ottima salute sul fronte dei profitti, indicano che la leadership di Provenzano è sulla via del declino. Siamo all’autunno del patriarca, come ha scritto il cronista giudiziario del Giornale di Sicilia Riccardo Arena. Segnato nel fisico dall’incedere degli anni, «Binu» soffre le malattie della terza età: problemi ai reni, cataratta agli occhi e una diagnosi di tumore benigno. È stato persino costretto a subire un’operazione alla prostata eseguita in una clinica di Marsiglia. Ovviamente a spese della pubblica amministrazione.
Gli acciacchi, però, sono l’ultimo dei problemi del boss di Cosa Nostra. A più riprese sono state smantellate, una dopo l’altra, le reti di collaboratori da lui faticosamente costruite. Soltanto per un soffio Provenzano ha evitato la cattura. A ogni flop corrisponde una polemica, e più di una volta le cronache giudiziarie hanno raccontato di pezzi deviati di organi investigativi che avrebbero contribuito a mettere in allerta l’anziano uomo d’onore, consentendogli di mantenere intatto il suo record di latitanza. Un vero incubo per polizia e carabinieri, sempre sul punto di acciuffarlo. Alla fine quel che resta è un covo «caldo» e l’ennesimo nugolo di «amici degli amici» a finire in manette. «Prima o poi lo arrestiamo, ma questo non significa che la sua cattura corrisponda alla sconfitta della mafia», sostengono a Palazzo di Giustizia.
La mafia difatti non è una monarchia. Per gli investigatori, il vertice strategico di Cosa Nostra sarebbe composto – oltre che da Provenzano – ancora da Totò Riina e Leoluca Bagarella, entrambi detenuti. Una guida che limiterebbe il suo campo d’azione alla definizione delle linee politico-strategiche. Tutti e tre, afferma la Dia, «ben poco possono fare a livello operativo, laddove invece occorre una costante presenza sul territorio per poter curare gli affari delle famiglie. Per soddisfare questa esigenza, Provenzano ha individuato un gruppo selezionato di responsabili, una sorta di direttorio che guida i diversi territori».
Il dopo Provenzano si prepara da tempo. Il futuro di Cosa Nostra è legato al destino di due uomini: Matteo Messina Denaro da Castelvetrano e Salvatore Lo Piccolo, un palermitano doc. Tra loro due si gioca la partita per la successione al boss corleonese. Profondamente diversi per stile e mentalità, entrambi sono considerati fedeli al dogma Provenzano. Ma cosa succederà quando il padrino sarà costretto a cedere il bastone del comando? Nelle pagine della relazione semestrale del 2004, la Dia spiega che «Cosa Nostra, in tutte le province della Sicilia, non teme rivali tra le altre compagini criminali. Si deve invece guardare dal sorgere di dissidi interni, per evitare processi di destabilizzazione che la porterebbero alla disgregazione. Nel giugno 2004 si è assistito al rilancio del tema della dissociazione dei mafiosi, quale unica via possibile per attenuare i rigori di condanne ormai passate in giudicato. Di fronte ai diversi momenti di difficoltà dell’organizzazione mafiosa, resta comunque l’incognita di un equilibrio difficile, che potrebbe essere rotto in qualsiasi momento e che potrebbe provocare la ripresa di atteggiamenti violenti».
Emerge, come sempre, una doppia anima all’interno dell’associazione criminale. Doppia anima che si confronta provincia per provincia: l’equilibrio raggiunto è talmente fragile da poter collassare in ogni momento, dando il via ad una nuova stagione di violenza. E questo succede a Palermo, a Catania (dove la storica contrapposizione tra i clan Santapaola e Mazzei si sta risolvendo a favore di questi ultimi), a Caltanissetta (provincia dove Cosa Nostra, creando il quarto mandamento nel tentativo di sanare il contrasto con la stidda, ha nei fatti anticipato l’azione dell’amministrazione pubblica che discute da almeno un decennio sul possibile riconoscimento di Gela come provincia), ad Agrigento. Insomma, in ogni luogo dove la mafia impera, il conflitto per la ricerca di una nuova strategia è aperto.
Da un lato vige la tesi di mantenere un profilo basso, per puntare alla massimizzazione dei profitti. È il teorema promulgato più di dieci anni fa da Bernardo Provenzano. Dall’altra parte della barricata gli eredi della stagione delle stragi. I loro eserciti sono indeboliti ed i leader sono quasi tutti assicurati alle patrie galere, ristretti al regime carcerario del 41bis. Hanno subìto innumerevoli espropriazioni e vedono scemare il potere nei confronti della rete parentale di riferimento. Hanno scelto di non collaborare con la giustizia. Mantengono intatto il comandamento dell’omertà. Almeno sino ad ora. Dalle celle del supercarcere di Ascoli, Totò Riina lancia strani messaggi. Chiede di sapere chi sia stato l’infame a tradirlo. Tesi affascinante: su quali collaborazioni hanno potuto contare le forze dell’ordine per la sua cattura? Allude forse proprio a Provenzano? Il verbo di Riina è un veleno che si spande sulla già complicata vicenda – ormai giunta alla fase di dibattimento – del suo arresto e della mancata perquisizione della sua abitazione.
C’è poi una terza via, quella citata nella relazione della Dia come ipotesi di dissociazione. Tra i suoi sostenitori vanno annoverati boss del calibro di Pietro Aglieri. Il percorso da essi evocato non trova punti di appoggio sul piano giudiziario. «Non si capisce bene cosa ci propongano parlando di dissociazione», affermano alla procura di Palermo. Non è chiaro, ma i muri delle città siciliane hanno compreso benissimo il messaggio. Parecchi boss sono pronti ad ammettere le singole responsabilità. Ma lì si fermeranno, non faranno nomi e soprattutto cognomi, la dissociazione consisterà – eventualmente – solo nel dichiararsi colpevoli al fine di ottenere anche piccoli benefici, primo tra tutti l’attenuazione del regime carcerario. Di sicuro non diranno nulla contro i loro affiliati ancora sconosciuti alla magistratura o latitanti.

5. È lecito quindi supporre che la situazione carceraria dei detenuti per reati mafiosi possa incidere sul futuro prossimo della mafia, sempre più «organizzazione» e sempre meno «associazione». È la vera emergenza per i vertici di Cosa Nostra. A Palermo, ricorda Gian Carlo Caselli, «i 650 ergastoli comminati tra il 2000 ed il 2004 sono un dato che si cita con fastidio». Da sempre i boss detenuti in carcere hanno cercato di continuare a dirigere le attività delle loro cosche di riferimento. Così raccontava la pièceteatrale di metà Ottocento I mafiosi di la Vicaria, così tentano di fare oggi i vari Riina e Bagarella. Ma il carcere duro è un limite oggettivo che rischia di tagliare per sempre ogni rapporto di comunicazione con la rete criminale.
Attualmente i detenuti in regime di 41bis sono 611. La maggior parte di loro (210) sono affiliati a Cosa Nostra. Dal settembre 2003 all’ottobre 2004 i detenuti ai quali è stato applicato il regime detentivo speciale previsto dall’ordinamento penitenziario hanno subìto una lieve flessione, passando da 637 al numero attuale. Erano 659 nel 2001 e 650 nel 2002. Una recentissima relazione della commissione parlamentare Antimafia indica come la criminalità organizzata stia tentando di avviare una strategia per eludere le regole del 41bis: «I detenuti comunicano con l’esterno e tra di loro, in modo continuo e ordinario. Si è dunque sottolineata la necessità di un’azione organica e programmata per individuare i punti critici del sistema sul piano operativo e consentire all’amministrazione penitenziaria di intervenire efficacemente ». «Riguardo a questo aspetto», continua la commissione Antimafia, «occorre innanzitutto fornire adeguato rilievo ai fenomeni che hanno accompagnato il periodo di discussione e di approvazione in parlamento della legge n. 279 del 23 dicembre 2002, con ciò facendo riferimento sia ai fenomeni di protesta, sia alla cessazione di tali proteste. Non è inutile ricordare il proclama fatto il 12 luglio 2002 da Leoluca Bagarella davanti ai giudici della Corte d’assise di Trapani (“parlo a nome di tutti i detenuti ristretti all’Aquila sottoposti al regime del 41bis, stanchi di essere strumentalizzati, umiliati, vessati e usati come merce di scambio. (…) Siamo stati presi in giro. (…) Le promesse non sono state mantenute. (…) Intendiamo informare anche questa corte che dal primo luglio abbiamo avviato una protesta civile e pacifica che comprende la riduzione dell’ora d’aria e del vitto”)». La commissione ricorda anche il proclama firmato nel 2002 da Cristoforo Cannella, anch’egli sottoposto al regime dell’articolo 41bis: «Dove sono gli avvocati delle regioni meridionali che hanno difeso molti degli imputati per mafia e che ora siedono negli scranni parlamentari e sono nei posti apicali di molte commissioni preposte a fare queste leggi?».
Messaggi minacciosi rivolti alla classe politica, perché «Cosa Nostra si sente alternativa allo Stato, una realtà con le stesse prerogative e gli stessi elementi costitutivi di uno Stato. In quest’ottica ritiene assolutamente legittimo esercitare la sovranità su una parte di territorio nazionale». Messaggi rivolti anche ad indebolire la leadership del latitante corleonese: «Molti uomini d’onore non sono soddisfatti di quanto Bernardo Provenzano ha finora fatto per i numerosissimi affiliati detenuti, spesso con pesanti condanne da scontare». D’altronde, anche i dati ufficiali dimostrano che l’opera di don «Binu» sia da considerare del tutto fallimentare agli occhi delle fazioni «politiche» avversarie: dal 1992 al primo semestre del 2003 sono stati 1.717 i componenti di Cosa Nostra raggiunti da ordinanze di custodia cautelare.

6. La difficoltà nel conciliare i contrasti interni non impedisce agli uomini d’onore di procedere ad una nuova forma di contaminazione dell’ambiente economico e imprenditoriale, rafforzando la presenza della propria rete di interessi soprattutto al di fuori della Sicilia. Secondo la Dia «si assiste anche ad iniziative individuali a carattere prettamente finanziario e imprenditoriale, per lo più riconducibili ad elementi di spicco della consorteria mafiosa, che, essendo riusciti a polverizzare i patrimoni accumulati illegalmente, tendono ora ad emigrare lontano dalle aree di origine per svolgere una vita assolutamente anonima e in tal modo avviare attività societarie e commerciali, quasi sempre nel campo dell’edilizia, coadiuvati da esperti nel campo economico-finanziario non organici a Cosa Nostra. Si tratta, per ora, di una sorta di emigrazione che ha l’ovvio scopo di sottrarsi alla pressante attenzione investigativa dedicata ai mafiosi nelle zone dove essi sono ben conosciuti. Il fenomeno, in ogni caso, deve essere seguito con attenzione per l’ormai ben conosciuta capacità di Cosa Nostra di trasformare queste cellule in vere e proprie articolazioni organiche alla struttura, facendole diventare sue proiezioni al di fuori della Sicilia, da utilizzare per ogni sorta di traffici».
Quella della Dia è molto più di una previsione, poiché si basa su un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta sulle attività economiche dei clan della provincia. Si è così scoperto che anche le agenzie di lavoro interinale possono diventare un’ottima copertura per ramificare la presenza delle cosche. Con un’impresa creata ad hoc, infatti, il clan mafioso di Caltanissetta riusciva a fornire personale a ditte che eseguivano lavori nelle regioni del Centro-Nord ed in particolare a Lucca, Fano, Rimini, Vicenza, Formia, Codogno, Latina, Verona, Firenze, La Spezia, Piacenza, Cassino, Genova, Rho, Perugia, Lodi e Milano. Le richieste erano tante e per accontentare tutti i boss ingaggiavano cassintegrati di Gela che, spinti dal bisogno, accettavano salari bassi e condizioni di lavoro precarie. In cambio la mafia chiedeva una parte dei guadagni degli operai assunti, all’incirca il 25%.

7. Ma è possibile ipotizzare un’omologazione ed un coordinamento tra Cosa Nostra, le altre mafie italiane e le tante forme di criminalità organizzata che operano nel mondo? Poche persone credettero al collaboratore di giustizia Leonardo Messina, quando, poco più di dieci anni fa, iniziò a raccontare dell’esistenza di una supercupola mondiale. Messina descrisse ai giudici italiani le relazioni che integravano i diversi network del crimine operanti in Italia ed all’estero, raccontando l’esistenza di un «quarto livello». Veniva così ipotizzata per la prima volta l’esistenza di una sorta di holding internazionale, dove le più grandi organizzazioni criminali avrebbero pianificato le proprie strategie e concordato le linee decisionali.
Scenari successivamente integrati dalle analisi della Dia e delle altre agenzie di investigazione straniere, secondo le quali alle tradizionali famiglie mafiose siciliane presenti sul territorio italiano si affiancano nuovi gruppi criminali fondati su affinità etniche. Sia la globalizzazione del crimine organizzato – ed i suoi potenziali momenti di contatto con altri fenomeni antisistema come il terrorismo politico e religioso – sia il mantenimento dello status quo nei territori controllati si realizzano e saldano attorno ad un duplice schema di relazioni antagoniste: i gruppi criminali – siano essi di matrice mafiosa o eversiva – possono concorrere al raggiungimento di fini specifici o, in alternativa, competere per il predominio su determinati mercati o territori.
Per comprendere come si materializzi sul piano concreto questo alternarsi di ruoli e compiti, basta prendere ad esempio il circuito del narcotraffico ed in particolare il suo funzionamento nei momenti di crisi tra le varie fazioni mafiose sin dalla fine degli anni Settanta, durante quella che viene ricordata come la seconda guerra di mafia in Sicilia. I corleonesi fedeli a Luciano Leggio, guidati manu militari da Riina e Provenzano, decisero di raggiungere il comando di Cosa Nostra attaccando gli storici clan palermitani. Più che di una guerra di mafia, si trattò di un’operazione di pulizia etnica. I morti si contavano soltanto dal lato delle cosche palermitane. Quella faida mirò – riuscendoci – a sovvertire gli equilibri politici interni all’organizzazione mafiosa. Eppure, un boss del calibro di Gaetano Badalamenti, che secondo le rivelazioni di Buscetta occupava a quei tempi uno dei posti principali nel gotha della Cupola mafiosa, non venne toccato dalla stagione di sangue. Caso unico nella storia della mafia, Badalamenti venne – come si dice nel gergo mafioso – «posato», espulso dal network mafioso. Le competenze dell’anziano «don» di Cinisi e le sue relazioni con i narcotrafficanti stranieri erano considerate un patrimonio comune a tutte le famiglie. «La licenza l’ho soltanto io», gridava al telefono Badalamenti parlando con un suo affiliato, avendo compreso di essere nel mirino di Leggio, Riina e Provenzano. La «licenza» in questione era proprio il controllo internazionale del narcotraffico. Non potendo disperdere quelle risorse, il nuovo direttorio mafioso di rito corleonese risolse «pacificamente» il caso Badalamenti: pur mantenendo un profilo competitivo e sanzionatorio nei confronti del boss di Cinisi – ritenuto avversario in termini di «politica interna» – la strategia adottata con i componenti del suo circuito dedito al narcotraffico rimase di tipo collaborativo.
Più che di un modello teorico, si tratta quindi di un vero e proprio modus operandi. Supponendo che un gruppo criminale debba organizzare una spedizione di narcotici da uno scalo italiano, il primo problema da affrontare per il buon risultato dell’operazione è porsi al riparo da eventuali furti. Ovviamente, il clan non può ricorrere ai metodi legali di assicurazione né ai tradizionali metodi di protezione. O provvederà con propri uomini alla protezione della merce, sopportando i relativi costi o – nell’ipotesi che il luogo di transito sia controllato da un altro gruppo criminale – cercherà di entrare in contatto con quest’ultimo per assicurarsi che la merce giunga al destinatario. Come si vede, ogni gruppo criminale può scegliere il tipo di comportamento da adottare – competitivo o collaborativo – per ogni specifica situazione. Nulla vieta, poi, che il primo gruppo eserciti le medesime funzioni del secondo in un altro contesto, né che il secondo organizzi spedizioni di droga. Anzi, le famiglie mafiose di solito svolgono entrambe le funzioni, visto che, caratterizzandosi come «industria» della protezione privata, la mafia ha nella capacità di controllo del territorio la propria risorsa fondamentale.
Esemplificativa della prassi mafiosa sul territorio è l’inchiesta condotta contro la cosca palermitana di San Lorenzo guidata da Salvatore e Sandro Lo Piccolo. Costoro controllano mezza città e buona parte dell’area nord-occidentale della provincia, sino al confine con Trapani. Dall’inchiesta emerge una mafia ad alta vocazione imprenditoriale, che controlla tutto. Una mafia talmente forte da scoraggiare persino i rapinatori nel proseguire l’attività. I commercianti derubati, infatti, piuttosto che rivolgersi alle forze dell’ordine, contattano esponenti del clan mafioso per cercare di recuperare quanto loro sottratto. E la lunga mano della mafia, ad un costo ragionevole – comprendente l’indennità per i rapinatori e l’aggio per avere risolto il caso – riesce a ristorare il commerciante derubato. È anche il ritratto di una mafia talmente autoritaria e credibile da poter esercitare forme di controllo territoriale ben al di là dei propri confini, mediando ed investendo su aree controllate da altre cosche.
Il costo sociale della mafia è compensato dalla capacità di offrire servizi indispensabili. Non è tanto difficile capire quanto convenga ai cittadini non vedere la mafia. Proprio l’inchiesta sulla mafia di San Lorenzo ha mostrato il volto di una mafia benevola e comprensiva nei confronti delle classi sociali più emarginate. Nel territorio che fa capo alla cosca dei Lo Piccolo è ubicato uno dei quartieri più disagiati della periferia urbana di Palermo: Zona espansione nord, abbreviato Zen. Nulla a che vedere con l’armonia della disciplina orientale; definire lo Zen un quartiere ghetto è sadico eufemismo. La mafia vi alleva le nuove generazioni di manovalanza criminale. E soddisfa quelle esigenze che l’amministrazione pubblica non ha mai saputo risolvere. Scollegati dalla rete elettrica e da quella idrica, buona parte degli abitanti del quartiere hanno fatto ricorso ad una serie di allacciamenti abusivi. Il sistema integrato era gestito dal clan mafioso ad un costo assolutamente abbordabile anche per le precarie condizioni economiche del quartiere. Il costo del servizio oscillava tra i 10 ed i 15 euro. Nei giorni successivi all’operazione antimafia che ha smantellato la rete operativa della famiglia Lo Piccolo, i collegamenti abusivi sono stati rimossi e centinaia di famiglie palermitane sono rimaste senza luce e senza acqua. In quel quartiere c’è già chi comincia a rimpiangere il volto di quegli esattori così comprensivi ed efficienti.
Sarebbe facile ridurre la questione a un problema tutto siciliano. Ma proprio dai quartieri ghetto delle periferie urbane della Sicilia parte la nuova stagione di Cosa Nostra. La sfida planetaria verrà giocata – ancora una volta – con il volto insospettabile di professionisti e finanzieri. «Alterare le regole del mercato»: è questo oggi l’obiettivo di Cosa Nostra secondo Piero Luigi Vigna, procuratore nazionale antimafia.

mercoledì 8 novembre 2017

LE DELEGAZIONI DEL GOVERNO DELLA CATALOGNA ALL' ESTERO - IL RUOLO DELLA SLOVENIA - Un articolo dall' ultimo numero di Limes che è sulla Catalogna


Negli anni, le autorità di Barcellona hanno tessuto una rete di rapporti diplomatici in Europa e Nord America per irrobustire la causa indipendentista.

La carta inedita della settimana è sulla proiezione diplomatica della Catalogna.

Il tentativo dei separatisti di Barcellona di internazionalizzare lo scontro con Madrid e la fuga a Bruxelles di Carles Puigdemont, ex presidente della Generalitat, hanno acceso i riflettori sulla rete di 12 delegazioni all’estero fra Nord America ed Europa della comunità autonoma.

Si tratta di Parigi, Berlino, Zagabria, Varsavia, Lisbona e Bruxelles, oltre a Roma, Washington, Vienna, Londra e Copenaghen che coprono più paesi, per un totale di 24 Stati interessati. Da segnalare anche la sede della sarda Alghero, in catalano L’Alguer, compresa fra i països catalans.

Barcellona ha sfruttato tali uffici per tessere rapporti politici, promuovere attività culturali e ampliare le opportunità economiche in Catalogna e per le imprese locali. Con il recondito fine di diffondere il verbo catalanista e creare una solida base di relazioni da impiegare quando sarebbe maturata la crisi con il governo centrale spagnolo sulla questione dell’indipendenza.

Consapevoli di non disporre di sufficienti risorse per resistere a un braccio di ferro con Madrid, i vertici della Generalitat contavano di indurre l’intervento degli Stati Uniti o dell’Unione Europea, nella convinzione che quest’ultima mai si sarebbe tratta indietro di fronte alle rivendicazioni pacifiche e democratiche di propri cittadini.

Non ha funzionato. Benché prima del referendum del 1° ottobre l’amministrazione Trump avesse mantenuto una posizione ambigua, a fine settembre Washington ha chiarito di preferire una Spagna unita.

E nonostante tutti i contatti dietro le quinte con il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk e la leader di fatto dell’Ue, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il Govern di Barcellona non è riuscito a ottenere da nessun paese una mediazione alla luce del sole con Madrid. Che avrebbe automaticamente conferito legittimazione ai separatisti, obiettivo apicale della strategia di provocazione di Puigdemont e soci.

Unico paese a fornire patenti di solidarietà: la Slovenia, la cui commissione parlamentare degli Esteri ha passato tre raccomandazioni per sostenere il diritto all’autodeterminazione dei popoli e condannare la violenza in Catalogna.

A determinare le posizioni europee è stato sicuramente il timore di accendere separatismi e autonomismi più o meno quiescenti nel Vecchio continente. Ma anche, quantomeno a Berlino, la consapevolezza che il proprio partner mediterraneo prediletto (Madrid) disponeva dei mezzi di pressione militari, polizieschi, economici, finanziari e demografici sufficienti a volgere a proprio fare questa prima fase della crisi catalana.

Testo di Federico Petroni.
Carta inedita di Laura Canali in esclusiva su Limesonline.

lunedì 6 novembre 2017

UNA BUONA IDEA: A TRIESTE IL FESTIVAL "GEOPOLIS" - TRIESTE CITTA' INTERNAZIONALE DELLA GEOPOLITICA: ci stiamo e, nel nostro piccolo, abbiamo già cominciato.


Una buona idea di Roberto Curci è stata pubblicata oggi sul Piccolo.
Siamo pienamente d' accordo con lo spirito dell' articolo che riproduciamo sotto, tanto che nel nostro piccolo come Limes Club Trieste abbiamo iniziato a proporre i temi della geopolitica a Trieste che ha risposto molto bene.
Noi ci stiamo !


Il Piccolo 6/10/2017
A Trieste il festival “Geopolis”
Il rilancio dell’identità culturale della città può avvenire grazie alla geografia

di ROBERTO CURCI

Assai raramente i cosiddetti dibattiti giornalistici, specie in ambito culturale (recente quello sulla presunta eclissi della Trieste letteraria), non si riducono a una sequenza di “opinioni”, talora autoreferenziali e spesso purtroppo sterili.
Ma l’intervento di Renzo S. Crivelli (“Strategia culturale per Trieste”, lunedì 30 ottobre), sensatissimo e totalmente condivisibile, mi induce a rompere una tantum un lungo silenzio. Crivelli lamenta e deplora ciò che è sotto gli occhi di tutti coloro che possono e vogliono vedere: che la Trieste attualmente in fase di notevole incremento turistico, è in realtà, al di là delle sue bellezze naturali, architettoniche e urbanistiche, una città priva di autentica identità, di un quid che la rappresenti con forza attrattiva e incrementi quell’effetto-calamita che da un po’ essa indubbiamente esercita.
 A mio parere non bastano le etichette di “città della Barcolana”, di “città della scienza” o di “città del caffè” a consentire a Trieste quella “marcia in più” che le compete e che si merita, al netto del fascino persistente e incancellabile di un passato fatto di molte luci (letterarie e artistiche soprattutto) ma anche delle molte ombre di una storia travagliata. Poiché i reiterati appelli a fare squadra, o a fare sistema, affinché la città sappia trovare il colpo d’ala che le manca e a decollare davvero (non ce ne vogliano gli infaticabili organizzatori della Barcolana…) sono sistematicamente destinati all’indifferenza o, peggio, a un’infastidita ostilità; e siccome le esortazioni degli uomini di buona volontà scontano, comunque, la loro genericità e vaghezza, oso formulare una proposta concretissima, certamente opinabile ma quanto meno inedita, ancorché – a ben vedere – facilmente prevedibile (della serie: bastava pensarci).
Ignoro quante persone si siano rese conto, negli ultimi anni, del crescente e spesso travolgente successo (sotto molti aspetti: culturale, sociale, turistico, economico) delle iniziative escogitate dalle amministrazioni di città e cittadine del Belpaese proprio per darsi una ben definita e riconoscibile identità. Parlo dei cosiddetti Festival, che dopo la prima esperienza di Mantovaletteratura, a tutt’oggi fortunatissima, si sono diffusi quasi a macchia d’olio: Festival della scienza a Genova, della mente a Sarzana, della filosofia a Modena, Carpi e Sassuolo, dell’energia a Milano, del giornalismo a Perugia, della comunicazione a Camogli, dei saperi a Pavia, della creatività a Firenze… E ben sappiamo che, a due o a quattro passi da noi, Gorizia ha saputo darsi l’eccellente èStoria e Pordenone l’altrettanto importante Pordenonelegge. Qualcuno già dirà: ma che idea geniale! Un altro Festival! Come non bastasse Next, per dire; o Link; o Olio Capitale… D’accordo, c’è poco di geniale nell’idea, ma forse c’è un pizzico di novità nel tema suggerito.
 E questo tema (finora inutilizzato altrove) è la geografia e la geopolitica.
Mi domando, e giro la domanda: quale città più di Trieste può aspirare a diventare una “capitale morale” della geografia?
 Per ripetere cose arcinote e perfino troppo spesso sottolineate, questa città situata a un cruciale incrocio tra Nord e Sud (la Mitteleuropa e il Mediterraneo) e tra Est e Ovest (il mondo slavo e l’Europa “neolatina”), è sembrata e continua a sembrare a chi la sappia appena annusare uno snodo di civiltà e di culture, di lingue e di religioni forse senza pari, almeno in Europa.
 In tempi di nuove mappe e nuove tecnologie, di confini divenuti flessibili e spesso labili, di conflittualità territoriali capaci di ridisegnare drasticamente le vecchie carte geografiche, una manifestazione annuale che su questi temi (e su tanti altri affini) rifletta e dibatta, approfondendo di volta in volta i molteplici aspetti del problematico ventaglio che il tumultuoso evolversi della storia e della politica del terzo millennio sta producendo, con mutamenti imprevedibili e spesso drammatici sia dei vari assetti nazionali sia del complessivo quadro strategico europeo, mediorientale e dell’Africa centro-settentrionale, costituirebbe un evento di elevato spessore e di altrettanto elevata attualità e potenzialità attrattiva, suscettibile com’è di essere declinato in decine di possibili sfaccettature tematiche.
Col contributo di studiosi di varia estrazione (penso soltanto al coinvolgimento di realtà non solo editoriali quali “Limes” e “National Geographic” e alla lunga lista di esperti già identificabili), sarebbe ciò che a Trieste ancora manca: un marchio identitario, un’occasione di riconoscimento internazionale. «Trieste? Ah sì, quella della geografia».
“Geopolis”, appunto, anche per esorcizzare lo spettro di quella “Necropolis” evocata dai sacrosanti detrattori della città immobilista o dormiente. Un progetto certamente complesso e ambizioso, attorno al quale – stavolta sì – occorrerebbe fare squadra, o sistema.
Ma presto: prima che ci pensi qualcun altro!

martedì 31 ottobre 2017

CATALOGNA, SECONDA FASE: INDIPENDENTISTI E UNIONISTI GUARDANO AL VOTO DEL 21 DICEMBRE - PUIGDEMONT RESTA A BRUXELLES - Un articolo di Affari Internazionali


Articolo di Andrea Carteny per Affari Internazionali

Venerdì 27 ottobre può ben dirsi il giorno in cui si è chiusa una fase della questione catalana: il Parlamento di Barcellona ha votato l’indipendenza e proclamato la repubblica. Contestualmente, il governo spagnolo ha posto in essere – dopo il voto favorevole del Senato – il controllo diretto sulla Comunità autonoma previsto dall’articolo 155 della Costituzione, sospendendone le prerogative di autogoverno. La protagonista della repressione da parte delle forze di polizia spagnole nel giorno del referendum, la vicepremier Soraya Saenz de Santamaría, è stata incaricata di svolgere le funzioni del deposto presidente della Generalitat Carles Puigdemont e di normalizzare la situazione per arrivare a nuove elezioni nella Comunità, il 21 dicembre prossimo. Ma ora, mentre gli unionisti catalani scendono in piazza (“Essere catalani è un orgoglio, essere spagnoli un onore” e gli indipendentisti proclamano la via nonviolenta all’autonomia, il confronto si sposta nella società, nella vita di tutti i giorni: chi vincerà?
Per 90 minuti, intanto, la sfida si è spostata su un campo di calcio, dove la squadra catalana del Girona – di cui è tifoso Puigdemont – ha battuto il blasonato Real Madrid che porta le effigie della Corona di Spagna: “Un esempio, un riferimento per molte situazioni”, ha twittato il leader indipendentista.
La sfida della mobilitazione
È chiaro che l’appello dei principali leader indipendentisti (politico-istituzionali, come Puigdemont e il suo vice Oriol Junqueras, e della società civile, come i ‘due Jordi’, Cuixart e Sánchez, alla guida delle due più importanti realtà indipendentiste della società civile catalana, Omnium Cultural e Assemblea Nacional Catalana) a reagire pacificamente, con atteggiamenti di resistenza passiva, intende raccogliere la solidarietà dei tanti che, pur non essendo favorevoli alla secessione, non tollerano l’uso della polizia e dell’esercito da parte di Madrid.
D’altro lato, c’è una parte importante della società spagnola – e un pezzo non indifferente della società catalana, che si riferisce in generale agli ambienti popolari e di Ciutadans, l’equivalente catalano dei liberaldemocratici di Ciudadanos – che invoca l’intervento anche della forza per ristabilire l’ordine. Queste due opposte fazioni, da qui al 21 dicembre, tenteranno di mobilitare le proprie forze e coinvolgere il più possibile quella zona mediana, centrale del panorama sociale e culturale catalano, che è rimasta nel mezzo, schiacciata dalle ali estreme.
Tuttavia, mentre da Madrid garantiscono che Puigdemont potrà partecipare alle consultazioni (se non sarà in carcere) e da Barcellona che occorre “andare avanti, senza mai rinunciare al voto”, un dato sembra certo: sarà difficile tornare allo status quo, dopo una mobilitazione indipendentista di questo genere. Un ritorno alla normalità non potrà prescindere da una trattativa sullo stato delle autonomie in Spagna, sempre in bilico tra Spagna centralista e Spagna “plurale”.
Alle origini della desconneccio’
Nel 1978, la Spagna post-franchista si diede un assetto di avanzato regionalismo, con riconoscimento delle nazionalità locali e statuti di autonomia negoziati ognuno bilateralmente col governo centrale. È la transizione pattata, che permise alla Spagna di uscire dalla dittatura senza conflitti civili, ma lasciando una porzione importante di memoria non condivisa soprattutto in regioni come la Catalogna, decisamente represse durante il franchismo.
Ha origine in questo passaggio, sebbene rimasto sotto traccia per molti anni, la mobilitazione repubblicana riesplosa in questo periodo in Catalogna. Un leader, Jordi Pujol, e una formazione, la coalizione Convergència i Unio’, per un quarto di secolo sono stati in grado di proporre la Catalogna come il migliore esempio dell’autonomia in Spagna: orgogliosi autonomisti, ma dentro il sistema, capaci di confermarsi la regione più ricca del Paese e tra le più sviluppate d’Europa. Poi si è tornati a parlare di riforma degli statuti regionali, con l’inedito compromesso tra il blocco moderato catalano (guidato da Artur Mas, successore di Pujol) e il governo socialista guidato da José Luis Rodrigues Zapatero che spianò la strada per il riconoscimento di una serie di tradizionali elementi di rivendicazione autonomistica. Fra questi, il riconoscimento che la Catalogna è una “nazione” (nel rispetto di un sentimento diffuso, riferimento inserito nel preambolo del nuovo statuto) e di “diritti storici” della Catalogna (fino a quel momento riconosciuti implicitamente solo alle regioni di tradizione foralista, la Navarra e i Paesi baschi), ancor maggiore autonomia di gestione finanziaria, fiscale e tributaria.
Il piano del nuovo Estatut fu approvato dal Parlament della Catalogna nel settembre 2005, emendato e ratificato dall’assemblea di Madrid nel maggio 2006 e posto al voto per referendum regionale il mese successivo, quando i 2/3 dei votanti (presenti alle urne solo con un avente diritto su due) votarono sì al nuovo testo. L’opposizione dichiarata a questo impianto da parte degli ambienti più legati all’idea di una Spagna centralista (in particolare del Partito popolare, che raccolse milioni di firme contro il nuovo statuto) lasciò sul tavolo la questione politica, mentre con la crisi del debito pubblico e il cambio al governo si riaprì la partita anche e soprattutto a livello di Tribunale costituzionale.
Qui, la decisione di incostituzionalità pronunciata nel 2010 sugli articoli più importanti – dal punto di vista simbolico e amministrativo – fu il punto di svolta: in un contesto di crescente difficoltà e crisi, sia economica che politica (per l’esplodere di scandali di corruzione anche in Catalogna), cominciarono in quell’anno le manifestazioni di massa catalane per il “diritto a decidere”, che si ripetono periodicamente, in particolare nel giorno della Diada, l’11 settembre (che nel martirologo nazionale ricordo la caduta di Barcellona nel 1714 sotto l’attacco delle truppe borboniche, e la perdita dell’autonomia catalana).
Sostanziale parità in vista delle elezioni
Iniziò così la mobilitazione delle organizzazioni della società civile catalana, mentre la formazione politica Convergència di Mas assumeva posizioni di crescente indipendentismo, avvicinandosi alla formazione da sempre repubblicana e indipendentista Erc (Esquerra Repubblicana de Catalunya), e di fronte al diniego del governo di Madrid di una maggiore autonomia finanziaria sul modello basco. Fu così convocato un primo referendum regionale per trasformare la Catalogna in Stato indipendente, il 9 novembre 2014, bloccato ufficialmente dal Tribunale costituzionale per iniziativa del governo, ma trasformato dalla Generalitat in una consultazione “partecipativa”. Oltre due milioni di votanti – su un totale di circa quattro milioni e mezzo di aventi diritto – parteciparono al voto, e di questi l’80% votò sì.
Ecco, dunque, le premesse dell’ultima fase: le successive elezioni, nel 2015, videro cambiare radicalmente il panorama politico, trainato dalla mobilitazione delle organizzazioni civiche indipendentiste. La formazione Junts pel Sì, che raccoglie gli ex Convergència, Erc e personalità del mondo dello sport e della cultura, ricevette circa il 48% dei consensi e, con l’appoggio della formazione di estrema sinistra Cup, si propose come maggioranza per portare il Paese al referendum sull’indipendenza.
Oggi, secondo i sondaggi, quella percentuale potrebbe calare del 5%, facendo perdere agli autonomisti la maggioranza nel Parlement, in sostanziale parità con i partiti unionisti.
Il resto è storia di questi giorni, ma sarà una storia ancora lunga.

domenica 29 ottobre 2017

ELEZIONI O RESISTENZA: IL DELICATO CALCOLO DEI SEPARATISTI DI CATALOGNA - 700 SINDACI SU 948 SI SCHIERANO APERTAMENTE PER LA NEONATA REPUBBLICA - Un articolo di Limes on-line

I 700 SINDACI CHE, CON IL BASTONE SIMBOLO DEL POTERE MUNICIPALE, SI SONO SCHIERATI PER L' INDIPENDENZA: COSTITUISCONO L' AUTENTICA OSSATURA DELLA REPUBBLICA INDIPENDENTE DI CATALOGNA.
Ultima ora: domenica 29, 300.000 unionisti - stima della polizia- hanno manifestato a Barcellona contro la proclamazione della Repubblica indipendente (clicca QUI).


Elezioni o resistenza: il delicato calcolo dei separatisti di Catalogna
Dichiarata l’indipendenza subito prima di essere estromesse da Madrid, i rivoluzionari devono decidere se stare al gioco dello Stato centrale o rifiutarne l’autorità. E non è scontato che al voto del 21 dicembre ottengano la maggioranza.
di 
Il Parlament di Barcellona ha approvato (70 a favore, 10 contro, 2 astenuti) la mozione per conferire al governo di Carles Puigdemont il mandato di costituire una Repubblica di Catalogna indipendente. Subito dopo, il primo ministro della Spagna Mariano Rajoy ha destituito Puigdemont e i membri del suo esecutivo, convocando le elezioni regionali per il 21 dicembre.


La settimana ha fatto naufragare ogni spiraglio per le trattative con il governo centrale. Giovedì Puigdemont si è rifiutato di indire nuove elezioni in Catalogna – che il Psoe giudicava sufficienti a evitare il commissariamento della comunità autonoma. Così, venerdì, dopo una seduta di sei ore, il Senato ha autorizzato le misure pensate dall’esecutivo madrileno per applicare l’art. 155 della Costituzione e reprimere le autorità rivoluzionarie catalane, che hanno “disconosciuto e ignorato le leggi senza alcuna legittimità per farlo”.

La proclamazione dell’indipendenza è certo un gesto simbolico, ma le autorità ora decadute devono decidere come giocare le proprie carte ed eventualmente resistere – in modo pacifico, dicono – alle ingerenze dello Stato centrale.

Non è scontato che alle elezioni del 21 dicembre i separatisti ricevano la maggioranza dei voti dei catalani. Al voto regionale del 2015, la coalizione Junts pel Sì ottenne infatti il 47% circa dei suffragi. E al contestato referendum del 1° ottobre ha partecipato solo il 42% degli aventi diritto.

La violenta reazione di Madrid – culmine di un decennio di netto rifiuto ad ascoltare le istanze autonomiste – ha sicuramente contribuito a indurire le percezioni di molti abitanti della comunità autonoma, facendoli propendere per l’indipendenza come unica alternativa.

Tuttavia, la popolazione non catalana è piuttosto corposa nella regione e ha fatto sentire la propria voce. Inoltre, l’alta borghesia catalana non è affatto compatta dietro gli indipendentisti e, anzi, sta operando una discreta pressione con il trasferimento della sede di oltre un migliaio di aziende in altre località di Spagna.

Incerta anche la posizione dei numerosi elettori delle branche locali di Podemos, che controllano il comune di Barcellona. La formazione guidata da Pablo Iglesias aveva mantenuto un’ambigua posizione contraria alla secessione ma favorevole al “diritto di decidere” del popolo catalano. Alle elezioni del 21 dicembre potrebbe decidere di sostenere la coalizione che si schiera per un secondo – stavolta legale – referendum oppure considerare il voto come una consultazione di fatto per l’indipendenza, togliendo così suffragi ai separatisti.

In ogni caso, tale incertezza sposta i riflettori sulle forze che potrebbero aiutare i rivoluzionari a deviare il corso degli eventi, per il momento incanalato nella direzione ambita da Madrid. Prima fra tutte la polizia catalana, i Mossos d’Esquadra, teoricamente alle dipendenze della Generalitat appena dichiaratasi indipendente. Gli almeno 14 mila poliziotti si sono schierati il 1° ottobre dalla parte delle autorità di Barcellona. Ora la loro fedeltà potrebbe essere l’ago della bilancia. Non è un caso che Rajoy abbia subito decretato la rimozione del capo della polizia Josep Lluís Trapero, già in stato d’accusa per sedizione, oltre all’allontanamento del segretario generale dell’Interno catalano César Puig e del direttore generale dei Mossos Pere Soler.

Saranno decisive le settimane che conducono al 21 dicembre, per valutare se e come Rajoy e il suo governo riusciranno a esercitare in Catalogna l’autorità che si sono arrogati assumendosi le funzioni dei vertici della Generalitat.

I separatisti – o alcuni di loro, vista l’eterogeneità della coalizione – potrebbero essere tentati di resistere e radicalizzare lo scontro con Madrid per provocarne una reazione sproporzionata che ne intacchi la superiorità e la costringa a sedersi a un tavolo negoziale. Magari promosso dall’Ue (o da uno Stato membro), la quale tuttavia continua a fare orecchie da mercante.

Lo scenario basco è dietro l’angolo. A meno che Puigdemont e soci non s’affidino al testa o croce elettorale. Un salto nel buio, ma almeno non nel buio pesto.



venerdì 27 ottobre 2017

PROCLAMATA LA REPUBBLICA CATALANA INDIPENDENTE - Articolo di LimesOnLine



IL CROCEVIA DELLA CATALOGNA
a cura di 
Il Parlament di Barcellona ha approvato (70 a favore, 10 contro, 2 astenuti) la mozione per conferire al governo di Puigdemont il mandato di costituire una Repubblica di Catalogna indipendente. I separatisti hanno così scelto di radicalizzare ulteriormente lo scontro con Madrid, percependosi alle ultime ore prima che lo Stato centrale ne attivasse la rimozione forzosa dalle istituzioni della comunità autonoma.
In settimana Barcellona aveva reso noto di essere pronta ad adire il Tribunale costituzionale in seguito al futuro commissariamento. Le voci di una possibile riduzione dei toni, con l’indizione di nuove elezioni a dicembre e il ritiro della dichiarazione d’indipendenza, sospesa immediatamente dalla Generalitat per mantenere aperto uno spiraglio per le trattative con il governo centrale, sono naufragate, travolte dal corso degli eventi.
Giovedì il presidente della Generalitat Puigdemont si è rifiutato di indire nuove elezioni in Catalogna – che il Psoe giudicava sufficienti a evitare il commissariamento della comunità autonoma. Venerdì mattina, il presidente del governo spagnolo Mariano Rajoy ha sostenuto davanti al Senato – organo che deve esprimersi sull’imposizione delle misure eccezionali previste dall’art. 155 della Costituzione – che tale via è l’unica soluzione alla deriva intrapresa dalle autorità catalane, che hanno “disconosciuto e ignorato le leggi senza alcuna legittimità per farlo”.
Da Madrid, la procura generale potrebbe rispondere con l’imputazione del presidente della Generalitat e dei suoi per reati di ribellione o quantomeno sedizione. E, arrivato il via libera del Senato all’applicazione dell’art.155, ora il consiglio dei Ministri potrebbe sancire in via definitiva la rimozione della leadership rivoluzionaria, la nomina di un inviato governativo e di una commissione che gestisca la comunità autonoma (le cui prerogative resterebbero comunque in vigore) e l’indizione di nuove elezioni.
Ora, tuttavia, gli attori che controllano le istituzioni di Barcellona si percepiscono conferiti di potere costituente e pertanto legittimati a resistere alle ingerenze dello Stato centrale in modo pacifico – per il momento, perché occorre valutare come si schiereranno i Mossos d’Esquadra, forti di almeno 14 mila unità.
I separatisti hanno scientemente radicalizzato lo scontro con Madrid per provocarne una reazione sproporzionata che ne intacchi la superiorità e la costringa a sedersi a un tavolo negoziale. Magari promosso dall’Ue (o da uno Stato membro), la quale tuttavia continua a fare orecchie da mercante.