DIBATTITO SU QUESTIONI INTERNAZIONALI PER UNA CITTA' INTERNAZIONALE

venerdì 8 febbraio 2019

ORA LE ALPI SONO PIU' ALTE - LA CRISI ITALIA-FRANCIA COMMENTATA DA LUCIO CARACCIOLO, DIRETTORE DI LIMES


Sulla crisi Italia -Francia su Limes-On Line è uscito l’ altro ieri l’ articolo di Lucio Caracciolo che riportiamo sotto.
L’ articolo prevedeva, 
oltre al richiamo dell’ ambasciatore, delle rappresaglie da parte francese alle mosse avventate del Vicepresidente del Consiglio Di Maio che ha incontrato proprio in Francia alcuni esponenti di un’ ala particolarmente dura e di destra dei “gilet gialli” : “I colpi saranno visibili a chi deve vederli, ma sparati con il silenziatore”.

Poche ore dopo sembra che da parte francese non si voglia usare nemmeno il silenziatore: non viene rispettato l’ accordo per l’ accoglienza di una parte dei migranti della Sea Watch (il che riguarda Salvini) e salta la trattativa per l’ acquisizione di Alitalia su cui puntava Di Maio.
Speriamo non sia coinvolto anche l’ accordo con Fincantieri per l’ acquisizione dei cantieri navali francesi STX.
Lo sapremo forse dopo il Consiglio d’ amministrazione di Fincantieri appena convocato proprio per la data in cui l’ amministratore delegato Bono dovrebbe partecipare al nostro convegno del 14 a Trieste.


ORA LE ALPI SONO PIU' ALTE

Data l’intrinsechezza geopolitica, economica e commerciale fra i due paesi, abbondano i dossier su cui i francesi cercheranno di farci pagare pedaggio.
di Lucio Caracciolo

Da oggi le Alpi sono più alte. Il richiamo per consultazioni dell’ambasciatore di Francia a Roma, Christian Masset, sigilla una crisi senza precedenti nei rapporti italo-francesi. Almeno dal famigerato “colpo di pugnale alle spalle” del giugno 1940, quando Mussolini ordinò alle nostre truppe di invadere la Grande Nation già sopraffatta dalla Wehrmacht, nell’illusione di presto partecipare al banchetto in cui se ne sarebbe spartito le spoglie insieme a Hitler.
Eppure il gesto volutamente clamoroso di Macron non giunge inaspettato. Quasi inevitabile replica alla missione lampo di Luigi Di Maio in terra francese, per incontrare una presunta rappresentanza dei gilet gialli, dai loro stessi capi sconfessata. A guidarla l’islamofobo Christophe Chalençon, estremista di destra che vorrebbe un uomo forte – il generale Pierre de Villiers – all’Eliseo. Insomma, il nostro numero due s’è intrattenuto fraternamente con un aspirante golpista che vorrebbe i militari al posto del numero uno del paese dove si trovava informale e indesiderato ospite. Solo l’ultimo, farsesco episodio di una tragicommedia persino esilarante (culminata nella “polemica” sul franco Cfa) se non fosse seria. Almeno per noi italiani. E adesso, pare, un poco anche per i francesi.
È fuorviante valutare il vertice Chalençon-Di Maio sotto specie politico-elettorale, in vista del voto cosiddetto europeo di maggio, cui ogni paese partecipa con liste proprie, scrutandosi rigorosamente l’ombelico, preoccupato delle ripercussioni domestiche del risultato. Certo, per i movimentisti a cinque stelle l’attrazione dei gilet gialli è formidabile, posto che ne conoscano l’indirizzo. Sentimento non reciprocato dalla grandissima parte di costoro, fosse solo perché dei presunti fratelli italiani gliene importa poco o nulla. Quello che impressiona, semmai, è l’incoscienza con cui un vicepresidente del Consiglio dei ministri fa uso del suo ruolo istituzionale.
Non entriamo qui nel merito tattico della sua mossa, che si risolverà forse in un boomerang, o forse no – vedremo il 26 maggio. Ciò che impressiona è l’allegra indifferenza ai due princìpi fondamentali di qualsiasi strategia, non importa il colore: valutare i rapporti di forza e volere le conseguenze di ciò che si vuole. Dogmi che un tempo i dirigenti politici succhiavano con il latte, anche perché formati in autentici partiti e non nei correnti facsimile.
Nella fattispecie, assumendo che la gita a Parigi sia stata progettata in sobria coscienza, è consapevole il nostro vicepresidente del Consiglio delle conseguenze che il suo gesto provocherà per il suo e nostro paese? Oppure immagina che lo Stato francese, cui non difettano una certa idea di sé e una vena di irritabilità, possa contentarsi della gesticolazione diplomatica, destinata a rientrare? Data l’intrinsechezza geopolitica, economica e commerciale fra i due paesi, abbondano i dossier su cui i francesi cercheranno di farci pagare pedaggio. Dalla Libia a Ventimiglia, dalla cantieristica civile e militare all’Alitalia, fino allo scambio di informazioni segrete necessarie alla sicurezza nazionale, Parigi avrà di che sbizzarrirsi. Pur in una congiuntura assai critica, con un presidente infragilito, incapace di leggere il suo stesso paese e perciò inutilmente arrogante – di qui il modesto tasso di popolarità e la pallida credibilità sulla scena internazionale – la Francia ce la farà pagare. Senza esagerare, perché la considerazione di Parigi per Roma non è mai stata alta ed è ora ai minimi.
I colpi saranno visibili a chi deve vederli, ma sparati con il silenziatore. I fuochi d’artificio darebbero importanza a chi non ne deve avere. Giacché quando si violano le regole di base della competizione fra nazioni, con un responsabile di governo straniero che sostiene gli avversari del tuo monarchico presidente in casa sua, la reazione istintiva è di rappresaglia. In tal caso le burocrazie si muovono in automatico. Alla vendetta fredda in salsa gallicana non potremo opporre granché. Essendo, fra l’altro, più soli che mai in ambito euroatlantico.
Italia e Francia sono vicini che non hanno mai cercato di capirsi. Forse presumendo di non averne bisogno. Roma e Parigi hanno preferito coltivare piattezze retoriche, dalla “latinità” alla “cuginanza”, evocate con velenosa eleganza nello stesso comunicato del ministero degli Esteri che annunciava il richiamo di Masset. Dove si discetta nientemeno che di “comune destino”. Finora, il destino di Italia e Francia è stato di affettare una reciproca amicizia che non ha mai avuto radici profonde. Con il risultato di scoprirsi spesso avversari, talvolta nemici, quando si arrivava al dunque e la storia ti chiedeva il conto.
Circola tuttora in quel che resta della classe dirigente nostrana la massima di Machiavelli nel De Natura Gallorum, per cui i cugini d’Oltralpe quando non possono farti del bene, te lo promettono, e quando possono fartelo, difficilmente lo fanno, o non lo fanno. Negli omologhi francesi, prevale l’opinione che dell’Italia non sia necessario avere un’opinione.
Se questo è un destino, urge cambiarlo.

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